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| venerdì 10 marzo 2006 16.34.29 |
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Candidati nati di Daniela Gaudenzi Gianni De Michelis a conclusione del congresso del suo attuale partito era stato perentorio e rivolto all’Unione aveva gridato “Non ci faremo fare l’analisi del sangue!”. Pierluigi Battista dal fronte dell’informazione “equidistante” o meglio “equivicina” al potere sempre e comunque, non si è fatto pregare e, cogliendo l’occasione imperdibile di un convegno di Micromega sull’informazione in cui si è addirittura osato porre domande vere a Giovanni Floris, Sandro Curzi presenti e Claudio Petruccioli, prudentemente assente, apre la sua invettiva contro gli epuratori assetati di sangue della sinistra, citandolo puntualmente. “Manca soltanto l’esame del sangue, tra le misure suggerite nel centro-sinistra per vagliare il tasso di purezza degli innumerevoli transfughi che dal centrodestra si muovono verso il porto dei (presunti) vincitori. (“Il Cappello dell’asino. La sinistra e gli esami di purezza”, il Corriere del 4 ottobre). Nel caso di Gianni De Michelis, come di molti altri arroganti aspiranti a collegi blindati nelle file dell’Unione, basterebbe considerare un dato meno “sensibile” ma più inequivocabile: la fedina penale. Gianni De Michelis, quasi uno a caso tra la pletora dei pretendenti al seggio con curriculum molto pittoresco, protagonista insieme a Bernini della tangentopoli veneta, inquisito, per intendersi da un “crociato” del garantismo come Carlo Nordico e non dai “Torquemada” milanesi, è stato condannato per corruzione a 4 anni ridotti poi ad un anno e 6 mesi con il patteggiamento in appello. “De Michelis – precisa il tribunale - con le tangenti alimentava il suo principesco stile di vita sia pubblica che privata”. (Mani Pulite la vera storia “I dogi di Venezia” pag. 196). Ma anche solo attenendosi al “criterio molto semplice” proposto da Romano Prodi assolutamente refrattario, come sottolinea estremamente compiaciuto Battista, “ad avallare l’inquisizione degli estremisti della purezza”, e cioè “nessuna porta aperta elettorale a chi ha ricoperto incarichi nell’attuale maggioranza”, Gianni De Michelis e numerosa compagnia bella rimarrebbero fuori dalla porta. Già solo praticando questa discriminazione minimale insieme ad un principio che non dovrebbe nemmeno essere oggetto di discussioni, commenti o distinguo – il divieto assoluto di candidare chi sia stato oggetto di una sentenza di condanna e/o patteggiamento o prescrizione e cioè formule che escludono l’assoluzione - si assottiglierebbe sensibilmente l’onda d’urto dei transfughi e magari si ridimensionerebbe anche la statura politica di qualcuno già acquisito con troppa disinvoltura. Si tratta solo di ristabilire parametri minimi di civiltà e di opportunità adottati pacificamente in qualsiasi sistema si richiami ai principi di una democrazia liberale per selezionare la classe politica. Non a caso all’intervistatrice che in questi giorni, a distanza di più di tredici anni da Mani Pulite, lo incalza “sull’avviso di garanzia che stroncava una carriera politica”, Francesco Saverio Borrelli ha puntualmente risposto “….in paesi di più consolidata democrazia e onestà pubblica il sospetto è sufficiente a far dimettere chi ricopre una carica pubblica”. (“Violante sbaglia su Mani Pulite i pm non inseguivano il consenso” (la Repubblica del 5 ottobre). Sconcertante che l’occasione per l’intervista all’ex procuratore generale di Milano non sia stata la condizione disperante della giustizia, ma le critiche, che vanno ad aggiungersi a milioni di altre, nonché a tonnellate di fango e di menzogne, di un ex magistrato “autorevole esponente della sinistra” contro “magistrati alla ricerca del consenso” identificati guarda caso con quelli del pool di Mani Pulite. Nella sua invettiva che interpreta magnificamente lo spirito “riformista” imperante in molte redazioni e salotti “che contano” Pigi Battista si avventa contro quella “ansia depuratrice che mortifica le tante identità di una alleanza politica, ben diverse da un blocco monolitico…” (ibidem). Ma “le tante identità”, per qualcuno persino troppe, sono quantomeno ampiamente, se non proprio adeguatamente rappresentate da ben 7 candidati alle primarie del centro sinistra, portatori di realtà politiche, sociali, generazionali talmente differenti da attirare su l’Unione, sempre da parte di quelli che lamentano scarsa vis inclusiva, dubbi sulla coesione e la capacità di governo. Ma forse l’attrazione “inclusiva” del centrosinistra minata dal condizionamento “di minoranze rappresentate da riviste come Micromega e giornali come l’Unità che ospitano con cadenza quotidiana rubriche in cui si prendono a bersaglio ‘i tiepidi’ della guerra santa”, secondo un terzista in affanno per l’appannamento del suo polo di attrazione, dovrebbe rivolgersi risolutamente a personaggi come Bondi, Cicchitto, Dell’Utri. D’altronde di recente Antonio Padellaro si era domandato se per caso qualora avesse chiesto asilo Sandro Bondi, e cioè se avesse avanzato una richiesta di candidatura anche lui, avremmo dovuto spalancargli sorridenti la porta. La domanda a questo punto si rivela tutt’altro che surreale: non sarà in fondo un caso che il fondo del primo giornale italiano si riferisca esplicitamente oltre a Paolo Flores D’Arcais, a Marco Travaglio e all’attuale direttore dell’Unità, come ad elementi dannosi per “l’appeal” del centro sinistra, dopo che, è bene non dimenticarlo, per capi di imputazione analoghi e con modalità tutt’altro che trasparenti è stato “avvicendato” il precedente direttore Furio Colombo. E non da Berlusconi, come sottolinea Marco Travaglio. Ma perché non includere anche i teo-lib di Pera e Adornato, e perché no i volontari della croceazzurra di Maurizio Scelli, ed i bibliofili al seguito di Dell’Utri, e gli amici degli di Previti, amici va da sé della “giustizia giusta” e del “giusto processo” e le decine di migliaia di beneficiari della salva-Previti inneggianti al perseguitato e salvifico Dreyfus italiota?
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Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line |
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