E alla fine il congresso dell’Anm ha avuto “l’ onore” delle aperture dei telegiornali. Mentre nei giorni precedenti, come avviene e conviene per qualsiasi argomento che abbia a che fare con la giustizia, veniva relegato in posizione non propriamente rilevante.
Non che lo sciopero già annunciato in tutti gli interventi che si sono susseguiti da parte degli esponenti di tutte le correnti non fossegià stato bollato con parole di fuoco. La terza carica dello Stato, quello che mette sullo stesso piano il conte Igor e la teste Ariosto le cui dichiarazioni e ricostruzioni sono confermate da sentenze della Repubblica che lui rappresenta ai massimi livelli, ha definito l’iniziativa come “lo Stato contro lo Stato”. Stranamente non avevamo sentito levarsi la sua voce quando due settimane fa il presidente del consiglio aveva additato al pubblico ludibrio uno ad uno con nome e cognome “i giudici odiosi signati niro lapillo: Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo, Ilda Boccassini”.
Quelli stessi a cui la platea, mai tanto numerosa delle toghe provenienti da tutto il paese, ha tributato la stessa solidarietà e stima della stragrande maggioranza dei cittadini italiani, nonostante la pervasività della campagna di annientamento in atto da quasi un decennio.
L’attenzione televisiva in extremis, le copertine, i titoli gridati e le voci degli anchormen sovratono le ha prodigiosamente calamitate l’intervento del segretario Carlo Fucci che ha fatto un parallelismo storico, peraltro già circolato inevitabilmente in altri contributi, con il ’23 e cioè con il processo di asservimento del potere giudiziario a quello politico operato dal fascismo.
In questo congresso inevitabilmente incentrato sul “nuovo” ordinamento giudiziario già approvato alla camera ed in procinto di prossima approvazione senza alcuna rilevante modificazione se non in senso peggiorativo in senato, nonostante le presunte aperture e le dichiarazioni di disponibilità al cambiamento improvvisate per l’occasione da Castelli e da Vietti, il ministro della giustizia si è presentato per sciorinare numeri privi di senso ed intimidazioni molto concrete.
Non era ancora sceso dall’aereo che ha rilasciato la pregnante dichiarazione “Non ci sono santuari. I magistrati sono tutti uguali” che presa in astratto costituirebbe una bella e sostanziosa novità per il ministro della giustizia di un governo guidato da un presidente del consiglio imputato di corruzione di magistrati.
Calata nel caso concreto significa invece che il cosiddetto ministro ha chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare a carico dei pubblici ministeri che rappresentano l’accusa nel processo di corruzione in atti giudiziari in cui è imputato il capo del governo di cui il ministro fa parte, processo, che vale la pena di ricordarlo, riprenderà da dove circa era stato interrotto, per l’intervento tempestivo del Lodo dell’impunità, tra due mesi .
L’azione disciplinare deriva dal rifiuto dei due pm di esibire un fascicolo contro ignoti e dunque segreto, il 9520, come riconosciuto dal CSM e dalla procura generale di Milano e viene esercitata come strumento ultimo di intimidazione e di ritorsione dopo che la procura di Brescia, investita del caso a seguito di denuncia per abuso di ufficio presentato da un sedicente comitato di cittadini amici della giustizia, ma guarda caso ancora più amici degli amici di Berlusconi Silvio e Previti Cesare, l’ha archiviata da mesi.
I numeri portati dal ministro e le comparazioni con altri paese europei a sostegno della mole degli investimenti sul fronte giustizia del governo e che qualche commentatore ha voluto attribuire, bontà sua, alla “cultura aziendalistica” dell’ingegner Castelli, confermano solo la sua assoluta inadeguatezza a ricoprire quella funzione. Come l’infelicissimo paragone con la Gran Bretagna che a fronte dei 3 milioni di procedimenti penali italiani deve fronteggiarne trecentomila.
Ma forse quando il ministro si riferiva agli strumenti tecnici e giuridici che il governo ha fornito ai magistrati non alludeva ai codici che i magistrati sono costretti a comperarsi di tasca propria, né ai sistemi computerizzati, né alla macchine per le fotocopie che mancano anche a Milano, né al personale ausiliario, né alle aule per celebrare i processi.
No, evidentemente si riferiva alla diffusione abbastanza capillare di quello strumento insostituibile di aggiornamento dottrinario e giurisprudenziale che è la rivista Giusto Processo che viene fatta trovare dal governo sulle scrivanie dei magistrati di tutta Italia e a cui collaborano stabilmente i curatori del sito dell’onorevole imputato Cesare Previti, molto amici di quei cittadini amanti della giustizia che hanno denunciato Gherardo Colombo e Ilda Boccassini a Brescia. Il mondo, in Italia è davvero molto piccolo.
In questo congresso all’insegna dell’emergenza e non delle strenua difesa di non si sa bene quali privilegi, che peraltro il governo almeno sotto il profilo economico è intenzionato ad incrementare in cambio del consenso alla gerarchizzazione, i magistrati hanno tenuto un comportamento di compostezza e di sobrietà che non ha vacillato nemmeno davanti alle provocazioni più o meno consapevoli dell’ingegner Castelli.
