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LA SACRA FIAMMA DELLE PRIMARIEdi Alberto Cacopardo (Laboratorio per la Democrazia di Firenze)Le primarie di Prodi si sono lasciate dietro un’immagine, una narrazione prevalente nei media e nella mente del popolo di sinistra, che si può sintetizzare cosi’: una formidabile mobilitazione popolare che ha dimostrato la volontà di partecipazione della gente e ha conferito a Romano Prodi, con larghissima maggioranza, una investitura diretta che lo fortifica nei confronti dei partiti e lo consacra simbolo e arbitro dell’unità della coalizione. I movimenti, a quanto sembra, si sono subito accodati all’entusiasmo per la grandiosa mobilitazione e il Laboratorio per la Democrazia è stato in prima linea nel manifestarlo.
Perfino Ornella De Zordo, fra i più scettici nei confronti del fenomeno, ha parlato di “straordinaria partecipazione”, Paul Ginsborg ha definito le primarie “la novità principale di questa A distanza di qualche giorno in più è lecito chiedersi: è davvero fondato tutto questo entusiasmo? Cominciamo dalla “straordinaria partecipazione”. A guardare le cifre, sorge il dubbio che abbia giocato qui un certo effetto di illusione ottica, causato dal discutibile artificio di misurare l’affluenza in termini assoluti anziché in termini percentuali, come in qualsiasi elezione normale. I 4 milioni 311.139 elettori che hanno votato alle primarie sono di fatto poco più dell’otto per cento del corpo elettorale e circa il 23% del presumibile elettorato del centrosinistra, calcolabile nel 50% dei circa 37 milioni di voti validi delle ultime politiche. Ciò significa che non sono andati alle primarie circa il 77% di quei cittadini che alle politiche andranno a votare, esprimeranno un voto valido e voteranno, presumibilmente, per il centro-sinistra. E’ stato dato per scontato che l’affluenza alle primarie dovesse essere bassa. E’ il modello americano. Ma questo significa dare per scontato che il 77% degli elettori del centro-sinistra è pronto a delegare ai partiti, o chi per loro, la selezione dei propri rappresentanti. Non si direbbe un prodigio di partecipazione. Senza contare il fatto che la cifra comprende anche un certa quota di ceto più che riflessivo che (anche all’interno del Laboratorio) ha espresso il suo dissenso restando a casa. Paul Ginsborg ha addirittura affermato che le primarie stanno “democratizzando la democrazia”: è per lo meno ardito inneggiare alla democrazia partecipata davanti ad un astensionismo del 77%. Tanto più se si osa chiedere in che senso l’affluenza alle primarie costituisca “partecipazione”, mentre quella alle elezioni no. Come ha riconosciuto Pancho Pardi, le primarie sono una “forma selettiva tipica di una democrazia delegata (e quindi non partecipativa)”: e non si vede come la presunta partecipazione “oceanica” possa modificare questo dato di fatto. Che cosa ha fatto di tanto nuovo tutta questa gente, anzi, cosa abbiamo fatto? Siamo andati a votare, come sempre: personalmente, la principale novità che ho notato è che non mi era mai capitato di “partecipare” ad un’elezione dal risultato così scontato. Sarà la democrazia del futuro? Ma attenzione: non bisogna nemmeno irridere, o prendere con leggerezza le ragioni che hanno mosso tanta gente a far sentire in qualche modo la sua voce. Non possiamo sottrarci al compito di interpretare il significato politico di questa mobilitazione. E qui, naturalmente, la coperta si può tirare da tante parti e ognuno può provarci dalla sua. Come aveva previsto Chiara Giunti, non sono tardate le voci che hanno voluto vedere soprattutto un’indicazione a favore della lista unica neo-ulivista. Prontamente, Giuliano Amato e Arturo Parisi, in un articolo su “Repubblica” del 26 ottobre, hanno tentato di farci credere che la svolta rutelliana in questo senso sia stata effetto delle primarie, quando tutti sanno che è dovuta a puro calcolo di convenienza in base al nuovo sistema elettorale. Ma anche chi non ama per nulla quel progetto si è creduto costretto a riconoscere, come Rossana Rossanda (Il Manifesto, 18 ottobre), che “ne viene un sostegno a un premierato forte” o addirittura, come Pancho Pardi, che “ il popolo di centrosinistra ha detto con estremo realismo che la guida della coalizione deve essere la più forte possibile”. Ebbene, questo è un errore madornale, dal quale dovremmo guardarci