Nell’Italia delle contraddizioni e dei reati che diventano appannaggio dei tele-dipendenti da spazzatura giudiziaria, nasce ad Empoli il primo carcere per transessuali nella storia del nostro bel Paese. Infatti presso il carcere Pozzale della città toscana saranno a breve terminati i lavori dove a fine marzo saranno trasferite le prime trenta detenute transgender. L’istituto a custodia attenuata, dove si sceglie una politica riabilitativa e rieducativa anziché insistere sulla pena, sta anche aggiornando il proprio personale in vista dell’arrivo delle nuove occupanti attualmente detenute presso il carcere di Sollicciano, in provincia di Firenze.
Da un primo feedback, pare che le detenute transessuali siano molto entuasiaste all’idea di un carcere che rispetti la loro identità di persone prima di tutto. Ad avallare la reazione positiva delle trenta detenute, anche Vladimir Luxuria, la più popolare transgender d’Italia, si è espressa positivamente all’idea di aprire una sezione speciale nel carcere che, con il decreto ministeriale del 20 ottobre 2008, si trasforma in questo mondo in continua evoluzione. La società cambia. I pregiudizi restano, ma forse le mentalità si smussano dopo la telecronaca di una fiction annunciata che mesi fa, lo ricorderete, ha colpito l’irreprensibile Marrazzo… In questa Italia dei valori che non riconosce alle persone un diritto all’amore, in una democrazia che sembra più l’appendice di un romanzo dal sapore populista, non sembra un po’ troppo liberal quest’idea? Una nuova strategia politica di qualche gruppo che mira al governo del Paese nelle prossime elezioni? Quest’episodio di liberalizzazione e total tolerance verso individui che, socialmente, non sono riconosciuti e per i quali non solo vengono negate libertà civili, ma anche un pari diritto al lavoro, non avrà un effetto auto-ghettizzante?
Patrizio Gonnella, Presidente di Antogone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, sembra più cauto nella sua affermazione: “L’esperimento toscano va monitorato. Empoli eviterà spiacevoli episodi di mobbing sessuale,ma il modello di carcere auspicabile per le trans è quello che prevede un’integrazione completa con gli altri detenuti uomini e donne senza correre rischi”.
Ovvero… se queste detenute vengono accolte in un ambiente il cui loro trasferimento non è accompagnato da un debito e serio percorso di integrazione con la comunità di Empoli, con l’amministrazione pubblica e i vari organismi ad essa correlati, quale impatto avrà la loro presenza sul territorio e quali reazioni susciterà il nuovo Istituto transgender “maschile” così come lo definisce istituzionalmente il decreto ministeriale del 2008… ? Si può parlare di integrazione vera quando già la denominazione presuppone un malinteso sull’identità di persone che affrontano notoriamente operazioni costose e molto dolorose per diventare ciò che dentro sono da sempre: donne. Donne non come le altre. Donne che possono sposarsi, ma non possono avere figli, donne con un passato diverso alle spalle e un nome che tradisce un segreto a cui non ci si può sottrarre. Parafrasando una celebre frase di “Magnolia” di Paul Thomas Anderson, uno dei film che nel 1999, a ridosso della fine del millennio, ha rispolverato in chiave meno politicamente polemica, ma visivamente più corrosiva il sottobosco umano dell’universo e filone di Robert Altman (“America Oggi”), “anche se chiudi con il passato, il passato non chiude con te”. Se pensiamo al nostro di passato, quello della nostra Repubblica fondata nel 1946, pensiamo anche alla nostra Costituzione e agli articoli che definiscono il nostro Paese dove le libertà sono o almeno dovrebbero essere tutelate e garantite.
“Christiane F, noi i Ragazzi dello zoo di Berlino” è stato il film generazionale per antonomasia che nel lontano 1981 riportava sullo schermo e, per estensione, nelle coscienze degli spettatori, la tragedia metabolizzata dall’omonimo libro sulla droga e le sue irreversibili conseguenze. Mostrava i ragazzi di Berlino come animali in uno zoo. Più di vent’anni dopo con l’australiano “Priscilla, la regina del Deserto” seguito dal più recente road movie statunitense “Transamerica” dove una delle “casalinghe disperate” interpreta un ex padre di famiglia operato alla ricerca di un figlio adolescente, si vuole forse ridare una dimensione umana alle transessuali, abbattendo quei limiti mentali che il comune senso morale e il buon costume bandiscono come riprovevoli e moralmente indegni.
Uno zoo di detenute “particolari” a Empoli…? Il passo è drammaticamente breve. |