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Trent'anni dal caso Moro - Seconda parte
ricostruzione e analisi
 
Di Barbara Fois

 

Il processo all’ostaggio Aldo Moro

Già dal primo comunicato, le BR annunciano il processo allo Stato Imperialista delle Multinazionali ( che chiamano con la sigla SIM), attraverso quello del suo rappresentante, nella persona dell’on. Moro. E’ un testo lungo, verboso, confuso e terribilmente noioso. Ma, spogliato da tutto il pattume pseudo rivoluzionario, si intravvede una analisi politica non troppo banale. Aldilà dei nomi ridicoli e delle sigle il discorso è che si sta passando a forme di organizzazione politica ed economica mondiale che travalicano i confini del vecchio stato-nazione “Questo ambizioso progetto per potersi affermare necessita di una condizione pregiudiziale: la creazione di un personale politico-economico-militare che lo realizzi. Negli ultimi anni questo personale politico strettamente legato ai circoli imperialisti e' emerso in modo egemone in tutti i partiti del cosiddetto "arco costituzionale", ma ha la sua massima concentrazione e il suo punto di riferimento principale nella Democrazia Cristiana. La DC e' cosi' la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato... E' sulla macchina del potere democristiano, trasformata e "rinnovata", e' sul nuovo regime da essa imposto che dovra' marciare la riconversione dello Stato-nazione in anello efficiente della catena imperialista e potranno essere imposte le feroci politiche economiche e le profonde trasformazioni istituzionali in funzione apertamente repressiva richieste dai partner forti della catena: Usa, RFT. “

Insomma stiamo parlando di globalizzazione, di creazione di una casta politica trasversale ai partiti e siamo nel 1978. Qualcosa non torna con l’immagine di “ alcuni giovani di poca cultura e di pochi mezzi “ come li ha definiti Bocca, dando retta a Moretti. Eppure è così che si sono descritti alcuni brigatisti. “"Forse gli interpreti politici e intellettuali del caso Moro sono stati fuorviati dai nostri documenti, dalle nostre risoluzioni strategiche in cui, per ragioni di propaganda, entravamo nei dettagli della politica italiana, sembravamo interessati a tutti i suoi risvolti. In realtà eravamo molti più schematici. Per noi la Democrazia Cristiana era lo Stato che faceva parte del Sim, Stato imperialista delle multinazionali e il Partito comunista, il compromesso storico non erano che una delle forme, delle manovre di questo superpotere". Ha detto Bonisoli, in una intervista sempre a Giorgio Bocca e ha continuato “Nei nostri documenti ideologici e propagandistici noi fingevamo di avere delle visioni globali. Non a caso la nostra direzione si chiamava strategica. In realtà seguivamo la logica del passo dopo passo seguita nel crescere delle Brigate rosse. Per noi qualsiasi azione destabilizzante dello Stato era un passo avanti, un passo che doveva essere fatto". Insomma: si tratta di un gruppo di ragazzotti che gioca alla rivoluzione e tutto quel che fa è frutto del caso, di fortuna o di stupidità degli altri. Nella sua audizione alla Commissione stragi, Morucci addirittura sostiene che quel giorno in via Fani loro non sapevano nemmeno se le macchine di Moro e della scorta sarebbero passate da lì e che quindi se avessero fatto un’altra strada loro avrebbero provato l’indomani o i giorni a seguire. E che sono stati fortunati che sia successo proprio il primo giorno che provavano l’agguato. Ma questa non è semplice fortuna, questa è fortuna con la C maiuscola!! E se il convoglio non fosse passato da via Fani? Avrebbero bucato le gomme del furgoncino del fioraio ogni notte? Il colonnello Guglielmi sarebbe andato a pranzo dal suo fantomatico amico alle 9 del mattino tutte le mattine a venire? La Sip avrebbe interrotto il servizio telefonico ogni mattina alle 9? E quelli travestiti da personale dell’Alitalia avrebbero mantenuto quel travestimento, o che altra divisa avrebbero messo? Si sarebbero vestiti da pompieri, crocerossine, cuochi o che altro?

E’ evidente che questi signori mentono ancora una volta e preferiscono minimizzare, normalizzare, banalizzare, il proprio ruolo e le proprie imprese. E non certo per timore di finire in galera! Sono tutti già stati processati, giudicati e scarcerati da un bel pezzo. Ognuno ha scritto le sue memorie, è stato in TV, ha rilasciato interviste, eppure non ha smesso di coprire, nascondere, proteggere qualcosa ( o qualcuno) che c’è dietro e che solo si intuisce, ma che, pena la loro vita, non deve essere conosciuto da altri e tanto meno da quel “popolo”, abusivamente in nome del quale dicevano di agire.

Anche il pm Antonio Marini, che assieme a Franco Ionta continua a indagare su quella strage, è di questo parere "i brigatisti proteggono ancora qualcuno", insiste con sicurezza.


