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| venerdì 10 marzo 2006 16.34.29 |
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Far west e nuovo giustizialismodi Daniela GaudenziLe reazioni della politica italiana davanti al nuovo far west finanziario con complicità politiche, ad una gestione della vigilanza improntata a quel familismo amorale per cui siamo noti nel mondo, alle inimmaginabili intese tra una “toga azzurra” ed un “capitano coraggioso” della finanza rossa, oscillano tra l’ira funesta del ragionier Pera, ahinoi, seconda carica dello Stato contro la procura di Milano, rea di non sa bene di cosa, e l’allarme di Luciano Violante contro “il rischio di un nuovo giustizialismo”. Il presidente dei deputati ds, riferendosi a Bankitalia e alla “disinvoltura” con cui il governatore e signora hanno gestito la delicata e cruciale funzione di vigilanza e di trasparenza affidata a quello che era un fondamentale istituto di garanzia, parla molto a proposito di “declino civile” del paese accanto ad un “pieno declino economico”. Poi affronta la questione cruciale e cioè che “dalle partite di calcio, fino alle questioni più importanti come il sistema bancario i problemi vengono affrontati dai giudici. E questo avviene perché i soggetti che dovrebbero far rispettare le regole non lo fanno. In questo modo si rischia un nuovo giustizialismo, con il governo che sta a guardare e il magistrato che è costretto ad intervenire, perché ovviamente fa il suo mestiere”.(l’Unità del 2 agosto 2005). L’intervistatore domanda se la colpa sia dei “magistrati troppo interventisti” e l’intervistato risponde “No è il contrario. E’ la politica che abdica al proprio ruolo….così viene sconquassata la nozione stessa di responsabilità politica” (ibidem). Ritorna la madre di tutte le questioni, sottostante allo scontro rovinoso in atto da oltre dieci anni tra il potere politico e gli organi di controllo, in primo luogo la magistratura: la “supplenza giudiziaria” e il cosiddetto “primato della politica”. Di questo si tratta semplicemente, o per dirlo nei termini inequivocabili emersi con le vicende di questi ultimi giorni, dalla scalata ad Antonveneta a quella alla BNL fino a quella pianificata su RCS, della lotta senza quartiere di una classe politica autoreferenziale e sempre più avviluppata ad interessi economici e finanziari inconfessabili, spesso alleata a nuovi e vecchi corsari, contro il potere che deve operare il controllo di legalità a 360 gradi. Il “giustizialismo”, termine dispregiativo ed improprio coniato con prevedibile successo mediatico da Giuliano Ferrara per designare “il golpe giudiziario” e la sete di sangue del popolino scatenata da Mani Pulite, c’entra davvero poco. Ancora una volta è il confronto tra la stampa estera e quella auctotona a rendere pienamente lo scarto tra la percezione internazionale di un nuovo “caso italiano” e la vulgata strapaesana sul “nuovo giustizialismo”. Il Financial times, per esempio, ha dato immediatamente grande rilievo alla vicenda Antonveneta collegandola alla scalata dell’Unipol alla BNL a proposito della quale già da sabato 30 luglio parlava di gravi sospetti di insider traiding: “Unipol sente la pressione dei giudici per presunte collusioni e attività di insider traiding tra alcuni dei più conosciuti rappresentanti della finanza italiana”. E a proposito della posizione del governatore definisce “irrimediabilmente minata la credibilità di un arbitro che si è rivelato tutt’altro che imparziale”. Dà ampio spazio alla inchiesta che il procuratore capitolino Achille Toro sta conducendo sui filoni di competenza romana di Antonveneta, BNL e Unipol e si sofferma “sugli atti relativi alla trascrizione delle conversazioni telefoniche, ben 15, in cui Giovanni Consorte amministratore delegato Unipol riferisce di aver avuto rassicurazioni dal giudice Francesco Castellano circa l’andamento dell’inchiesta romana sulla scalata di Unipol a BNL”. Secondo il Pais “grazie alla procura di Milano si è data una scossa salutare al sistema finanziario italiano”, un mercato che per Liberation è “una riserva chiusa dominata dal controllo politico.” In Italia, quando il gip per Antonveneta ha disposto, dopo aver convalidato il sequestro delle azioni anche il sequestro delle plusvalenze e l’interdizione dai pubblici uffici e dalle attività professionali per i protagonisti dell’operazione, impazzano i titoli castiga-giudici: Il tempo va