<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale, misteri italiani
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Delitti di Stato?
di Barbara Fois

25 anni fa veniva ucciso a Palermo il generale Dalla Chiesa

Nei giorni passati le televisioni e i giornali sono stati pieni di testimonianze beatificanti la figura del generale Dalla Chiesa: articoli, foto, special tv e perfino una fiction! Un fervore celebrativo inaspettato, dopo tanto ingiusto silenzio. Meglio tardi che mai, si dirà. Già. Ma in un paese che ha fatto della rimozione una tradizione inveterata, tutto questo è davvero più che sorprendente.

Anche noi vogliamo parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa, perché è stato al centro di eventi epocali e ci interessa capire come è arrivato ad essere assassinato a Palermo, ma è necessario fare qualche passo indietro.

 

Il personaggio, i fatti

A leggere le varie biografie del generale Dalla Chiesa la cosa che colpisce più di tutto è come dicevamo, che si è trovato sempre in prima linea nei momenti cruciali della storia del nostro paese: è coi partigiani dopo l’8 settembre del ’43; è in Sicilia alla fine degli anni ’40, contro la mafia legata ai grandi latifondisti, che temono le rivendicazioni sindacali dei loro contadini. E’ il tempo del bandito Giuliano, il re di Montelepre, è la mafia di Luciano Liggio ( all’anagrafe Leggio), i cui picciotti sono Leoluca Bagarella, Totò Riina e Bernardo Provenzano, quelli che uccideranno il povero sindacalista Placido Rizzotto, segretario della Camera del lavoro di Corleone, e a combattere i quali verrà mandato il giovane capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa. Con pazienza Dalla Chiesa trova e arresta tutti gli assassini di Rizzotto, che poi però andranno assolti per insufficienza di prove, mentre il giovane capitano rompiscatole viene promosso etrasferito: un perfetto e curiale “promoveatur ut amoveatur “. Ma in Sicilia tornerà altre due volte: negli anni Sessanta e infine, a morire, negli anni Ottanta.

Ma intanto la mafia è cambiata, si è ramificata, si è rafforzata, le sue radici oscure hanno trovato un terreno fertile: la politica. Favori scambiati: appalti, licenze, riciclaggio di soldi sporchi contro voti e appoggio politico. E qualche volta il favore è anche quello di togliere di mezzo chi dà fastidio. La mafia non ha idee politiche, ai suoi affiliati interessa il potere “cummannari è megghiu che futtiri” è il loro motto, grossolano ma molto esplicativo di quella brutale mentalità.

Dalla Chiesa si mette a studiare quella associazione criminale, proprio nei suoi legami organizzativi. Vuole capire chi sono e come agiscono. Si rende conto prima di tutti che capire la loro mentalità e come funziona l’organizzazione mafiosa è più importante che investigare sui singoli personaggi.La struttura della mafia è piramidale: alla base ci sono le famiglie guidate da un capofamiglia coadiuvato da uno o più consiglieri, più famiglie insieme sono rette da un capomandamento, che fa parte con gli altri suoi pari della cupola o commissione provinciale. Dalla Chiesa studia tutti questi intricati rapporti e alla commissione antimafia del 1962 dice "Onorevole presidente, scoprirli [i capi mafiosi] non è difficile, in quanto i nomi sono sulle bocche di molti. (...) Vorrei mostrare (...) una scheda, che io ho preparato per la mia legione, per tutti i miei collaboratori, dedicata proprio ai mafiosi o indiziati tali.(...) attraverso le parentele e i comparati, che valgono più delle parentele, si può avere una visione organica della famiglia, della genealogia, più che un'anagrafe dei mafiosi. Quest'ultima è limitata al personaggio; la genealogia di ciascun mafioso ci porta invece a stabilire chi ha sposato il figlio del mafioso, con chi si è imparentato, chi ha tenuto a battesimo, chi lo ha avuto come compare di matrimonio; e tutto questo è mafia, è propaggine mafiosa (...) ... è molto più efficace seguire i mafiosi cosi, cioè non attraverso la scheda solita del ministero dell'Interno, ma da vicino, attraverso i figli, attraverso i coniugi dei figli, attraverso le provenienze, le zone dalle quali provengono, perché anche le zone d'influenza hanno la loro importanza". VEDI carabinieri.it

