<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Patrimonio Spa, legge sulla cessione dei beni artistici ambientali, governo berlusconi 2005
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La patrimonio spa
di Elisa Gradi
 

Chi ha sempre creduto che la politica si nutrisse di luoghi comuni ha purtroppo, nelle ultime settimane, dovuto trovare una ulteriore, triste conferma.

Alle orecchie dei nostri politicanti deve esser arrivata voce che l’Italia detiene una percentuale che oscilla fra il 60 ed il 70% dei beni artistici mondiali e, in un momento di vacche sì magre, come non farsi cogliere dall’entusiasmo che dà l’idea di poter trasformare questo enorme, effimero – e ammettiamolo, ormai praticamente inutile – patrimonio in un capitale vero, fatto di soldo contante, di azioni, di titoli! Il gioco è semplice: trovare qualche formuletta che invalidi il campo d’azione ed il potere decisionale delle Istituzioni che se ne sono fino ad oggi occupate, e che hanno gestito questa enorme risorsa.

Troppo presi a rispettare i precetti della Costituzione (altro testo, diciamola tutta, da revisionare profondamente in chiave attuale), non hanno interpretato il valore che, oggigiorno, questi “beni” possono acquistare: ed ecco allora che, tre anni fa, dal cilindro del prestigiatore Giulio Tremonti, fine conoscitore delle risorse del Belpaese, esce la “Patrimonio S.p.A” che, unita all’articolo 27 del maxi decreto della Finanziaria, avrebbe finalmente liberato l’Italia, con operazioni semplici, veloci ed indolori, da tutta questa massa di vecchi palazzi, ville e monumenti (che ostacolano peraltro la libera area di espansione fondiaria ed edilizia di nuove e più utili strutture), riuscendo persino a guadagnarci qualcosa.

Si, i “comunisti” avrebbero urlato un po’, si sa, ma del resto l’idea era buona, e a dire il vero, l’avevano iniziata a tirar fuori loro qualche annetto prima… Ed eccoci qua. La protesta c’è stata, come previsto: non tanto da parte dei “comunisti” ma da buona parte della società civile che ha temuto, per qualche mese, di vedersi privatizzare e trasformare selvaggiamente una buona parte della storia della propria città, o del proprio paese. L’introduzione della regola aberrante del silenzio-assenso, che prevedeva un tempo ridicolo entro il quale le Soprintendenze dovevano presentare una relazione scientifica che attestava l’inalienabilità del bene in questione, lasciava presagire che in breve tempo avremmo assistito ad una vera e propria svendita di fine stagione.

Non sono mancate nemmeno le inevitabili strumentalizzazioni politiche della parte avversa: “ci vendono il Colosseo”, inutile slogan-tormentone con il quale si fingeva di lanciare il grido d’allarme. Ma il Colosseo non è mai stato in pericolo di cessione, né come lui Palazzo Pitti o il Palazzo Ducale di Mantova. Edifici per cui esiste una serie infinita di documenti che attestano, scientificamente, il valore storico del quale sono portatori. Il pericolo reale era, ed è tutt’oggi, per quel complesso di monumenti e palazzi disseminati nelle aree dei centri storici delle città minori, che ne costituiscono l’ossatura portante, ma che non sono stati ancora non solo catalogati, ma nemmeno studiati a fondo.

Con la regola del silenzio-assenso gli uffici delle Soprintendenze regionali, che a causa della mancanza di fondi e del personale a malapena riescono a garantire la tutela dei beni di maggior interesse, rimarrebbero sostanzialmente impotenti, presumibilmente subissati da  migliaia di pratiche, impossibili da smaltire con le risorse attuali, entro i famigerati 120 giorni. Termine entro il quale, non ottenuta risposta, il bene diverrebbe immediatamente alienabile. Qualcuno si era illuso, dal 2002 ad oggi, che le proteste delle associazioni di tutela del patrimonio artistico, unite agli appelli lanciati dalle università ed istituti di cultura, avessero in qualche modo persuaso la classe politica a rivolgere altrove la ricerca disperata di fondi.

Ed ecco invece che, sempre Giulio Tremonti, la settimana scorsa se ne esce con la straordinaria proposta di cedere questa volta le spiagge, gustoso preludio alla ben più preziosa cessione dei beni artistici. Il fantasma della “Patrimonio S.p.A” (con incomprensibili leggi e decretini dalla frettolosa stesura a questa affini) che qualcuno aveva ingenuamente creduto sepolta fra le mille azioni di governo annunciate ma mai messe in pratica, si riaffaccia nuovamente.