Ma torniamo al processo: ogni comunicato BR aggiorna sullo “status quaestionis”, cioè su a che punto sta l’interrogatorio del prigioniero. Dall’altra parte abbiamo le lettere dell’ostaggio e quindi è possibile vedere lo svilupparsi della vicenda, osservata da due punti di vista diversi.

Nel secondo comunicato delle BR, del 25 marzo, c’è poi quella indicazione finale sull’uccisione di Fausto e Iaio, di cui parlavamo prima, e mentre le ricerche in questi primissimi giorni si occupano della pista degli spacciatori di droga e del mondo dei drogati, a cui si pensa i due ragazzi abbiano dato noia, con il loro lavoro al Leoncavallo proprio contro il mondo dello spaccio, i brigatisti già parlano dei “sicari del regime”. Cosa sanno che nessuno sa ancora? E chi sono questi sicari? I fascisti? I servizi segreti? Dei killer prezzolati? Ma da chi? O è solo l’ennesima sparata così, a caso ( o a naso)?

Fino a questo momento Moro non ha ancora scritto niente. La prima lettera, anzi le prime tre lettere vengono recapitate il 29 marzo.

Nel frattempo il 26 marzo è stata domenica di Pasqua, ma nell’omelia del papa non c’è alcun cenno a Moro e agli uomini della sua scorta. Eppure sono passati solo dieci giorni. E’ davvero incredibile e inquietante questo silenzio: una situazione così straordinaria forse avrebbe giustificato una infrazione alla rituale liturgia. Sarebbe stato un segno di umanità. Ma forse si pensò che potesse essere interpretato come un atto di debolezza. Ignorando tutta la faccenda si voleva forse apparire forti e superiori agli occhi dei terroristi. Ma agli occhi delle vittime nessuno pensò. Nessuno si occupò di come potevano sentirsi tradite e abbandonate quelle povere famiglie affrante dal dolore, quel pover’uomo chiuso in un budello senz’aria. E’ vero quello di cui si lamentano i familiari delle vittime, di tutte le vittime di tutti i terrorismi: si parla sempre degli assassini ma non di loro. Si analizzano le motivazioni, i sentimenti, i pensieri dei carnefici, ma non quelli delle vittime e dei loro familiari. Quindi tacere il giorno di Pasqua di tutto quello che era avvenuto e stava avvenendo non è stato un atto di forza, ma un atto di debolezza. Nascondere un problema lo è sempre.

Lo Stato e la chiesa hanno fatto questo enorme errore: quello di credere di poter nascondere la loro debolezza, indecisione, incapacità dietro il muro dell’intransigenza e che questa fosse di per sé una dimostrazione di forza. Si sono lasciati trascinare sul piano della violenza a fare un braccio di ferro con degli assassini, invece che scegliere la via del ragionamento, della trattativa, dell’umanità. Sollevare il tono dello scontro, spostarlo su un piano più alto di civiltà e di umanità, avrebbe destabilizzato le BR, già divise al loro interno e le avrebbe isolate Se lo avessero fatto sarebbero stati vincitori. Vincitori davanti alla gente e davanti alla Storia. E almeno Moro sarebbe stato salvo. Ma proprio in quella scelta sbagliata si è dimostrata tutta la loro pochezza… o la loro malafede.

Infondo ha ragione Morucci quando dice che le BR “credevano più loro nello Stato di quanti erano nello Stato”. Forse è anche per questa cinica disumanità, che cominciò a circolare fra la gente uno slogan molto pericoloso “né con lo Stato, né con le BR”. Non ci si voleva schierare con degli assassini, ma nemmeno con la classe politica che rappresentava lo stato, uno stato freddo, insensibile e disumano, così lontano dal cuore, dai sentimenti e dalle paure della gente in quel momento. Quell’errore, quell’eccesso di durezza è costato caro agli uni e agli altri. Ha allontanato la gente da entrambi i fronti.

Ma torniamo a quelle prime tre lettere, perché rappresentano gli archetipi di tutta la corrispondenza di Moro: lettere ai familiari, agli amici e ai potenti del suo partito e della politica in genere. Nella prima lettera, indirizzata alla moglie fa gli auguri pasquali a lei e alla sua famiglia e poi dice di sé “Io discretamente, bene alimentato ed assistito con premura.” Il prigioniero dice la verità? Parrebbe di no, da quanto raccontato dall’onorevole Fragalà alla Commissione Moro, all’interno della Commissione stragi (CM, da adesso. Le audizioni che citiamo risalgono agli anni intorno al 1998 ). L’informazione arriva da una intercettazione “ambientale” su due brigatisti all’Asinara, ma si ignorano le identità dei due brigatisti, il che è grottesco: si mettono sotto sorveglianza dei brigatisti, si ascolta e si trascrive quel che dicono IN UN CARCERE, non in una strada di passaggio e non si sa chi siano?? Assurdità su assurdità. Leggere gli atti per credere. Comunque, da queste intercettazioni parrebbe che, almeno nella fase iniziale, le cose si siano svolte in modo diverso dalla cortese premura di cui parla l’ostaggio. Riportiamo qui la notizia per dovere di cronaca, ma date le circostanze in cui queste informazioni sono state acquisite e riportate ( la trascrizione di questa intercettazione, approdata agli atti della CM senza il nome di chi la fece e nemmeno quello dei due brigatisti che parlavano), ci sentiremmo di dire che sembra più una leggenda metropolitana, che una realtà appurata:

FRAGALA’. Signor Presidente, secondo me dalla lettura emerge che si tratta di brigatisti che avevano partecipato al sequestro Moro perché per esempio, dicono che per tutta la prima notte Moro - al quale non fu torto un capello e fu sempre trattato bene, servito e riverito -, per distruggerlo psicologicamente, fu fatto rimanere in piedi e insonne e che per quel fatto ebbe un crollo psicologico; parlavano poi ampiamente delle famose bobine delle quali lo stesso Valerio Morucci ha confermato l'esistenza nel 1993, le bobine dell'interrogatorio di Moro... La domanda è questa, queste bobine furono bruciate a Moiano oppure no?”

MORUCCI. No. A quanto mi sembra di aver letto da qualche parte su dichiarazioni di Bonisoli e di Azzolini, sembra che la registrazione si sia interrotta praticamente subito vista l'impossibilità di interrogare Moro. Non si era all'altezza e il tentativo è stato abbandonato. Si è lasciata poi una serie di domande all'onorevole Moro il quale poi rispondendo ha scritto quel suo memoriale successivamente rintracciato in via Monte Nevoso. Queste bobine registrate nei primi giorni costituivano poca cosa…”

Sembra che Moro non rispondesse subito alle domande. Che ci pensasse per tempi lunghissimi, per delle ore. Così la registrazione era impossibile e inutile. Nella sua audizione anche Maccari parlerà della fatica di trascrivere poi questo primo interrogatorio, registrato con apparecchi di fortuna. Una fatica tanto grande quanto inutile, tanto che da subito si lasciò perdere. Ma nessuno dei brigatisti ha mai detto che fine fece quel nastro o quei nastri.

Si lasciò dunque che il prigioniero mettesse per scritto le proprie risposte, con tutte le sue argomentazioni e i suoi commenti. Questi scritti costituiscono il cosiddetto “Memoriale”, il cui testo completo fu ritrovato nel covo di via Montenevoso, a Milano, e solo casualmente, nel 1990.

Ma di che si parlava negli interrogatori? Che cosa volevano sapere i Brigatisti?

Dice Morucci nella sua audizione:” Si trattava di domande per esteso del tipo: «Quanto la Democrazia cristiana è coinvolta con il Sim? Quanto è coinvolta nelle stragi di stato? Quali sono i canali decisionali?” al che il Presidente della Commissione Pellegrino dice “Lei e altri brigatisti avete sempre sostenuto che in realtà Moro non vi avesse detto sostanzialmente nulla o che, per lo meno, non avesse dato conferma dell'esattezza del modello teorico del Sim, che era la cosa cui voi tenevate. Si tratta di una valutazione che personalmente non condivido. Non mi sembra affatto che Moro non vi abbia detto niente, anzi vi ha detto moltissime cose e soprattutto abbiamo capito che ciò era accaduto quando a via Monte Nevoso è stata trovata la seconda parte del memoriale, l'edizione integrale e non quella purgata. La mia domanda è questa: potevano essere così cieche le Brigate rosse da non capire la deterrenza politica che era all'interno delle cose che Moro riconosceva, perché parlò di Gladio, parlò con estrema precisione della strategia della tensione, parlò della connivenza e della compiacenza di settori della Democrazia cristiana con la strategia della tensione, parlò di responsabilità interne e internazionali nella strategia della tensione. Perché avete sempre detto, e in qualche modo confermato un’opinione comune, a mio avviso sbagliata, che Moro non aveva detto nulla? O che per lo meno che le cose che diceva non erano utili? Ad un certo punto poi in una delle sue successive audizioni sul memoriale diceste: «Ad un certo punto avemmo l'impressione che il Sim avesse condannato a morte Moro». Questi in qualche modo in una dimensione internazionale poneva le sue dichiarazioni e l'idea che quel mondo lo condannasse a morte non avrebbe dovuto fungere da deterrente all'intenzione di ucciderlo?