Nel 1966 è concluso un vero e proprio censimento degli affiliati e vengono arrestati 76 capimafia e molti spediti al soggiorno obbligato. Ma poi, al processo, come sempre, vengono scarceratiper insufficienza di prove. Per questo Dalla Chiesa, sentito di nuovo dalla Commissione Antimafia il 4 novembre del 1970 dirà sconsolato “"Siamo senza unghie, ecco; francamente, di fronte a questi personaggi, mentre nell'indagine normale, nella delinquenza, possiamo far fronte e abbiamo ottenuto anche dei risultati di rilievo, nei confronti del mafioso in quanto tale, in quanto inquadrato in un contesto particolare, è difficile per noi raggiungere le prove...".

 

Intanto Dalla Chiesa è ancora una volta promosso e rimosso e, ormai generale, viene assegnato alla lotta al terrorismo e dal 1977 assume l’incarico di coordinamento del servizio di sicurezza degli istituti di pena, alcuni dei quali trasforma in carceri di massima sicurezza. Sono gli anni caldi delle Brigate Rosse e Dalla Chiesa costruisce un nucleo operativo dentro l’Arma, che risponde solo a lui e lui risponde al ministro dell’Interno. Questo potere inconsueto gli crea molte invidie e antipatie interne ed esterne all’Arma. Ma i risultati che raggiunge sono eccezionali e insperati: riesce ad arrestarei capi storici delle BR, fra cui Alberto Franceschini e Renato Curcio, ma anche tanti altri ancora: fu lui ad assicurare alla giustizia i principali esponenti di BR e 'Prima Linea', tra cui Giorgio Semeria, Corrado Alunni, Nadia Mantovani, Lauro Azzolini, Francesco Bonisoli. Altri 50 personaggi furono arrestati a Bologna, Milano, Napoli e Torino; fra gli altri anche Nicola Valentino e Maria Rosaria Biondi, ricercati per l'omicidio del giudice Calvosa e di due agenti. Fuil generale a utilizzare infliltrati e pentiti per primo. L’infiltrato più famoso fu Silvano Girotto, detto “frate mitra”, che gli consentì di fare diversiarresti. E tuttavia la sua task force, che tante vittorie aveva ottenuto contro il terrorismo, fu sciolta. Faceva forse paura che un solo uomo avesse tanto potere, o faceva comodo che non ci fosse una organizzazione in grado di contrastare coloro che il 16 marzo 1978 rapirono Moro e massacrarono la sua scorta? Questo lo sospettano coloro che hanno abbracciato la tesi “complottista”. Di fatto la contingenza fu davvero incredibile: in quello stesso tempo, infatti, l’allora ministro dell’Interno Cossiga aveva messo mano alla ristrutturazione dei SS, decapitandone praticamente la dirigenza: l’idea era quella di creare una organizzazione più efficiente, ma al momento del sequestro tutto era in alto mare. Per rendersi conto del pressapochismo e dell’inefficienza con cui fu gestito quel sequestro basta leggere gli atti della commissione d’inchiesta, il cui presidente era il senatore Pellegrino.Se non si vuol credere al complotto si deve però certamente ammettere che chi gestì quella contingenza, non era assolutamente all’altezza di farlo.

 

A questo punto, come diceva quel tale, sorge spontanea qualche domanda: perché nel sequestro Sossi del 1974 lo stato trattò coi brigatisti, tanto da voler liberarne ben 8 (che poi furono riarrestati tutti) e non si volle invece trattare con le BR per liberare Moro? E sempre quanto ai rapimenti: è ancora Dalla Chiesa atrovare l’ostaggio nel rapimento Gancia e nel conflitto a fuoco fra carabinieri e brigatisti che ne segue morirà Mara Cagol, la compagna di Curcio. Dunque perchéin una contingenza così grave e disperata come il sequestro di Aldo Moro non si volle coinvolgere una persona come il generale Dalla Chiesa che aveva arrestato tanti terroristi, aveva studiato- come aveva fatto con la mafia -il tipo di organizzazione, la struttura, i rapporti e i personaggi ed era riuscito non solo a infiltrare suoi uomini, ma anche a farne “pentire” alcuni, come Peci? E perché, qualche anno appresso, dopo il ritrovamento dei documenti nel covo milanese di via Montenevoso il generale fu mandato amorire a Palermo? Cosa era successo? Cosa sapeva? In cosa o inchi aveva inciampato il generale tutto d’un pezzo?