Ed oggi, data l’instabilità politica ed economica nella quale versa il paese, è ancora più inquietante.Le conseguenze della cessione a privati di beni artistici e paesaggistici demaniali sono da chiunque immaginabili. Una volta in mano privata, invasive trasformazioni alle vecchie strutture, come è logico, saranno inevitabilmente messe in atto, per adattare i beni alle nuove destinazioni. Siano queste banche, uffici, o semplici residenze, avranno bisogno di ammodernamenti e restauri: e possiamo pretendere che il nuovo proprietario rinunci ad esempio al piacere dell’aria condizionata pur di non forare l’antico muro, o dell’aprire qualche finestrone per godere al meglio della vista panoramica? Ovviamente no. 

E per essere sicuri che possa agire in tutta tranquillità, senza che quei rompiscatole della Soprintendenza gli vadano a comandare in casa, il fantomatico proprietario, una volta acquistato il bene e comprensibilmente desideroso di trasformarlo a suo piacimento,  basterà che faccia una semplice D.I.A. (Dichiarazione di Inizio Attività), e si dia pure il via ai lavori, entro sessanta giorni. E stiano pur tranquilli, tanto, la Soprintendenza non ce la fa….Questa clausolina, aggiunta nei tempi più recenti per dare la possibilità anche ai già proprietari di beni sotto tutela delle Soprintendenze (quando si dice voler giustizia per tutti) è un’ulteriore raffinatezza, che istituisce un ulteriore silenzio-assenso, e che va a peggiorare la già duramente compromessa tutela dei beni patrimoniali e paesaggistici. Ma se si può, negli ultimi giorni, sono riusciti a peggiorarla ancora (onore al merito, bisogna dargliene atto): il 4 maggio scorso, il Senato ha rispolverato la bella figura del Commissario Straordinario delle Opere Pubbliche, già affacciatasi sulla scena in precedenti proposte di legge, ma mai approvata. Questo signore, passati i sessanta giorni entro i quali aspetterà pazientemente ed inutilmente il parere delle Soprintendenze, darà il via a quelle operazioni che riterrà necessarie all’ultimazione di quegli “interventi infrastrutturali strategici ed urgenti” in barba, in questo caso, più che altro alla tutela dell’ambiente.

E se la Soprintendenza perdurasse ad opporsi anche dopo i sessanta giorni, niente paura: il Commissario riceverà il via libera direttamente dal Consiglio dei Ministri.   Quel che non capisco io, e mi chiedo retoricamente il perché, è come faccia a non entrare in testa a questi politicanti di destra, di sinistra e di centro, che alternativamente prendono in gestione le sorti di questo sciagurato Paese, che non possono toccare, né cedere, né trasformare questo patrimonio non perché sia storicamente importante, e nemmeno per rispetto di questa tanto odiata e restrittiva Costituzione, ma per una ragione molto più semplice: perché non è di loro proprietà. Le motivazioni precedenti, se pur sufficienti a fermare l’azione di qualsiasi individuo dotato di un minimo di coscienza civica, perdono, di fronte a questa ovvietà, parte del loro significato.

Parto da un semplice postulato: questi beni artistici e paesaggistici sono di proprietà dello Stato. Questo è talmente vero che MAI nella Storia d’Italia, e ripeto MAI, nessun governo ha mai pensato di cedere a terzi la proprietà di un bene che è di tutti, e non della classe politica. L’articolo 9 della Costituzione, che antepone la tutela del patrimonio artistico nazionale sopra ogni interesse economico, è invece oggi interamente ignorato (certo, se si pensa a quel che è successo all’art. 11, ci possiamo ritener fortunati), e le sentenze della Corte Costituzionale che ne ribadiscono l’attualità, neanche prese in considerazione. E se si sentono parlare i politici, riescono a dire che se provvedimenti sono stati e saranno presi per i suddetti beni sarà solo ed esclusivamente per una loro migliore conservazione. Riescono a convincermi quanto mi hanno convinto a proposito della “missione di pace”. Al danno, si aggiunga la beffa.Ora, posso io identificare in questi signori, se pur legittimamente votati dal popolo, gli unici gestori del patrimonio del mio paese? Non sono questi forse, in maniera ovviamente figurata, precari lavoratori ai quali una parte dell’elettorato ha affidato la gestione, e non la cessione, dell’interesse statale? La verità è che loro passeranno, ma il danno resterà.  Auguriamoci che succeda loro quello che potrebbe succedere alle Soprintendenze: che non facciano in tempo ad intervenire