Al che Morucci ribatte:” Signor Presidente, a questa domanda potrebbe rispondere molto meglio di me la «Sfinge», ossia Mario Moretti. All'epoca non ero messo a conoscenza di quanto Moro andasse scrivendo o dicendo. Ho letto parte di questo memoriale in carcere quando è stato allegato agli atti durante il processo. Posso dire che Moro non ha detto ciò che le Brigate rosse volevano sentire: ha parlato di una Democrazia cristiana completamente disorganizzata, di sezioni che non c'erano, di enormi difficoltà a far marciare le cose, di una Democrazia cristiana connivente in traffici, come ha detto lei, connivente con la strategia della tensione. Bene, tutte queste cose - per quanto viste oggi e viste con un'altra ottica possono essere rilevanti - contraddicevano l'assunto teorico delle Brigate rosse perché mostravano una Democrazia cristiana assolutamente impastoiata nei problemi di sempre. …… Posso immaginare la delusione di Moretti nel leggere quello che scriveva Moro, perché Moro stava dicendo la verità, ma non era quella che volevano le Brigate rosse. La fine di questa vicenda mostra la scarsa capacità di analisi politica del ceto dirigente delle Br (altrimenti non sarebbe finita in quel modo), il quale non ha saputo neanche cogliere, in un momento di contraddizione dell'assunto, degli elementi che potevano comunque essere utilizzati e reinquadrati, rivisitando le teorie per corroborare la propria azione. Anche perché, oltre alla scarsità di capacità politica, c'era anche una certa pressione, cioè si stava attenti a ciò che succedeva rispetto alla conclusione, allo svilupparsi di quella vicenda molto più che non a quanto Moro potesse corroborare le ipotesi delle Brigate rosse. Quindi, la concomitanza di questi due fatti probabilmente ha condotto all'incapacità di leggere ciò che lì era scritto…..”

A questo punto interviene di nuovo l’on. Fragalà e riportiamo qui per intero l’interessante dialogo:

FRAGALA’: “Mi scusi, Morucci, lei ha appena detto al Presidente di non conoscere ciò che scriveva e diceva Moro. Ma lei era il postino, che addirittura portava delle lettere i cui destinatari, dopo averle lette, le restituivano. E’ vero questo?” …………

MORUCCI. E’ abbastanza improbabile. Io lasciavo in alcuni posti le lettere che poi venivano ritirate da queste persone.

FRAGALA’. Lei non ha mai consegnato direttamente queste lettere?

MORUCCI. Assolutamente, questo sarebbe fuori da ogni criterio di sensatezza, più che di sicurezza.

FRAGALA’. Lei leggeva le lettere?

MORUCCI. Certo.

FRAGALA’. Quindi lei conosceva tutte le lettere di Moro, nel cc del sequestro.

MORUCCI. Onorevole Fragalà, visionando le carte ritrovate in via Monte Nevoso, ho scoperto che molte delle lettere scritte da Moro non mi erano state consegnate. Quindi, a monte, c'era un vaglio di queste lettere e una decisione da parte di Moretti di darmele per la consegna o meno. Le lettere scritte da Moro sono molte di più di quelle che ho consegnato. Ma io questo l'ho scoperto successivamente: all'epoca ero convinto che tutte le lettere scritte da Moro venissero consegnate. Invece non era così.

FRAGALA’. Lei ha fatto le fotocopie delle lettere che ha consegnato? ……………

MORUCCI. Sì, ma le restituivo a Moretti.

Dunque le lettere venivano collocate e nascoste in alcuni posti e poi venivano avvisati gli interessati di ritirarle, un po’ come per i comunicati, insomma. Degli originali si facevano le fotocopie in modo che costituissero tutte insieme una sorta di dossier…. Il testo di alcune lettere autografe è stato ritrovato anche dattiloscritto: è evidente che se ne voleva avere anche una copia più leggibile. Perché ci sembra non credibile che il testo fosse scritto dalle BR e poi fatto copiare da Moro: lo stile di scrittura, il lessico, la scelta degli aggettivi direi che sono del leader democristiano, confrontando quello delle lettere ad altri scritti. Ma la cosa più interessante è che perfino Morucci, il “postino”, non era a conoscenza di quali e quante lettere fossero state scritte da Moro. E lui stesso dice che lo ha saputo solo dopo, quando sono uscite fuori tutte le carte dal covo di via Montenevoso. Era Moretti a scegliere ciò che doveva essere consegnato, non si sa secondo quale criterio. Infatti a leggere quelle non consegnate si vede che sono state scartate soprattutto le lettere personali alla famiglia, o quelle a politici, ma che comunque erano, nella sostanza, una ripetizione di altre già spedite. Ma era Moretti a scegliere o l’Esecutivo nazionale, con sede a Firenze? E chi ne faceva parte? E dove si riuniva il gotha delle BR? Domande che non hanno ancora avuto risposta, dato che Moretti non ha mai parlato davanti alla commissione d’inchiesta.