 

Intrighi e veleni

Se vogliamo rispondere a queste domande e capire come e perché il generale Dalla Chiesa è stato ucciso a Palermo dalla mafia, dobbiamo sempre tornare al caso Moro. Quello è un nodo, un fulcro, un nervo scoperto, una cesura e nel contempo una svolta nella storia del nostro paese, come la morte a Dallas di J.F.Kennedy lo è per gli Stati Uniti.

Tante, forse troppe cose sono state scritte su quel sequestro così strano e violento, ma una cosa appare chiara da ogni testimonianza e cioè che quel pover’uomo sequestratonon doveva essere salvato. Ma c’è anche una teoria che vuole che a gestire quel sequestro i gruppi terroristici fossero almeno due e che il gruppo dominante fosse guidato dai servizi segreti, determinati a uccidere Moro, mentre i brigatisti “veri” rappresentassero la linea “morbida”, quella pronta a liberarlo e che fossero preoccupati dalla piega violenta che avevano preso gli avvenimenti.

C’è chi sostiene, insomma, che le BR erano diventate uno strumento utilissimo nelle mani dei SSe che non era un caso che il primo passo fosse stato quello di tradire e far arrestare subito i capi storici Franceschini e Curcio, lasciando Morettia dirigere da solo la baracca. Moretti l’assassino, che esce dal carcere anni prima di Curcio il teorico.

Le teorie complottiste non nascono per caso, c’è chi le ha alimentate, eccome! L’esperto americano Steve Pieczenik che arrivò qui mandato da Kissinger a dare una mano durante quei 55 giorni della prigionia di Moro, in una intervista a Robert Katz del 1994 VEDI theboot.it dichiarerà: "Aldo Moro poteva essere sal­vato se tutte le parti in causa avessero cooperato nel tentativo di liberarlo e soprattutto se chi gestiva le inda­gini avesse avuto la volontà di farlo". Secondo Pieczenik, molte informazioni riservate, conosciute solo dal cosiddetto "Gruppo ristretto per la gestione della crisi", venivano riferite ad altri, e arrivavano addirittura alle Br. "All'epoca Cossiga aveva appena sostituito i vertici del Sisde e del Sismi", ricorderà Pieczenik. "Il sospetto del ruolo della P2 è venuto in seguito, quando un sedicente consigliere dell'Ambasciata argentina a Was­hington mi avvicinò proponendomì di lavorare per il governo di Buenos Aires e mi parlò nel dettaglio di fatti del caso Moro che erano stati discussi solo nelle stanze romane di Cossiga". E il ruolo delle Brigate rosse in questo contesto? "Le Br sono state strumentalizzate, e hanno dimostrato grossa ingenuità".

