La mia è una delle tante storie di assegni di “accompagno” per anziani disabili non corrisposti, o corrisposti in ritardo dall’INPS. A dire il vero la storia è di mia madre, deceduta nel 2004.Tutto inizia a dicembre 2001, quando mia madre, già molto malandata, cade in casa e le sue condizioni si aggravano irrimediabilmente. Non mi dilungherò sullo strazio che è stata costretta a vivere prima della sua morte; forse, per capire quello che abbiamo vissuto, è sufficiente dire che in due anni e mezzo ha subìto 10 ricoveri in varie strutture ospedaliere di Roma.
Subito dopo la caduta, mia sorella e io abbiamo presentato alla ASL la richiesta per l’assegno di “accompagno” per una persona già dichiarata invalida al 100%, e che oramai aveva bisogno di una badante fissa, e i soldi della sua pensione non sarebbero certo bastati a pagarla.Iniziamo la trafila burocratica che solo chi l’ha vissuta sa di cosa si tratta: giri su giri, carte che vanno su e giù, file interminabili ovunque. Mia sorella ed io lavoriamo, dunque lascio immaginare come può essere stata la nostra vita per quasi tre anni: lavoro, ospedali, uffici pubblici, medici e ASL. Più l’assistenza continua a mia madre, più gli impegni familiari che tutte e due avevamo, figli e quant’altro; più il dolore nel vedere nostra madre stare sempre peggio. I cittadini italiani purtroppo, in queste circostanze, vengono abbandonati a loro stessi e per tre anni la nostra vita è stata un vero inferno. Per tutte e tre.Per la richiesta dell’assegno di “accompagno”, in un primo tempo rifiutata dalla ASL, ci rivolgiamo al patronato INCA della CGIL, di Roma, che inizia le pratiche per il ricorso all’INPS.Riparte l’iter pazzesco di carte da portare in giro per tutta Roma e le file da fare ovunque. Intanto mia madre sta sempre peggio.
La causa va avanti, fino al riconoscimento da parte dell’INPS del diritto di mia madre a percepire l’assegno di accompagno, ma di fatto non glielo corrispondono, e al Patronato ci dicono che è la prassi… l’INPS fa sempre così: ora bisogna fare la causa di pignoramento. Questa sarà trascinata avanti per anni, con continui rinvii. Sempre al Patronato ci dicono inoltre che, benché il diritto all’assegno sia stato riconosciuto dal 2002, cioè dalla data della richiesta dello stesso, l’INPS pagherà solo a partire da gennaio 2004, e che volendo potremmo fare ricorso, ma, ci avvertono, non ci conviene perché, non ricordo per quale diabolico motivo, la giusta richiesta ci si potrebbe rivolgere contro, e addirittura l’INPS potrebbe chiedere i soldi a noi! Dunque siamo costrette ad accettare e mia madre a rinunciare a due anni di soldi non corrisposti, da gennaio 2002 a gennaio 2004, insomma deve fare questo regalo all’INPS, (9600 euro!).
Il tempo passa e, come spesso avviene, la persona che aveva bisogno di quei soldi, muore. Siamo a ottobre 2004. Per farla breve, mia sorella ed io, ormai eredi dell’assegno, dovremo aspettare fino all’8 giugno 2007 per sentirci dire dall’avvocato che lavora per il Patronato, che la causa di pignoramento è stata vinta, i soldi sono stati già versati in banca e che ci daranno l’assegno, non si sa quando. Chiedo spiegazioni alla segretaria che lavora presso lo studio legale sui tempi di erogazione, la quale mi risponde che, bene che va, se ne parlerà a settembre. Le chiedo come mai, essendo l’8 giugno, si debba aspettare, bene che va, quasi 4 mesi. Mi risponde che è così e basta. Domando di che banca si tratti e, molto seccata, farfugliando mi dice che si tratta della BNL. Chiedo gentilmente di dirmi il numero di agenzia, così magari vado di persona a sollecitare, ma lei mi risponde che non lo sa, e che poi sarebbe inutile andare lì, i tempi sono questi e non si discute. Aspetteremo fino al 24 settembre, per essere chiamate dal Patronato, dove l’avvocato ci avrebbe consegnato l’assegno. 108 giorni di attesa. Non si sa perché. Le sorprese non sono finite: quando ci consegnano l’assegno vedo subito che questo non è della BNL, bensì della banca Intesa San Paolo, e troviamo l’importo decurtato di poco più del 10% (ben 460 euro!) destinato alla CGIL come forma di contributo volontario! Nessuno ci aveva informato che avremmo dovuto corrispondere alla CGIL il 10% dell’importo riscosso, sapevamo piuttosto che, se si voleva, si faceva una libera offerta.
L’avvocato ci specifica infatti che, trattandosi appunto di una libera scelta, e visto che invece ha deciso lui quanto dovevamo versare volontariamente, se non siamo d’accordo si riporta indietro il tutto per rifare l’assegno. Come è facile immaginare pur di uscire da quel girone infernale mia sorella ed io abbiamo deciso di farci rubare anche questi soldi, e ci siamo tenute l’assegno scontato. Dulcis in fundo la persona, che lavora presso questo patronato, presente al momento della consegna dell’assegno ci dice che ci deve fare la tessera. Io protesto e dico che non voglio nessuna tessera CGIL, ma lui risponde che almeno una la deve fare per forza… Mia sorella si sacrifica e accetta.
Le domande a questo punto sono tante:
- Perché l’INPS mette su un sistema pazzesco dove, anche se ti riconosce un diritto, di fatto te lo nega, costringendo a fare queste cause di pignoramento che andranno senz’altro ad intasare le Procure, già oberate di lavoro, per poi alla fine darti, ovviamente, quanto ti spetta?
E quanto costa tutto questo alla collettività?
- Perché l’INPS non deve corrispondere quanto dovuto dalla data del riconoscimento del diritto stesso?
- Chi sono questi avvocati che ruotano intorno ai Patronati? E quanto ci guadagnano?
- I patronati funzionano tutti così? Si prendono da soli i contributi che di volontario hanno ben poco?
- Le banche in tutto questo che ruolo hanno? Chi ha beneficiato dei soldi degli interessi per quei 108 giorni in cui il nostro assegno, e quello di tante altre persone, è rimasto, in quella banca?
- Le sigle sindacali che gestiscono questi patronati, contano tra le loro tessere anche queste estorte con la forza?
Ancora una volta, non c’è trasparenza in un sistema che non funziona, e purtroppo c’è chi su questo non funzionare ci lucra, a danno dei cittadini che non sanno più come difendersi.
Sul sito del Patronato CGIL di Roma trovo scritto: " Nel corso degli anni, con gli Enti previdenziali si è definito un rapporto basato, da una parte, sulla ricerca della massima collaborazione per la trasparenza e l’acquisizione delle informazioni, la verifica del diritto, la maggiore celerità nell’erogazione delle prestazioni richieste; dall’altra nella responsabile e puntigliosa azione di contenzioso in presenza di diritti negati(…)
I protocolli di intesa reciproca sono gli strumenti che regolano, ormai da molti anni, i rapporti consolidati di Inca con Inps, Inail, Inpdap.
Tutti gli accordi siglati sia a livello centrale che locale, hanno come riferimento imprescindibile l’utente e l’efficienza del servizio." |