L’organizzazione delle BR era divisa gerarchicamente in brigate di quartiere che poi tutte insieme davano vita a una colonna, ma ciascuna di queste “cellule” è come una monade leibniziana, ha una attività interna, ma non legami esterni. Poi ciascuna di queste colonne aveva un capo e al sommo di tutto stava un esecutivo. Ma ciascuna di queste parti, brigate di quartiere, colonne o come si chiamino, non conosceva le altre né chi stava in cima alla piramide. Solo il responsabile di ciascuna cellula conosceva il suo diretto superiore e basta. Tutto questo per motivi di segretezza e sicurezza: dato che nessuno – se non i vertici – conosceva tutti gli appartenenti all’organizzazione, questa non poteva essere distrutta da una singola denuncia. Ma questo sistema aveva un rovescio preoccupante: era una pacchia per chi si volesse infiltrare in “alto loco”! E sì, perchè più si stava in basso nella piramide e meno si sapeva e si doveva solo obbedire pedissequamente agli ordini. Ma se gli ordini venivano da chi non era affatto un brigatista? Come avrebbero potuto saperlo i manovali del crimine? Se ne sarebbero accorti solo dopo, quando era troppo tardi, quando il male era fatto e potevano solo dissociarsi e uscirne…… Quindi io sarei propensa a credere che più che una “etero” conduzione, ci fosse una conduzione unica, che sapeva benissimo cosa fare e dove andare e si servisse di ragazzotti – quelli sì – di poca sostanza e intelligenza, ma di molto fanatismo. Alcuni di questi si sono resi conto che c’era qualcosa che non andava e ha cercato di opporsi, anche durante lo stesso sequestro, ma senza poterne evitare l’epilogo tragico.

Nel primo gruppo delle lettere di Moro consegnate il 29 marzo ce n’è anche una indirizzata a Cossiga e che doveva restare riservata e che invece fu resa pubblica insieme al terzo messaggio delle BR del 29 marzo. Scrive Moro “….Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione - mi è stato detto con tutta chiarezza - che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in termini politici, ma che diventa sempre più stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare quindi fino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della DC nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere. Nella circostanza sopra descritta entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato….. io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni….” Quindi argomenta l’utilità e la necessità di una trattativa, utilizzando anche la Santa sede:” Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? di chi?) potrebbe essere utile. Converrà che tenga d'intesa con il Presidente del Consiglio riservatissimi contatti con pochi qualificati capi politici, convincendo gli eventuali riluttanti” Lascia perplessi questa ammissione di Moro: cosa vuol dire che non conosce il modo del suo “prelevamento”? E’ stato narcotizzato? Non ha visto nulla di quanto è successo? Parrebbe così, visto che in una lettera parlerà della sua scorta in termini duri, sottolineandone l’inadeguatezza. Sembra assurdo che parli così di cinque uomini che sono morti per lui. D’altra parte nella sua audizione Maccari nega assolutamente che Moro sia mai stato narcotizzato. Parla invece di un suo stato confusionale di shock e di una sua desolata rassegnazione, di una sua incapacità a reagire, di una sua disarmante mitezza. Forse coi suoi sequestratori, ma non certamente coi suoi compagni di partito, che non a torto considera i maggiori colpevoli del suo attuale stato di prigionia.

L’assunto di Moro è questo: hanno preso me solo perché sono il presidente della DC, non perché io sia più colpevole di altri. Tutta la sua autodifesa si basa su questo: sul fatto che stanno processando non lui ma tutta la DC e dunque il suo partito deve farsene carico e fare quadrato attorno a lui, come lui l’ha difeso e salvato anni prima, nel pieno di una serie di scandali, quando pronunciò il famoso discorso che arrogantemente diceva “noi non ci faremo processare nelle piazze”. Ma adesso invece il processo si svolge nel chiuso di una piccolissima stanza, senza finestre, senza respiro. E il suo grido d’aiuto ai suoi compagni di ventura cade nel loro silenzio più assoluto, scivola sulla loro indifferenza: con cinismo lasciano che sia lui a pagare per tutti. E così sia.