Recentemente Piecznik è tornato sull’argomento concontrastanti e sorprendenti dichiarazioni, riprese daMarco Dolcetta in un articolo sull’Unità del 9 maggio scorso “Quando arrivai mi resi subito conto che il Paese era nel caos. Scioperi continui, manifestazioni sindacali ed estremisti di sinistra, mentre l'apparato dello Stato rimane in mano a vecchi fascisti che poi mi sono reso conto erano stati infiltrati dalla P2. Fra l'altro ho potuto constatare con il ministro dell'Interno di allora, Cossiga, che costui non aveva nessuna strategia nè alcun piano d'azione. Quello che mi aveva sorpreso in quei giorni è che i gruppi fascisti tenevano in permanenza le leve del potere in Italia. Mi resi conto in fretta che anch'io ero poco al sicuro… Mi ero quindi reso conto che le Br avevano degli alleati all'interno della macchina dello Stato. Dopo qualche riunione che consisteva nell'identificare il centro di gravità attorno al quale la storia del rapimento girava, ho subito capito che le forze conservatrici volevano la morte di Moro, le Br lo volevano vivo, i comunisti invece, la loro posizione era quella della fermezza politica. Francesco Cossiga lo voleva sano e salvo ma mi diede carta bianca per elaborare una strategia. Il primo punto della mia strategia consisteva nel guadagnare del tempo, mantenere in vita Moro e al tempo stesso il mio compito era di impedire l'ascesa dei comunisti di Berlinguer al potere, ridurre la capacità degli infiltrati nei Servizi e immobilizzare la famiglia Moro nelle trattative […..]Tutto il sistema italiano era inaffidabile. Negli incontri al vertice, avevo di fronte quella che mi veniva presentata come l'elite dirigente, dei dinosauri dell'epoca mussoliniana e i loro giovani cloni. Erano soprattutto i membri dei Servizi. Anche i Servizi Segreti del Vaticano mi avevano detto di fare molta attenzione [.......] Lessi le molte lettere di Moro e i comunicati dei terroristi. Vidi che Moro era angosciato e stava facendo rivelazioni che potevano essere lesive per l’Alleanza Atlantica. Decisi allora che doveva prevalere la Ragion di Stato anche a scapito della sua vita. Mi resi conto così che bisognava cambiare le carte in tavola e tendere una trappola alle Br. Finsi di trattare. Decidemmo quindi, d'accordo con Cossiga, che era il momento di mettere in pratica una operazione psicologica e facemmo uscire così il falso comunicato della morte di Aldo Moro con la possibilità di ritrovamento del suo corpo nel lago della Duchessa. Fu per loro un colpo mortale perché non capirono più nulla e furono spinti così all'autodistruzione. Uccidendo Moro persero la battaglia. Se lo avessero liberato avrebbero vinto. Cossiga ha approvato la quasi totalità delle mie scelte e delle mie proposte e faceva il tramite con Andreotti". VEDI vuotoaperdere.org

Di essere stato condannato lo sa anche il povero Moro e crede anche lui a un complotto e si sconforta e scrive lettere amare edisperate. Ma anche piene di accuse precise. Il nome del burattinaio è lì sotto gli occhi di tutti, un nome che fa paura, perché è quello di un uomo potente, inamovibile, eterno, perché si sa: il potere logora solo chi non ce l’ha. Lui è il grande tessitore di questa trama e chiunque si avvicini alla verità muore. Ben lo sa Mino Pecorelli e anche lui, il generale Dalla Chiesa. Lui che in questa storia c’è entrato solo in seconda battuta, quandoormai Moro era morto.

 

Era l’ottobre di quel lontano 1978e improvvisamente lo scenario delle indagini cambiò e da Roma si saltò a Milano, in un nuovo covo delle BR, in via Montenevoso 8. Come ci si era arrivati? In un modo davvero rocambolesco: un terrorista pasticcione, Lauro Azzolini, dimentica il suo borsello in un autobus di Firenze e dalle carte che ci sono dentro, attraverso una serie di indagini, si arriva al covo milanese. Sembra una favola della buonanotte, lo so, o una puntata di C.S.I.. In realtà forse si è voluto coprire l’infiltrato che ha fatto la soffiata. Così almeno parrebbe dal rapporto di Dalla Chiesa del 14 ottobre ‘79 al Ministro dell’interno. Il generale scrive: "L’opera di infiltrazione e di penetrazione nella struttura organizzativa delle principali organizzazioni eversive, già avviata proficuamente nel precedente periodo, si è rivelata, specie negli ultimi tempi, più aderente ed efficace. La struttura monolitica e impenetrabile delle organizzazioni eversive non costituisce, ormai, motivo di accentuata preoccupazione e significativi sono, a tal fine, anche i crescenti atteggiamenti di collaborazione con gli inquirenti assunti da elementi arrestati gravitanti nell’area dell’Autonomia organizzata… Anche l’impenetrabilità delle BR appare scalfita e compromessa, specie a livello verticistico». Ma si parlerebbe qui dei brigatisti “veri”, evidentemente, non delle BR “parallele” quelle guidate da ben altri vertici e che avrebbero gestito il sequestro Moro.

