1°giornata dell’incontro “facciamoci del bene”

Roma, 10 gennaio 2004

Rutelli sulle spine

di Daniela Gaudenzi - inviata della redazione

 Roma, 10 gennaio 2004: quello di oggi era annunciato come un pomeriggio tematico dedicato all'informazione, tema di per sè oltremodo incandescente, ma la politica in senso stretto è ritornata dirompentemente alla ribalta, forse oltre le intenzioni e le aspettative degli stessi organizzatori.
Ha cominciato Elio Veltri partendo dal commento odierno di Curzio Maltese a scaldare gli animi della platea con i nudi dati sulla giustizia in Italia, sui tempi dei processi e sulla legalità umiliata, dati sull'economia illegale e criminale, e sui cento giorni che ogni anno si aggiungono alla durata media di un processo. "Di questi argomenti è impossibile parlare con gli esponenti del centro sinistra"  e conseguente la constatazione che “i cittadini che votano per l'Ulivo contano meno di niente”: è stato forse per avere un processo per i  ricchi (con i noti esiti) e un processo per i poveri - obiettivo in buona parte raggiunto prima della devastazione berlusconiana- che gli elettori di centro sinistra avevano dato fiducia ai loro candidati?
"Ma perché non chiediamo a De Michelis dove ha preso i soldi per tappezzare Milano di manifesti, invece che organizzare convegni celebrativi sul craxismo?" Veltri introduce anche "il che facciamo" sul referendum promosso da Antonio Di Pietro sull'ultima legge vergogna di (e per) Berlusconi su cui  si sta pronunciando in questi giorni la Corte Costituzionale. Iniziativa, il referendum, che costituisce uno degli argomenti più usati dai leader del "triciclo" per escludere il leader dell' IDV. L’intervento del fondatore di Opposizione Civile riscuote molti applausi, che si ripetono quando Sandra Bonsanti , portavoce di Libertà e Giustizia, propone che venga recepita immediatamente dai partiti ulivisti l'incompatibilità tra appartenenza al parlamento europeo e al parlamento nazionale, e aggiunge che per stornare facili rischi di cooptazione sarebbe opportuno che i leader dei movimenti non fossero disponibili a candidarsi.
Agli interventi degli "addetti ai lavori" si alternano le domande dei rappresentanti dei movimenti sul territorio a cui i politici devono rispondere, e tra le domande più puntuali e stringenti spicca quella di Barbara Fois, che dopo aver ricordato ad Occhetto e Rutelli "l'errore" disastroso di aver lasciato irrisolto il conflitto di interessi, chiede quale posizione intendano tenere sulle leggi vergogna.
Ma è Achille Occhetto che riporta l'incontro fuori dalle secche delle questioni della pseudo unanimità e dei patentini per l'accesso di qualcuno (accordato o rifiutato da qualcun altro sine titulo) : "Bisognava individuare idee forti, convocare i cittadini ed i partiti ed aprire un processo costituente prima per le europee e poi per le politiche". E per essere ancora più chiaro ha chiesto a Rutelli - che cominciava comprensibilmente ad accigliarsi- tre sì o tre no su tre semplici domande: se intende togliere il veto a Di Pietro, se vuole che l'appuntamento di metà febbraio venga preparato insieme su un piano di parità da tutte le componenti politiche e della società civile, e se infine condivide che i candidati debbano essere scelti dal basso e non verticisticamente.
Rutelli ha risposto con argomenti e modalità sperimentate con maggiore successo nei salotti televisivi che a contatto diretto con elettori per lo più delusi. Piuttosto che rispondere sulle posizioni del centrosinistra in materia di falso bilancio e leggi vergogna, ha preferito ricordare alla platea il disegno di depenalizzazione della bancarotta fraudolenta, peraltro noto, di Nicolò Ghedini.
Poi ha rivendicato la decisione del triciclo di presentarsi unito alle europee come un atto di grande coraggio "anche e soprattutto da parte dei più piccoli come lo SDI" e ha sottolineato che non si è trattato di una scelta verticistica ma votata dagli iscritti. (forse voleva dire: dai delegati alle assemblee nazionali dei partiti, ndr)
Quindi si è dichiarato non per una lista chiusa ma "per un processo aperto" e ha aggiunto che quella di febbraio "è una assemblea da preparare insieme".
Ma dopo le aperture formali è su Di Pietro o meglio sulla posizione da prendere sul referendum sul Lodo, che non a caso è detto Maccanico-Schifani, che la lontananza si è dimostrata intatta, anzi, semmai rafforzata dalle motivazioni addotte dal leader della Margherita: Il referendum è "a perdere" anzi è "una pallottola messa nella pistola scarica di Berlusconi", dovrebbero andare a votare 25 milioni di elettori per raggiungere il quorum.....In sostanza Di Pietro ha sbagliato e dovrebbe tornare indietro, cosa (oltre che altamente discutibile sul piano politico) per altro impossibile sul piano giuridico, vogliamo ricordarlo ai lettori e a Rutelli, in quanto il referendum se come sembra scontato verrà dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale, è semplicemente una realtà su cui non sarà operazione indolore per i partiti dell'Ulivo dire che è controproducente, ed invitare i propri elettori ad andare al mare!
Rutelli non fatica a rendersi conto che la platea non ha gradito, e così, per smorzare lo smacco, preferisce dilungarsi un po' sul palco, anche se ha annunciato - prima di un intervento fiume-  di essere in partenza immediata per Torino, e diluire i mugugni nei suoi confronti con gli applausi scroscianti che accolgono Marco Travaglio e Giovanni Berlinguer.
Marco Travaglio, da giornalista indipendente, querelato l'altro giorno da Confalonieri anche per aver riportato sull'Unità dati della Consob (dati off limits per tutta la stampa italiana), ha fatto l'intervento più compiutamente politico della serata.
Lasciando "ai politici" le diatribe sulle liste, si è domandato e ha domandato alla platea se dietro alla meschinità dei veti non ci sia ancora il mito deteriore "del primato della politica" e se nemmeno oggi la sinistra abbia capito che si deve parlare a livello globale di primato della legalità.
E ha ricordato l'adesione entusiastica del centrosinistra e di Fassino alla depenalizzazione del falso in bilancio, con la motivazione che non procurerebbe allarme sociale: bisognerebbe chiedere cosa pensano in proposito i risparmiatori che hanno investito tutto quello che avevano in Parmalat!
Ovazioni. Palazzo Chigi come merchant bank? Non solo da dopo maggio 2001. Regime o non regime? Che cosa occorre aspettare ancora? In quale paese un giornalista viene "messo sotto osservazione" perché intervista il direttore de "The Economist", e un altro viene querelato perché divulga i dati di un istituto di controllo? Infine una raccomandazione "Se vogliamo abolire le leggi vergogna, è meglio che ce lo facciamo mettere per iscritto [dai partiti di centrosinistra]". La platea è tutta in piedi e gli applausi non si placano, fino a quando interviene Giovanni Berlinguer per concludere con "la questione morale" come questione politica prima che etica. E con un pensiero al regime (non fascista ma autoritario e illiberale) e a Berlusconi come "problema globale", lasciando la parola a Bill Emmott che paventa il rischio emulazione (Thailandia, Putin). La serata si conclude con un saluto a Sabina Guzzanti che si era seduta tra il pubblico ed è già andata via, e l'appuntamento per il round successivo a domani con Fassino e Di Pietro.