Nelle sue lettere ai suoi compagni di partito un po’ prega e un po’ minaccia, ma è consapevole di essere disarmato e che le sue più o meno velate minacce di rivelare chissà che segreti, non possono preoccuparli più di tanto. A loro basterà dire che in realtà non è lui che scrive, ma un uomo plagiato e costretto dai suoi carcerieri a dire cose insensate. E infatti questa è la linea di difesa della DC. Abbandonano Moro al suo destino e si preoccupano solo della figura che possono fare loro. “Aggiustano” la verità, come hanno sempre fatto. Scalfaro ricorda di aver detto a Zaccagnini “ Ma se ci fossi tu al suo posto, lui che farebbe? Tratterebbe?” e Zaccagnini risponde solo col silenzio. Certo, perché sa bene che Moro avrebbe trattato, lui il grande mediatore, lo avrebbe fatto senz’altro e sarebbe arrivato certamente ad un accordo. Ma gli altri? Gli altri come Piccoli si lasciano scappare frasi come “Se torna per noi son dolori!!”, mentre c’è chi afferma convinto “Che torni a casa o lo uccidano, comunque politicamente è già morto.” Insomma, la DC, il suo partito, che lui ha difeso sempre con passione, si dimostra quello che è sempre stato: un partito di ometti, cinici e spregiudicati, corrotti e vili. Non valeva la pena di finire così per difenderli! Questa è la consapevole amarezza del leader prigioniero e scriverà nel suo memoriale pagine di fuoco sui suoi compagni di partito. Soprattutto in una lettera amara e tagliente, nella quale passa in rivista i propri compagni di partito e il loro atteggiamento nei suoi confronti e poi annuncia le proprie dimissioni dalla DC: “. Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l'umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all'estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quant'altro ancora. Che significava in presenza di tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione, una volta passate le elezioni, irresistibile della D.C.? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita? Tutto questo non significava niente. Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza. Andreotti sarebbe stato il padrone della D.C., anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggiore segretario che abbia avuto la D.C.
Non parlo delle figure di contorno che non meritano l'onore della citazione
……. Tornando poi a Lei, On. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paese (che non tarderà ad accorgersene) a capo del Governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell'insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po' più, un po' meno, ma passerà senza lasciare traccia. Non Le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che Le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice……….. Questa essendo la situazione, io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto più sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della D.C. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla D.C., chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della D.C. al gruppo misto.”
Come si vede il povero Moro è stato rassicurato dalle BR che tornerà sano e salvo, o è quello che lui ha capito, e infatti in un altro scritto si vedrà tutta l’amarezza e la delusione di sapersi ancora in pericolo.

Le BR dal canto loro non ci pensano affatto a lasciare l’ostaggio e nemmeno vogliono trattare. Intanto è cominciata l’offensiva democristiana con la sconfessione delle lettere di Moro. Leggiamo quello che scrivono le BR ( comunicato n.4 del 4 aprile): “…….La manovra messa in atto dalla stampa di regime, attribuendo alla nostra Organizzazione quanto Moro ha scritto di suo pugno nella lettera a Cossiga, e' stata subdola quanto maldestra. Lo scritto rivela invece, con una chiarezza che sembra non gradita alla cosca democristiana, il suo punto di vista e non il nostro. Egli si rivolge agli altri democristiani (nella seconda lettera che ha chiesto di scrivere a Zaccagnini e che noi recapitiamo e rendiamo pubblica, li chiama tutti per nome), li invita ad assumersi le loro responsabilita' presenti e passate (le responsabilita' che essi dovranno assumersi di fronte al Movimento Rivoluzionario, e che nel corso dell'interrogatorio il prigioniero sta chiarendo, sono ben altre da quelle accennate da Moro nella sua lettera), li invita a considerare la sua posizione di prigioniero politico in relazione a quella dei combattenti comunisti prigionieri nelle carceri di regime. Questa e' la sua posizione che, se non manca di realismo politico nel vedere le contraddizioni di classe oggi in Italia, e' utile chiarire che non e' la nostra. Abbiamo piu' volte affermato che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione e' la liberazione di tutti i prigionieri comunisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime…….. Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dallo Stato Imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro cio' che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti. Per quel che ci riguarda il processo ad Aldo Moro andra' regolarmente avanti, e non saranno le mistificazioni degli specialisti della controguerriglia-psicologica che potranno modificare il giudizio che verra' emesso.”
Come emerge bene le BR non solo sottolineano che quello che scrive Moro è farina del suo sacco, ma che nemmeno condividono il suo contenuto e la sua richiesta, perchè loro non sono disposti a trattative segrete. Vogliono che tutto sia alla luce del sole. O almeno è quello che dicono.

Il fatto è che le motivazioni di questo sequestro sono fumose, oscure, inspiegate. Non hanno senso. Hanno rapito Moro per avere notizie da lui sulla DC e sul SIM? Ma poi quello che da lui vengono a sapere non lo usano né lo diffondono, nonostante quello che hanno sempre proclamato. Perché? Quanto all’altra motivazione: la liberazione dei compagni in galera è la cosa più cretina e incredibile che potessero trovare, visto che non vogliono trattare. Inoltre vogliono il riconoscimento politico da un “regime” che disprezzano e ritengono illegittimo: ma che senso ha? Non si capisce che cosa vogliano realmente. Tutta la storia non sta in piedi. Sono motivazioni e obiettivi abborracciati, insensati, contradditori e stupidi. Ma se cambiamo i termini della questione, se al rapimento diamo obiettivi diversi, allora tutto di colpo ha un senso. Per esempio: se si volesse togliersi dai piedi un personaggio ingombrante e potente come Moro, ridimensionare una sinistra che cresce in maniera esponenziale, ricompattare una DC che si sta sfasciando sotto il peso degli scandali e ridarle una verginità politica…. Beh, ci pare che questi obiettivi siano stati raggiunti. Fra l’altro la ferocia delle BR equilibra quella della destra eversiva e dà maggior credibilità alla teoria degli “opposti estremismi”, rafforzando le posizioni centriste e dunque ancora una volta la DC. Insomma queste BR hanno fatto la fortuna del proprio nemico. Ma guarda che combinazione. In mezzo c’è l’agnello sacrificale, l’uomo delle mediazioni, che cerca di giocare la partita più importante della sua vita, da una posizione decisamente penalizzata.