 

I misteri di via Montenevoso

Ci sono un sacco di documenti interessanti in quel covo di Milano e tutti a portata di mano. Documenti che riguardano la prigionia di Moro e i suoi memoriali, in cui ci sono accuse precise, prove e soprattutto nomi. Quel ritrovamento potrebbe sembrare pilotato, guidato, preparato e tuttavia, in una intervista rilasciata da Franco Bonisoli a Giorgio Bocca (VEDI rifondazione- del 14 marzo 1998 a una precisa domanda di Bocca il brigatista risponde minimizzando i dubbi. Dalle sue parole tutto sembra casuale, non ci sono segreti, le BR non sono consapevoli di quello che fanno, non sanno nulla di politica, vivono solo di slogan….dei deficienti, insomma, che hanno solo avuto fortuna: bisogna davvero leggerla tutta con attenzione. (VEDI rifondazione)Qui ne abbiamo riportato solo un pezzetto: leggiamo direttamente domanda e risposta:

Dom. Sono anni, lei lo sa bene, che si parla del caso Moro come di un grande irresolvibile complotto. Dopo avere deriso per anni la vostra invenzione del Sim, Stato imperialista delle multinazionali, l'informazione, i processi, i politici hanno fantasticato e ipotizzato sul complotto internazionale per non scoprire la prigione di Moro, per far sparire i suoi memoriali. Lei fu uno che ebbe il compito di portare a Milano il memoriale dattiloscritto e i brogliacci che furono successivamente trovati nel "covo" di via Montenevoso. Che cosa c'è di vero in questa misteriosa vicenda in cui la fanno da protagonisti Andreotti, il generale Dalla Chiesa, i servizi segreti nostri e americani?
Risp."Spesso nelle ricostruzioni dei fatti dalle cose minime si passa alle massime. In quei giorni erano state scoperte casualmente alcune delle nostre basi. Non dalla polizia, ma da un vigile del fuoco chiamato per un incendio nel caseggiato o da un vigile urbano che doveva compiere un controllo. E capitò che così venisse trovato del materiale lasciato su un tavolo, su un letto. Decidemmo che le carte dovevano sempre essere tenute al chiuso, in una valigia, in un cassetto. Fui io a portare in valigia da Roma a Milano le carte del sequestro Moro. Il dattiloscritto lo usammo per fare un opuscolo, le carte degli interrogatori le chiudemmo nel vano sotto una delle finestre. Era un buon nascondiglio, stucco e pittura del muro erano stati fatti con attenzione".

E lì furono trovati qualche anno dopo l’irruzione, durante dei lavori di restauro nell’appartamento.

Ma c’è qualcosa di poco chiaro nel primo ritrovamento dei documenti, nell’ottobre del 1978. A creare confusione sono le due diverse versioni degli avvenimentiofferte dall’ex capitano dei carabinieri Roberto Arlati e dal defunto colonnello Umberto Bonaventura, che per primi irruppero nel covo.

Durante l’udienza della commissione che vaglia il caso Moro il colonnello Umberto Bonaventura fa alcune rivelazioni inquietanti. La commissione èsempre quella presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino e quegli atti meritano di essere letti tutti. Ma la figura del colonnello Bonaventura è davvero interessante: sia detto per inciso è colui che gestì per ben 18 giorni, all’insaputadella magistratura, il pentito Leonardo Marino, quello che accusò Sofri, Bompressi e Pietrostefani dell’omicidio Calabresi. Tanto per capirci. Ma torniamo alla sue dichiarazioni: dunque il colonnello Bonaventura dice di aver fatto prelevare, fotocopiare e riportare a posto le carte prima dell'arrivo sul posto del magistrato Ferdinando Pomarici. Lo ammette con tranquillità ad un incredulo e boccheggiante sen. Pellegrino. Forse non si rende conto della portata di quello che dice: è troppo impegnato a ribadire più e più volte ( davvero troppe!) che non ci sono infiltrati in quella operazione. Due mesi dopo, interrogato dalla Procura di Roma, Bonaventura si corregge e afferma di essere ''incorso in un errore di ricordo''.