come la peste. Vediamo perché. Prodi ha ottenuto il 74,1%. Detto così, sembra Bulgaria. Ma da dove viene questo risultato? Se prendiamo di nuovo come riferimento, per semplicità e con discreta attendibilità, una stima del voto di centro-sinistra al 50% dei voti validi, il risultato di Prodi equivale al 37% dei voti. Pochi spiccioli in più del 33-34% attribuibile alla lista unica in base ai risultati delle regionali. E’ evidente che la principale ragione per cui tutta questa gente ha votato Prodi è che Prodi era il candidato di DS e Margherita. Con tutto il rispetto per eletto ed elettori, viene quasi da sospettare che se DS e Margherita avessero candidato in pompa magna un palo del telefono, il risultato non sarebbe stato molto dissimile. Vedere in tutto questo una straordinaria affermazione personale è un po’ azzardato. Vederci un’opzione per il premierato forte è pura fantasia. E una fantasia quanto mai pericolosa. D’altra parte, anche il risultato di Bertinotti sembra indicare una stretta correlazione col voto al suo partito. Il suo 14,7 corrisponde ad un esile sette-e-qualcosa per cento, appena uno spicciolo in più del 6,1 delle europee. Un voto dunque, essenzialmente partitico? Nel caso di Prodi, per la verità, le cose non sono così semplici. Un’analisi condotta dall’Istituto Cattaneo (Il Sole-24 ore, 18 ottobre) mostra che c’è una forte correlazione fra il voto a Prodi e quello ai DS, ossia che “dove i DS sono più forti, Prodi è più forte, e viceversa”, mentre dall’altra parte, “il voto a Prodi è poco correlato con la forza elettorale della Margherita”. E’ evidente che nel Sud ci sono state forti defezioni dalla Margherita a favore di Mastella, che in Campania, Calabria e Basilicata ha avuto percentuali intorno al 20, e intorno al 10 in Sicilia, Puglia e Molise. Defezioni che sono state compensate in parte dai voti provenienti dai piccoli partiti, in parte forse dall’area dell’astensione, forse in parte anche dalla distorsione statistica dovuta alla scarsa rappresentatività del campione. Quest’ultimo, infatti, è il dato che emerge dal voto di Mastella, come degli altri candidati minori, un dato che dovrebbe preoccupare, o almeno far riflettere: l’insieme degli elettori delle primarie non costituisce, nonostante le sue grandi dimensioni, un campione rappresentativo dell’elettorato di centro-sinistra. Se così non fosse, dovremmo pensare che Mastella, forte del suo 4,6%, possa sperare in un risultato elettorale del 9% (cosa mirabile se raffrontata al roboante 1,3% delle ultime europee) o che i Verdi e i Comunisti Italiani messi insieme abbiano ridotto ad un miserrimo 1,1% i consensi del 5% che registravano alle europee. La verità è che questo insieme non è rappresentativo per definizione, essendo formato, probabilmente in parti uguali, da attivisti di partito, cittadini particolarmente istruiti/informati/impegnati, e, believe it or not, clientele: tutti settori i cui orientamenti non coincidono con quelli dell’elettorato in genere. In sintesi, le primarie non sono un valido test degli orientamenti dell’elettorato. Nonostante tutto questo, peraltro, possiamo pure ammettere che il risultato di Prodi, date le sue dimensioni, sia grosso modo rappresentativo e che circa il 37% dell’elettorato lo avrebbe scelto come suo candidato. Ma se c’è una conclusione seria da trarre da questo dato, è che Prodi ha disperatamente bisogno di quel 13% di elettori di centro-sinistra che non sono d’accordo con lui e che desiderano che le loro opinini siano prese in considerazione. Stiamo parlando di circa un quarto degli elettori del centro sinistra, che, nella mia opinione (ma questa è un convinzione non suffragabile con dati), sarebbe pressappoco tale anche senza i vistosi quanto sopravvalutati spiccioli di Mastella. Se Prodi fosse saggio, lungi dall’autoaccreditarsi una delega in bianco, cercherebbe ogni possibile occasione per confrontarsi con questa componente, che è probabilmente rappresentata molto più da movimenti e organizzazioni della società civile che non da partiti politici. Confrontarsi per costruire seriamente una base programmatica comune e condivisibile, al di là delle ambigue ovvietà delle proclamazioni di principi. E anche, perché no se sarà il caso, per negoziare una rappresentanza parlamentare di fonte extrapartitica. Questa è la prima morale da trarre dalle primarie, soprattutto se