Moro sta facendo davvero di tutto per salvarsi: nelle lettere che ha mandato ha indicato modi, strade, persone da contattare e da coivolgere. I suoi familiari e i pochi amici che gli sono rimasti fedeli seguiranno le sue direttive e si daranno molto da fare e anche con qualche risultato: come il coinvolgere il segretario generale dell’ONU, per esempio, che chiederà alle BR di liberare il prigioniero, dando loro dunque un insperato ( ma evidentemente inutile) riconoscimento internazionale. Ma il coinvolgimento del papa, tanto ambito e cercato, quando arriverà darà un frutto amaro: nella sua lettera alle BR, infatti, il papa infila una frase che rende il messaggio nullo o addirittura controproducente: “…vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni…” Sembra che questa frase sia stata imposta dal governo, ma non è certo quel che c’è stato dietro la stesura di questa lettera. Il tono è apparentemente umile, ma il significato è chiaro e arrogante: nessuna trattativa, resa senza condizioni. Le BR tornino all’ovile della bontà cristiana, si ammantino di umiltà e di misericordia. Lo facciano almeno loro, perché tanto gli altri a trattare non ci pensano proprio. Questo è detto fra le righe e questo capiscono tutti. E’ una porta sbattuta in faccia a qualsiasi posizione di mediazione.

Eppure, nonostante tutto, qualcosa si muove nel campo delle trattative. E’ ancora la CM la nostra fonte principale su questo aspetto e soprattutto l’audizione Morucci.

FRAGALÀ “… uno degli argomenti meno approfonditi del caso Moro, di cui la Commissione ha avuto recentemente la prova, è quello relativo alla trattativa segreta fra Brigate rosse, Vaticano e la famiglia di Moro….. Nell'audizione dell'onorevole Forlani, per la prima volta un uomo politico democristiano ha riconosciuto che c'era una trattativa segreta fra le Brigate rosse, il Vaticano e la famiglia…. Mentre il senatore Andreotti, a mia specifica domanda, ha negato l'esistenza di questa trattativa. Ora, le chiedo se è vero che questa trattativa stava per giungere ad un risultato concreto, addirittura alla sua conclusione. Se lei sa, perché si interruppe all'improvviso? E come mai lo straziante appello di Paolo VI non venne raccolto? Cosa fece fallire questa trattativa che era giunta quasi a conclusione?

MORUCCI. Non ho idea di dove fosse arrivata questa trattativa. Posso supporre che fosse un canale attivato nelle carceri, quindi non con le Brigate rosse ma con i detenuti appartenuti alle Brigate rosse, che sono ben altra cosa. Non so nulla di questa trattativa, non posso sapere dove fosse arrivata e dubito che potesse arrivare in qualsiasi posto, perché i detenuti delle Brigate rosse non avevano alcun potere di condizionamento.

PRESIDENTE. Quindi lei conferma che non c'è stato alcun contatto diretto tra lei e don Mennini?

MORUCCI. Assolutamente, non c'è stato alcun contatto diretto tra me e don Mennini, né tra elementi al momento in libertà delle Brigate rosse e emissari di qualsiasi natura, fatta esclusione per i miei rapporti con Lanfranco Pace, ovviamente.

PRESIDENTE. Noi dobbiamo dare una valutazione sull'efficienza dell'azione di contrasto. La domanda però è come fece Pace a trovarla.

MORUCCI. Alcuni elementi delle Brigate rosse a Roma erano conosciuti e rintracciabili all'interno del movimento da chi era all'interno di esso.

PRESIDENTE. La componente del Partito socialista facente capo a Signorile, però, sapeva con quali persone doveva parlare?

MORUCCI. No, parlavano con Pace e con Piperno, quindi non sapevano con chi parlare, perché Pace e Piperno non erano le Brigate rosse, Vitalone parla con Pifano.

FRAGALA’……..Lei è in grado di chiarire i termini della trattativa avviata tra il Partito socialista tramite Pace e Piperno con le Brigate rosse?

MORUCCI. Non c'è stata alcuna trattativa tra Pace, Piperno, Craxi e le Brigate rosse. Io ero semplicemente l'altra sponda di questa cosa e dall'altra parte c'era Mario Moretti che non voleva saperne assolutamente nulla. E’ stata una mia iniziativa, censurata peraltro, perché appena l'ha saputo mi disse: «Blocca immediatamente questi rapporti esterni non autorizzati con non appartenenti alle Brigate rosse».