La commissione presieduta dal senatore Pellegrino quando ascolta i giudiciPomaricie Spataro, sente il bisogno di sottolineare tutti i dubbi “ Introducendo l'audizione osservo che su questo problema del modo con cui i carabinieri e la magistratura milanese individuarono il covo di via Monte Nevoso, effettuarono il noto blitz, e rinvennero importante documentazione relativa alla vicenda Moro, la nostra Commissione si è già attivata da tempo proprio per il fatto che rispetto al modo con cui tutto questo si è verificato ci siamo trovati di fronte ad una pluralità di versioni tra loro non corrispondenti. Mi riferisco innanzitutto al rapporto con cui il reparto operativo dei carabinieri riferì alla magistratura milanese sulle modalità con cui il covo era stato individuato (rapporto giudiziario del 13 ottobre 1978, firmato dal Comandante maggiore Valentino Formato); personalmente avevo trovato una versione abbastanza diversa dei fatti in un libro di memorie del generale Morelli "Gli anni di piombo"; un'altra versione fu quella data dal generale Dalla Chiesa quando fu audito dalla Commissione Moro; un'ulteriore versione risultava da informative della polizia inviate al Ministero dell'interno. Nell'incertezza dedicammo buona parte dell'audizione del generale Bozzo - che era stato uno dei maggiori collaboratori del generale Dalla Chiesa - a questo problema. Il generale Bozzo ci offrì una quinta versione che, per la verità, si avvicinava molto a quella fornita dal generale Dalla Chiesa e ci diede anche una spiegazione del perché c'era questo scarto di versione. Andando un po’ a memoria e quindi forse rischiando qualche inesattezza, ci disse che i carabinieri autori del rapporto giudiziario facevano parte del reparto operativo dei carabinieri di Milano, non si trattava quindi dei carabinieri dei nuclei di Dalla Chiesa. Aggiunse anche che loro non facevano rapporti di polizia giudiziaria e che in realtà si appoggiavano ad un determinato reparto che era al corrente delle cose che gli dicevano e che non sempre informavano di tutto. Inoltre il generale Bozzo sottolineò in particolare che fra i nuclei di Dalla Chiesa ed il reparto operativo dei carabinieri di Milano intorno alla vicenda di via Monte Nevoso c'erano stati forti contrasti per cui Bozzo attribuì ai suddetti contrasti anche il modo non efficace, non efficiente con il quale fu eseguita la perquisizione in tale covo. Il generale Bozzo ci disse che il generale Morelli aveva voluto scrivere un libro di memorie, ma senza nessuna ambizione di precisione documentale e che la polizia non sapeva niente e aveva attribuito a informative riservate, di cui i carabinieri erano in possesso, il successo dell'operazione di via Monte Nevoso al fine di sminuirne l'importanza….”Continua poi sottolineando come la procura di Firenze non fosse venuta a capo di nulla circa il borsello dell’Azzolini. Ma c’è una deposizione dei giudici Pomarici e Spataro, checonsigliamo di leggere, che spiega tutto il lungo e interessante lavoro svolto dalla squadra investigativaeche ha portato al covo milanese.

Circa la deposizione del colonnelloBonaventura e delle carte portate via per essere fotocopiate e poi riportate prima che le vedesse il giudice istruttore Ferdinando Pomarici, questi - sentito insieme al collega Spataro nel marzo 2000 a San Macuto - afferma di essere arrivato in Via Montenevoso ''a distanza di un'ora piu' o meno'' dalla scoperta del covo. E aggiunge: ''L'intervento in via Monte Nevoso avviene verso le nove del mattino. Ero stato preavvertito che quell'intervento sarebbe avvenuto dal Procuratore della Repubblica. Il generale Dalla Chiesa aveva preavvertito il procuratore della Repubblica e gli aveva chiesto che il pubblico ministero fosse immediatamente disponibile ed io ero gia' pronto. Dopo di che avviene la sparatoria in via Pallanza. Dopo essermi recato li' - precisa Pomarici alla commissione Stragi- ritorno in via Monte Nevoso''VEDI almanaccodeimisteri.info

Il colonnello Bonaventura morirà d’infarto nel 2002 - qualcuno potrebbe dire che si tratta di una molto opportuna coincidenza - prima di essere sentito dalla commissione Mitrokhin.