ammettiamo che una certa quota dei voti a Prodi venissero da chi, come Pancho Pardi, ha votato più “il Prodi che vorrebbe” che non quello che c’è. Ecco dunque il paradosso di queste primarie. Mentre il voto indica chiaramente che Prodi dipende stettamente da quel 26% per il suo successo, l’immagine proiettata dal suo altisonante 74% è esattamente il contrario: che si possa anche permettere di farne a meno, in virtù di quella “oceanica” investitura popolare. E invece no: non se lo può permettere. Chi è andato alle primarie proprio per esprimere il suo dissenso dall’ispirazione centrista che aleggia sulla futura lista unica, ha diritto di essere ascoltato: e ignorarlo potrebbe essere fatale. Tanto più che l’unico ulteriore significato politico che si può attribuire alla mobilitazione delle primarie sta nella gran voglia di congedare Berlusconi che, per fortuna, anima il popolo della sinistra di questi tempi. Molto più che l’entusiasmo per la leadership forte, ha giocato la volontà di “dare un taglio netto”, per dirla con Ornella De Zordo. Questo è confermato da un sondaggio Apcom – IPSOS che contiene un dato molto interessante. E’ stato chiesto a un campione rappresentativo di tutti gli elettori quale fosse secondo loro il motivo principale per cui tanti hanno partecipato alle primarie. Ebbene, il 47% ha risposto “la rabbia e lo scontento per Berlusconi e il suo governo”; solo il 20% ha indicato “la novità del poter scegliere direttamente il leader”; e appena il 15% “il desiderio che il centro-sinistra sia più unito e si presenti con una sola lista”: con buona pace di Amato e Parisi, ma anche di quanti favoleggiano di voglia di leadership. Alla luce di tutto questo, abbiamo qualche ragione per indicare nelle primarie una strada maestra della partecipazione? E’ davvero il caso di sostenerle con passione e convinzione in tutti i contesti? Mi sembra che ci sia da stare molto attenti prima di imbarcarsi anima e corpo in una simile impresa, perché il cammino è irto di trappole e trabocchetti imprevedibili. Per esempio: abbiamo qualche ragione di ritenere che l’introduzione delle primarie locali favorirebbe la rappresentanza dei movimenti e della società civile, al di là dei canali dei partiti? E’ quanto sembrano ritenere gli estensori del comunicato finale dell’Assemblea dei Girotondi del 23 ottobre, i quali fanno seguire alla proclamazione di “un impegno volto a costruire istituti di partecipazione alla scelta della rappresentanza politica, a partire dalle primarie”, fanno seguire l’auspicio che “la società civile riesca, attraverso una sua significativa rappresentanza, a far sentire la propria voce nelle assemblee elettive”, come se le primarie dovessero favorire per definizione la rappresentanza dei movimenti. Della qual cosa, in verità, c’è da dubitare seriamente. Per valutare le prospettive in questo senso, bisogna innanzitutto distinguere fra due casi completamente diversi: primarie di lista e primarie per posizioni monocratiche (individuali), come una candidatura uninominale o una carica istituzionale. E’ inspiegabile, per esempio, che Pancho Pardi faccia derivare dal successo delle primarie di Prodi la necessità di sostenere le primarie di collegio, che col nuovo sistema sarebbero primarie di lista, cioè una cosa completamente diversa. Riguardo a queste ultime dirò soltanto che l’invenzione di un sistema in cui le liste sono bloccate e formate dai partiti, e in cui poi si fanno elezioni per designare i candidati è un prodotto unico al mondo della creatività italiana, che è riuscita a trasformare l’affare semplice dell’esprimere una preferenza sulla scheda, nella complicazione di andare a votare un’altra volta, rendendo pubblica per di più la propria opzione di schieramento, per esprimere quella stessa preferenza. Intendo dire che qualche italiano mi dovrà pur spiegare in cosa sta la grande differenza fra primarie su liste bloccate e voto di preferenza. Anche le prevedibili affluenze alle future primarie locali non sarebbero certo superiori alle percentuali di utilizzo della preferenza che si avevano nel vecchio proporzionale, che si aggiravano sul 20%. Perché mai il voto di preferenza dovrebbe essere clientelare, dominato dai partiti, controllato da occhiuti scherani, e quello alle primarie no? Il risultato di Mastella apre la porta a qualche dubbio in proposito. E non si dica che le candidature