Ma quello che dice Morucci della trattativa è un po’ diverso da quanto raccontato da Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso, che quella trattativa aprì, per conto di Claudio Signorile: “….un giorno Claudio Signorile, che era vicesegretario del Psi, parla con Livio Zanetti, a quell'epoca direttore dell'Espresso. Possibile, dice Signorile, che non c'e' un modo, una via? E Zanetti gli fa il mio nome. Avevo seguito le vicende delle Br, ero esperto dei movimenti autonomi, insomma conoscevo bene tutta l'area dell'estrema sinistra". Ma conosceva anche qualche brigatista? "Brigatisti no, pero' conoscevo persone che secondo me potevano arrivare a loro. Cosi' ci vedemmo tutti e tre, io, Zanetti e Signorile. L'incontro avvenne a casa di Zanetti. E io dissi che forse le persone giuste potevano essere Scalzone e Franco Piperno". E Signorile come reagi'? "Disse di provare. Allora io mi misi in contatto con Piperno, gliene parlai, e lui accetto' di incontrare Signorile. Quando li presentai, mi ricordo che Signorile disse a Piperno se per lui era possibile attivare un canale di comunicazione con le Br allo scopo di trovare una soluzione per salvare la vita di Moro". Piperno disse che era possibile? "Si', sembro' ottimista. Disse che alcuni militanti di Potere operaio, di cui era stato un leader, avevano contatti con i brigatisti e attraverso di loro sarebbe stato sicuramente possibile far arrivare dei messaggi. Si mise al lavoro. Non ricordo esattamente, ma il periodo di quell'incontro puo' essere collocato all'incirca una quindicina di giorni dopo il rapimento, diciamo tra la fine di marzo e l'inizio di aprile. Nei giorni successivi Signorile e Piperno continuarono a vedersi senza di me, anche se io mi tenevo informato".

Un’altra testimonianza viene dall’avvocato Giannino Guiso. Il suo ingresso in scena avvenne tra la fine di marzo e l'inizio di aprile di quell'anno. A Torino si celebrava il processo al gruppo storico delle Br, da Renato Curcio ad Alberto Franceschini a Prospero Gallinari, "io ero il loro difensore", ricorda Guiso. "Contemporaneamente in citta' c'era un congresso del Partito socialista. Io conoscevo Craxi. Mi fu chiesto da Maria Magnani Noja se pensavo che ci fosse uno spiraglio per salvare il presidente dc. Parlai con i miei assistiti e mi resi conto che la trattativa era senz'altro possibile. Purche' si cedesse un po'. Almeno un po'". Queste sono cose, aggiunge l'avvocato Guiso, "che dissi allora e che scrissi in un libro uscito poco dopo la morte dello statista….ma allora pochi erano diposti a seguire la linea del dialogo. Sarebbe stato sufficiente condurre una trattiva seria, senza ipocrisie, senza nascondersi dietro la montatura di uno Stato che non poteva cedere. Il paradosso fu che la salvezza di un uomo veniva vista come una sconfitta". Chi voleva salvare Aldo Moro "resto' sempre piu' solo. Quando Craxi mi mostro' la lettera di Paolo VI capii che anche la Chiesa si era schierata con il partito della fermezza"…….". "Dopo il primo maggio - continua l'avvocato Guiso - Renato Curcio mi disse che dovevamo stringere i tempi, che non potevamo perdere altri giorni preziosi. I brigatisti avevano chiesto in un primo momento la liberazione dei 12 condannati del gruppo "22 ottobre". Il no fu perentorio. Faticosamente si continuo' a tenere un filo di collegamento. Dopo trenta, quaranta giorni dal sequestro, i vertici Br non aspettavano che un segnale di apertura. Li' mi resi conto che un gesto simbolico avrebbe smosso la situazione. La liberta' provvisoria di Paola Besuschio, che avevo difeso in altri processi, poteva salvare la vita di Aldo Moro". La ragazza, ex militante comunista, laureata a Trento alla facolta' di sociologia, "era in carcere malata. Non aveva commesso reati di sangue, era una donna, l'unica inserita nella lista delle persone da liberare. Fu una delle ultime trattative possibili. "Non mi stanchero' mai di ripetere che sarebbe bastato l'atto discrezionale di un magistrato. Niente di piu'. Altro che crollo dello Stato. La morte di Moro - attacca l'avvocato Guiso - divenne funzionale alla salvezza di una classe politica corrotta. Basta sfogliare le raccolte dei giornali di quel periodo. Erano gli anni del processo Lockheed, degli ex ministri sul banco degli imputati, dell'Antelope Cobbler, degli scandali del petrolio, delle bustarelle" insomma, quella che stava scoppiando era una vera e propria Tangentopoli, come quella scoppiata 15 anni dopo. La morte di Moro riaggrego' e cancello' tutto".

Ma le cose stanno evolvendosi in ogni senso. Qualcosa sta covando nel seno delle BR : una frattura insanabile che si manifesta in modo eclatante con il doppio comunicato n.7 e la “fortunosa” scoperta del covo di via Gradoli.

(continua!)

 
 
 
 
 

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