Ma Roberto Arlati, il capitano dei carabinieri che seguì da vicino tutte le operazioni di via Montenevoso, nel suo libro “Le carte di Moro. Perché Tobagi?” racconta altre verità: credibili o meno non sta a noi stabilirlo, ma certo che le versioni dei fatti sono un po’ troppe, perché sotto non ci sia qualcosa di poco chiaro.

Dalla Chiesa quelle carte di Moro le esamina e si rende conto che sono solo delle copie carbone. Ma gli originali dove sono? Se lo chiede e avanza questo suo dubbio anche alla commissione che indaga sull’assassinio di Moro, quando viene sentito, nel febbraio 1982. E’ lo scrittore Leonardo Sciascia - che ne fa parte - che lo interroga e a lui il generale esprime tutti i suoi dubbi: dal momento che dei documenti si sono trovate solo le copie carbone ( allora si scriveva a macchina!), le trascrizioni originali degli interrogatori di Moro devono pur essere da qualche parte: nei covi non sono state trovate! Ci sarà qualcuno, avanza il generale che avrà “recepito tutto”. Ma non si ferma qui: e le borse di Moro? Dove sono finite? Non sono mai state trovate in nessun covo e nessuno dei brigatisti interrogati ha mai saputo dire che fine abbiano fatto. Il generale sta diventando fastidioso con tutte le sue domande, coi suoi dubbi, con le sue inchieste.

Il 2 aprile 1982 scrive a Spadolini, allora presidente del consiglio, informandolo che dalle sue indagini la corrente democristiana siciliana - che fa capo ad Andreotti - è quella più inquinata dalla mafia. Un mese dopo, il 2 maggio, viene inviato a Palermo come Prefetto. Non tornerà.

 

Ma i misteri di via Montenevoso non finiscono con le carte di Moro. C’è un’altra storia legata a quella strada. Una storia che ormai molti hanno dimenticato: il massacro di Fausto e Iaio, due ragazzi di 19 anni che il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Moro, vengono uccisi, inspiegabilmente e con modalità molto particolari, in viaMancinelli, a Milano. Si fanno molte ipotesi sulla matrice di questo assassinio : i due ragazzi frequentano il centro sociale Leoncavallo, sono due ragazzi di sinistra, due ragazzi per bene, impegnati nella lotta contro la droga nel loro quartiere. Come tanti altri nel centro Leoncavallo. Perché solo a loro, dunque, è destinata questa fine? Ma non è la lotta che loro fanno alla droga che li ha condannati: si parla anche di una pista eversiva fascista. Lo stesso giudice che indaga, Armando Spataro, a proposito degli assassini disse: "Non potevano essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro. Le prime indagini si erano mosse proprio in questa direzione ma ben presto mi accorsi che era un omicidio politico, dove la costruzione del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o nulla".Molto tempo dopo vengono indagati alcuni esponenti romani di gruppi neofascisti. Il punto è: perché mandare dei romani a Milano? Per uccidere due ragazzini?E’ un delitto apparentemente insensato. Apparentemente, appunto. Ma forse invece una spiegazione questo massacro ce l’ha e sta nell’indirizzo in cui abita Fausto: in via Montenevoso al 9. Le sue finestre sono proprio di fronte a quelle del covo: può aver visto qualcosa? O qualcuno? E chi? Non certo le BR…..

La vicenda si è chiusa, dopo 22 anni, con il decreto del 6 dicembre 2000 e l’archiviazione da parte del Giudice delle Udienze preliminari del Tribunale di Milano, Clementina Forleo. La conclusione della Forleo è la seguente:”Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati (Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario diquesti elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni”. In sostanza il giudice ci manda a dire che si conoscono i possibili autori dell’omicidio ma non ci sono prove. Curiosa concidenza però (ma quante coincidenze in tutti questi casi!!!) che il Carminati appartenga alla banda della Magliana e sia indagato per il delitto Pecorelli…..