alle primarie sarebbero aperte. Stiamo parlando di primarie di lista. Si può forse negare ad un partito la facoltà di incidere sulla selezione dei suoi stessi candidati? In breve, le primarie di lista non sono altro che un discutibile travestimento del voto di preferenza, che solo l’iniquità delle liste bloccate può giustificare. Piuttosto che lasciare il danno e metterci una toppa, sarebbe meglio pretendere a gran voce che sia rimosso il danno, cioè le liste bloccate (che invece la sinistra ha caldeggiato, ad esempio, nella legge elettorale toscana). Quanto alle vere primarie, cioè quelle per le posizioni monocratiche, la sorte ci ha risparmiato il tormentone delle primarie di collegio nell’uninominale, che, se mai si fossero tenute, avrebbero avuto effetti devastanti. Restano le primarie per i sindaci e i presidenti di provincia e regione. Queste primarie dovrebbero ispirare assai poca simpatia a tutti quelli che non vedono di buon occhio l’elezione diretta dei vertici istituzionali e credono che, specialmente a livello di regione, l’investitura popolare dell’esecutivo sia un passo pericoloso in direzione del presidenzialismo. Al di là dei significati ulteriori che la partecipazione può rivestire, come nel caso di Prodi, il rischio di avallare la personalizzazione del potere e il rafforzamento degli esecutivi è forte. Ma c’è un’altra ragione per cui queste primarie vanno guardate con diffidenza, ed è proprio nella qualità della rappresentanza che ne emergerebbe. Fare previsioni su queste primarie locali non è facile. Date le peculiarità del sistema italiano, potrebbero emergerne ancora parecchie sorprese, forse non sempre positive. E’ difficile fare prevedere l’affluenza, che, una volta spento l’effetto novità, dovrebbe stabilizzarsi su livelli ancora più bassi delle primarie di Prodi, ma potrebbe anche toccare picchi inaspettati nel caso di contese realmente combattute. E’ difficile prevedere i meccanismi che possono scattare a livello locale. Ma un dato di fatto è inequivocabile: se l’asse DS-Margherita dovesse tenere in modo coerente e solido come tanti auspicano, è improbabile che possa vincere qualsiasi candidato alternativo. Il caso Vendola non è destinato a diventare la regola. Le candidature di movimento, poi, con buona pace di tutte le regole proposte da Pardi, non avrebbero evidentemente alcuna speranza se non sostenute da partiti. Il caso in corso in Sicilia con le primarie per la presidenza regionale è interessante. Qui l’asse DS-Margherita non ha tenuto. Alla candidatura di Rita Borsellino, proveniente da un fronte di partiti e movimenti alternativo alla lista unica, si è contrapposta una candidatura centrista che ha pescato nel più discutibile trasformismo di stampo mastelliano. Al momento in cui scrivo, non si sa ancora se i DS avanzeranno un proprio candidato o appoggeranno Borsellino, come appare probabile. Se così fosse avremmo un esito felice e imprevedibile, il cui fattore determinante sarebbe stato proprio la formazione di quel fronte di partiti e movimenti alternativi al centrismo neo-ulivista che tanti hanno auspicato e continuano ad auspicare. Ma non c’è da farsi illusioni, l’esperimento non è destinato a proliferare. Quello su cui c’è da riflettere è che sarà comunque la scelta di un partito, i DS, il fattore decisivo che farà pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. In ogni caso, che i movimenti sperino di ottenere una rappresentanza partecipando alle primarie senza negoziare l’appoggio dei partiti è una pia illusione da abbandonare al più presto. Che delle candidature indovinate possano scompaginare le alleanze aprendo spazi ad una rappresentanza più innovativa è un caso che non si può escludere, ma che, come quello di Nichi Vendola, difficilmente diventerà la regola. Prima di accenderci di sacro entusiasmo davanti alla fiamma delle primarie, dovremmo considerare il rischio di un esito che purtroppo non è il più improbabile: che esse diventino il nuovo terreno del solito gioco di scacchi fra partiti e che il blocco di potere che pretende di controllare il centro-sinistra senza rappresentarne l’anima ne faccia un altro strumento della perpetuazione del suo predominio. 31/10/05 |
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Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line |
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