all’assalto con una foto gigante di Francesco Saverio Borrelli ed Antonio Di Pietro e con scritta cubitale “Come allora! I giudici si prendono finanza e giornali”. E l’allarme rosso è comprensibile dato che tra i terzi occultati da Ricucci nella scalata al Corriere oltre a Fiorani compare anche Domenico Bonafici costruttore romano, già inquisito nel processo Enimont per la maxitangente di 50 miliardi a Cusani, nonché editore de Il Tempo; Il giornale titola “Il giudice ‘arresta’ il mercato azionario”; Il Riformista, più felpato, “Clementina riscrive la partita anche per RCS”. Mentre il ministro dell’economia Siniscalco è costretto ad esprimere “la grande preoccupazione della comunità europea” il Governo non fa nulla e continua a far finta di niente a parte la guerra santa contro i giudici che il ministro della cultura già notoriamente apprezzato in Europa definisce “una banda di malfattori e di farabutti che hanno accesso a comunicazioni private che usano per manipolare il mercato finanziario”. Definizione che sembrerebbe più calzante per i quattro rampanti esponenti della “razza padana”, altrimenti noti come “capitani coraggiosi”, secondo la celeberrima definizione dell’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema, e della “razza mattona” oggetto di recenti elogi e riconoscimenti da parte sia di D’Alema e che di Fassino (mentre stava andando in porto con il loro fondamentale e non proprio gratuito contributo l’operazione BNL). L’interdizione temporanea di due mesi è stata disposta da Clementina Forleo nei confronti di Gimpiero Fiorani, quello che si lamentava con il Governatore, che lo rassicurava “sei in una botte di ferro”, di sentirsi il fiato addosso “di quei maledetti della Consob”: amministratore delegato di BPI, si è occupato anche dell’integrazione con la banca Rasini, quella dove giravano le prime misteriose fortune di Berlusconi, ha frequentazioni che spaziano da Fazio a Ruini, un rapporto di ferro con Emilio Gnutti dal 2000, è un finanziatore di Paolo Berlusconi per la discarica di Cerro, un salvatore della banca di Bossi, in ottimi rapporti con Giovanni Consorte; Gianfranco Boni, direttore finanziario di BPI; Stefano Ricucci già possessore del 18% di Rcs che ha annunciato più volte di aspirare al 29,9% con la benedizione e gli auspici del maggior partito della sinistra italiana; Emilio Gnutti, banchiere bresciano valido rappresentante insieme a Colaninno di quella intraprendente “razza padana” che tanto credito ha ricevuto da Palazzo Chigi durante il governo D’Alema. Convocati dal gip hanno scelto di non presentarsi e di avvalersi della facoltà di non rispondere. Fiorani e Ricucci sono accusati di aggiotaggio: il primo come promotore ed organizzatore, il secondo come complice esterno. Per Fiorani, quello che bacia in fronte il governatore ed è “il tesoro” della consorte che per citare Woody Allen sembra essere “quella che prende le decisioni mentre il marito comanda”, c’è anche il concorso in abuso di ufficio continuato, il falso in bilancio e prospetto, l’ostacolo ad un organo di vigilanza. Per descrivere l’ambiente in cui è maturato il reato il gip evidenzia che “accanto agli atti di pirateria finanziaria posti in essere dagli indagati viene drammaticamente alla luce un sistema istituzionale gravemente malato, restio a prendere le distanze da logiche di favori e favoritismi, non certo consono ai capisaldi costituzionali”.E per quanto riguarda i comportamenti criminosi “Le condotte manipolative degli indagati” sono “evidentemente premeditate e reiterate e non certo occasionali…nonché già collaudate in passato”. Come già ampiamente messo in evidenza dalla stampa estera uno scenario non troppo dissimile si profila anche per la scalata Rcs. Il gip Clementina Forleo nel dispositivo di convalida del sequestro delle azioni Antonveneta scrive che “Ricucci è impegnato ad occultare la partecipazione di terzi nel rastrellamento di azioni i corso”; e si tratterebbe di una scalata “all’evidenza gestita da taluni membri del sodalizio impegnato nelle partite Antonveneta e BNL…già dal tenore delle prime conversazioni emerge chiaro come nelle tre operazioni venivano concertate ed occultate ulteriori iniziative di rastrellamento titoli”. Per il magistrato questa condotta è stata accertata malgrado “gli interlocutori- tra cui l’ad di Unipol Giovanni Consorte- rinviassero con linguaggio criptico le conversazioni più rilevanti ad utenze ‘riservate’ quindi ritenute più sicure”. Dunque anche i magistrati, come Piazza Affari, ritengono che Stefano Ricucci non agisca in proprio ma all’interno di una cordata occulta determinata a mettere le mani anche sul Corriere, testata notoriamente molto seguita e appetita dal mondo politico, di cui Silvio Berlusconi si è occupato molto fattivamente insieme a Cesare Previti, tanto da “provocare” le dimissioni di Ferruccio De Bortoli. Per motivi immediatamente comprensibili, il governo non muove un dito contro Fazio e nel consiglio dei ministri convocato ad hoc si decide di far redigere al “ministro” Castelli una relazione su “eventuali” responsabilità dei magistrati; un altro “ministro” Buttiglione si riferisce a loro come a dei “manigoldi”; il presidente del Senato, dopo aver già avuto conferma dalla procura di Milano che sono state intercettate le utenze delle persone fisiche assoggettabili ad intercettazione, intima una seconda volta “il rispetto delle prerogative del Senato”, prerogative che sarebbe bene ricordarlo, la Costituzione prevede per salvaguardare i parlamentari in quanto rappresentanti dei cittadini, dallo strapotere dell’esecutivo e non per coprire le collusioni tra politica affari torbidi. Ma di questo elementare caposaldo di una democrazia liberale non tiene più conto da troppo tempo l’ira funesta del popperiano ragionier Pera impegnato nel suo personale “scontro di civiltà” nei confronti della magistratura italiana: dopo l’aggressione ad uno stato sovrano ed amico, la Spagna “fuori dalla civiltà” (la sua, se così la si può definire) e al CSM nel pieno e corretto esercizio delle sue funzioni (fuori dalla Costituzione del ragioniere), il “tricoteur pentito” è ritornato al bersaglio prediletto: la procura di Milano. D'altronde la magistratura milanese rimane sempre in cima alle attenzioni di gran parte del mondo politico che non perde mai un’ occasione per attaccare gratuitamente e a sproposito le iniziative giudiziarie più normali e corrette come la notificazione a mezzo stampa di una udienza preliminare che coinvolge migliaia di parti interessate. E chissà come, le coincidenze, si sa, sono per loro natura curiose, quelli che non perdono occasione di attaccare i magistrati che si trovano a dover indagare o giudicare qualche politico - magari di nome Silvio Berlusconi - sono anche quelli, per esempio Massimo D’Alema, che si limitano a constatare come i nostri capitalisti sono fragili se i loro salotti si fanno spaventare da un Ricucci qualsiasi. Come corollario D’Alema ha anche aggiunto che “non esiste un capitalismo buono ed uno cattivo”. Loro e la politica dei partiti che invece di fissare le regole si preoccupa solo di stare dalla parte dei vincenti, non importa con quali mezzi, naturalmente si chiamano sempre fuori. D’altronde Fassino in una intervista ormai memorabile oltre che imbarazzante pochi giorni prima dell’operazione BNL, frutto della ferrea alleanza tra Ricucci, gli altri immobiliaristi e l’Unipol, aveva dichiarato “Non dobbiamo cedere a pregiudizi un po’ snobistici per cui se uno fa l’immobiliarista sicuramente è una persona equivoca mentre se costruisce un aereo è al di sopra di ogni sospetto…Non c’è attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore né peggiore di un’altra. Né sul piano morale, né su quello economico”. E per quanto riguarda la scalata a RCS “Qualsiasi imprenditore può aspirare ad essere azionista di un grande giornale, però deve esplicitamente dichiarare il rispetto e la netta distinzione tra la proprietà di un giornale e l’assoluta indipendenza della direzione e di chi lavora in quel giornale”. Sono dichiarazioni perfette per disegnare il profilo di indagati per “atti di pirateria finanziaria”, nonché interdetti e che spiegano il silenzio più che preoccupante dell’opposizione sul fronte della battaglia per il controllo del Corriere della Sera. Ma spiegano anche “la timidezza” diessina nel chiedere le dimissioni di Antonio Fazio e le reazioni stizzite di Chiti contro “le polemichette” di qualche alleato, la debolezza e l’arroganza di una politica diventata miserevole e infine spiegano anche perché siamo caduti in quel “declino civile” denunciato da una voce fuori campo un po’ improbabile come quella di Luciano Violante.
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Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line |
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