“Molti, forse troppi indizi. La Forleosegue molte piste, cita le dichiarazioni dei pentiti di destra che negli anni hanno raccontato quel che sanno del delitto del Casoretto ma evitaun atto di coraggio. Non segue le tracce indicate dalla perizia difensiva dell’avvocato di parte civile Luigi Mariani:nuovi accertamenti sulla presenza di Mario Corsi a Cremona,indagini approfondite sulla figura di Massimo Carminati e i suoi legami con il Sismi,il servizio militare, il furto nel caveau del Tribunale di Roma realizzato dallo stesso Carminati con carabinieri e poliziotti nel luglio del 1999 e le centinaia di pagine della Commissione Stragi di Giovanni Pellegrino sulla banda della Magliana e sui rapporti con i neofascisti romani.” VEDI.retedigreen.com

 

Ancora oggi, dunque, la veritàsu questo efferato duplice delitto resta sconosciuta, ma forse perché essa fa parte di una verità molto più grande e custodita ad ogni costo. E tuttavia, in quel lontano 1978qualcuno l’ha fiutata: il giornalista dell’Unità Mauro Brutto si appassiona al caso “Fausto e Iaio” e scopre evidentemente qualcosa che non può essere conosciuta, visto che viene ucciso da un pirata della strada il 25 novembre di quello stesso 1978 e il suo borsello, con tutte le carte, viene rubato dal luogo dell’incidente e poi ritrovato vuoto altrove. E che sia stato ucciso determinatamente è testimoniato dai presenti, che raccontano come la macchina bianca abbia puntato direttamente su di lui e l’abbia investito volontariamente,per poi dileguarsi a folle velocità. Perché? Forse anche a lui quella coincidenza di indirizzo non è passata inosservata? Infatti se è solo un caso che Fausto abiti in via Montenevoso al 9,come si dice nel decreto di archiviazione della Forleo, qualcuno mi deve spiegare perché Brutto che indaga su questo omicidio viene a sua volta ucciso: anche lui dai neofascisti romani? Ma andiamo!! E quelli come sanno che sta indagando su di loro?? O qualcuno è davvero convinto che sia una mera coincidenza anche questa morte?

Se Brutto ha scoperto una piccola parte di una grande, pericolosaverità che sta dietro a questo omicidio, c’è chi come il generale Dalla Chiesa forse la conosce tutta. Pezzetto a pezzetto deve aver rimesso insieme tutto il puzzle. E’ possibile che sia per questo che viene mandato in Sicilia a morire. O vogliamo parlare di un’altra coincidenza?

Ma il generale sa che non è una coincidenza essere finito in trappola e lo dice chiaramente. Ha valutato forse che ormai, per lui,il silenzio tenuto per tanto tempo è diventato molto pericoloso. La sua intervista con Giorgio Bocca di quel fine agosto 1982 è un grido d’aiuto,una esplicita denuncia, ma anche una incauta minaccia. Il generale ha pensato forse che i mandanti si fermeranno, davanti alla sua testimonianza, davanti al suo “Mi hanno lasciato solo!”, pensa che avranno timore di fare un gesto estremo. Non è così. Davanti a sé ha gente che ormai ha perso il senso dell’umana pietà e del rispetto per la vita: mandanti e assassini sono gente morta, gente perduta, che non crede ad altro che al proprio potere. E freddamente viene eliminato, insieme a sua moglie.

Non senza ragione pochi giorni dopo, sul luogo dell'attentato, una mano disperata scrive su di un cartello “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

Non solo dei palermitani, purtroppo.

 

Per qualche approfondimento

 

http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed487/s180.htm

http://www.adnkronos.com/IGN/UGC/?ugcfid=1931

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/stampa/stampaPuntata.aspx?id=350

http://digilander.libero.it/infoprc/dallachiesa003.html

http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/cronaca/anniversario-dalla-chiesa/anniversario-dalla-chiesa/anniversario-dalla-chiesa.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Alberto_Dalla_Chiesa

http://www.misteriditalia.com/casomoro/

www.archivioflamigni.org.

http://www.casomoro.it/cossiga.htm

http://frillieditori.com/books/neisecolifedele_prefa.htm

http://www.ecn.org/fausto-jaio/
http://www.leoncavallo.org/
http://www.faustoeiaio.org/