I magistrati e le loro associazioni unanimi nel giudizio sulla controriforma in atto come sullo strumento “doloroso ma invitabile” dello sciopero indetto per l’11 marzo (e virtuale il giorno successivo) non potevano esimersi dallo spiegarenei termini più chiari le ragioni della loro contrarietà al riassetto dell’ordinamento giudiziario.
Una “riforma di sistema” che produce sul sistema giudiziario effetti non meno complessivi e più devastanti ai fini della funzionalità, dell’indipendenza e dell’equilibrio in rapporto agli altri poteri dello stato di quelli della legge Gasparri sul versante dell’informazione.
Vengono aggirate le garanzie di indipendenza e di autonomia previste dalla costituzione a tutela dei cittadini e non dei singoli magistrati; vengono lesi i diritti fondamentali come la libertà di espressione del pensiero e di associazione con il divieto di iscrizione a qualsiasi movimento suscettibile di connotazioni “politiche” e di partecipazione ad attività che non siano di natura “sportiva” o “ricreativa”.
Nessun magistrato potrà più partecipare ad incontri, dibattiti, convegni su temi giuridici che in evitabilmente hanno implicazioni politiche e sociali; nessun magistrato potrà più esprimere pareri su progetti e disegni di legge: probabilmente spetterà solo agli ingegneri.
Saranno oggetto di iniziativa disciplinare da parte del ministro della giustizia i magistrati autori di “sentenze creative” quelle cioè che non piacciono ai politici come quella della corte di appello di Palermo che ha ritenuto prescritto fino ad una certa data il reato di associazione mafiosa per Giulio Andreotti o come quella del processo Imi Sir che nelle motivazioni ha spiegato che Cesare Previti e soci sono soggetti socialmente più pericolosi di quanto fosse emerso nella requisitoria di Ilda Boccassini. I magistrati dovranno essere oberati di concorsi a ripetizione anche per distoglierli, almeno i migliori, da quella pessima abitudine di scrivere libri, che a volte diventano anche best seller (e magarinon sono pubblicati nemmeno con la Mondatori) e di perdere tempo in convegni ed incontri con i cittadini a parlare di legalità. L’odioso magistrato, orribile visu et uditu, non deve mostrarsi, non deve parlare e deve subire in silenzio qualsiasi denigrazione.
Viene reintrodotto un rapporto gerarchico che vanifica l’autonomia del singolo pm e viene estesa l’avocazione di fatto superata dalla riforma del cpp. dell’ ’89: una figura che ha consentito per decenni l’insabbiamento di tutti i processi scomodi nei confronti dei politici con l’intervento zelante di un procuratore generale che attribuiva a sé l’inchiesta per demolirla sul nascere.
Vi dice qualcosa “il porto delle nebbie”?
Viene di fatto surrettiziamente introdotta la separazione delle carriere con un concorso distinto per chi andrà a fare il pm e chi il giudice e con una serie di sbarramenti e preclusioni per passare da una “funzione” all’altra; viene svalutato e depotenziato il CSM quale organo di autogoverno garante dell’autonomia e fondamentale riferimento per la formazione e l’aggiornamento.
Viene quindi colpito e indebolito gravemente anche l’organo che si frappone come ultimo baluardo a tutela dell’indipendenza del magistrato nell’esercizio della sua funzione per metterlo a riparo dalla “clava” dell’esecutivo.
Unorgano già preventivamente svilito, denigrato, accusato di rappresentanza politica e corporativa dai suoi stessi componenti “laici” della CDL tra cui spicca per l’impegno e l’accanimento profuso in tal senso il consigliere Di Federico, tra l’altro nel comitato scientifico della rivista giuridica preferita e consigliata da Cesare Previti, Giusto Processo.
Questo è il quadro molto schematico e approssimativo o meglio la legge già votata da un ramo del parlamento che ognuno può giudicare e valutare con i parametri giuridici e storici che gli sono più consoni o che ritiene più calzanti. Il segretario dell’ANM, con valutazione personale, come ha ritenuto di dover precisare il presidente Bruti Liberati, e con il plauso della platea, ha richiamato in proposito “la deriva del 1923” e ha aggiunto che “il governo ha voluto saldare i conti con la magistratura”.
Dal mondo politico si sono levate da destra proteste e minacce: “dibattito inaccettabile” (Casini), “parole eversive”, “protesta tutta politica”, “partito politico dei magistrati” (Bondi), appelli della Lega a Ciampi “perché faccia qualcosa altrimenti interveniamo con la clava” (Calderoli).
Da sinistra quelli che vengono giornalisticamente definiti “silenzi imbarazzati”.
D’altronde che la chiarezza dei magistrati abbia un certo effetto “destabilizzante” sul mondo politico o meglio su quello che il capocomico chiama appropriatamente “teatrino della politica” e sull’informazione amica, era già emerso da alcuni titoli dei giorni precedenti al “caso Fucci”.
Sabato 7 Il Giornale titolava “I pm processano la sinistra” mentre il giorno successivo Il Tempo quasi in simmetrica opposizione “I magistrati tirano la volata all’Ulivo”.
Sui titoli di lunedì, a congresso concluso e sciopero proclamato, come per le copertine dei TG “bipartisan” l’effetto fotocopia è garantito: il margine di incertezza può oscillare tra “protesta tutta politica” e “fondato il partito dei giudici”.
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