Democrazia e Legalità

Torna alla home                                                                                                                                            

Se Il Riformista consiglia.
di Daniela Gaudenzi


"Dovrebbe accettare di buona grazia l'offerta dell'Ulivo di Bologna. Ora è in politica, non più nel giardino sindacale dove ha coltivato le rose dell'unanimità e del culto del leader. Normale che debba fare i conti con i se e con i ma; che dopo aver proclamato 'prima i programmi e poi gli uomini' si trovi ad essere scelto come uomo prima dei programmi; che dopo aver tuonato contro 'i direttori dei segretari' debba attendere ansioso il verdetto di un direttorio di segretari". Così parlò Il riformista del 9 giugno 2003, ovvero il "succedaneo arancione del Foglio" secondo la puntualissima definizione dell'interessato.
Che cosa ha fatto Sergio Cofferati per meritarsi questo?
Quanto tempo "politico" è trascorso da quando Sergio Cofferati rappresentava la speranza molto concreta, quasi a portata di mano di cambiamento e di inversione di tendenza per milioni di persone; quando era semplicemente l'opportunità imperdibile di trasformare una sinistra asfittica e perdente in una forza autentica in grado di opporsi ad una destra illiberale e farsesca, capace, in forza di ciò, di tornare a vincere?
Ma soprattutto è corretto dare per scontato che questo patrimonio prezioso sia stato disperso, che quelle opportunità e quelle potenzialità siano state definitivamente dissipate?
La risposta è scontata per il fronte dei "riformisti" tautologici "nati per governare" e allergici all'elementare concetto di opposizione che fanno la gioia di Giuliano Ferrara e del suo dante causa. Ma dovrebbe esserlo molto meno per la società civile, i cittadini, i lavoratori che si sono mobilitati con consapevolezza e generosità per la difesa senza se e senza ma, da molti mesi a questa parte, di valori elementari e fondanti che nei paesi civili sono al riparo di colpi di mano, indipendentemente dal fatto che al governo ci sia la destra o la sinistra. L'elenco è noto, ma le condizioni complessive di questo sistema di valori su cui Sergio Cofferati ha incentrato le ragioni del suo stare in campo, subendo, non dimentichiamolo attacchi di inaudita ferocia, sono ogni giorno più precarie e preoccupanti; i diritti della persona e dei lavoratori; l'uguaglianza davanti alla legge; l'autonomia della magistratura; la libertà di stampa; il pluralismo dell'informazione; la tutela del patrimonio artistico ed ambientale.
E soprattutto non dovrebbe essere per nulla scontata per il diretto interessato che in queste ore sta maturando la sua decisione: accettare o meno la candidatura (investitura dicono i più critici con lieve malignità) a sindaco di Bologna da parte dell'Ulivo.
Noi vogliamo augurarci in primo luogo che il Cinese (alias Gengis Kan per il compagno di partito Massimo D'Alema) non abbia "atteso ansioso" il verdetto del "direttorio dei segretari" e che rifletta anche su questa ulteriore "lezioncina quotidiana" (la definizione è sempre sua) dei premurosi amici "riformisti" eloquente sulla natura e finalità della candidatura bolognese, più dei dossier su Marco Biagi confezionati dalla Cisl di Bologna e delle "intemperanze" di Cossiga.
Fonti molto vicine lo definiscono "dubbioso" ed i suoi collaboratori più stretti spiegano che "lui ci sta pensando e che la sua decisone è legata a 'due parametri': il primo è che il suo impegno venga considerato utile per vincere la sfida con Guazzaloca, il secondo è che il suo nome non divida l'Ulivo ma l'unisca" (l'Unità lunedì 9 giugno). A caldo aveva commentato i "problemi" i distinguo, le divisioni, le astensioni, le reazioni a dir poco gelide e le successive "ricuciture" con una battuta sintetica "i rattoppi a volte sono peggiori degli strappi". E ha anche ricapitolato i numerosi capi di imputazione che come una litania lo hanno accompagnato per mesi: "Fui molto attaccato per aver detto - e tempo fa, non oggi - che con l'attuale presidente del consiglio nessun dialogo era possibile. Fui definito estremista, radicale, massimalista…Io sono stato insultato. Ricordo interviste di autorevoli e solitamente pacati dirigenti del mio partito che mi definivano infantile. E poi quelle velenose accuse di scissionismo che servivano - forse - a farmi il vuoto intorno".(intervista a Federico Geremicca su La Stampa di domenica 8 giugno).
Certo la sfida con Guazzaloca è importante, riconquistare Bologna ha anche una valenza simbolica molto forte ma è una valutazione sufficiente per assorbire e congelare una personalità di tale autorevolezza? Quanto al tema della divisione, non c'è bisogno di approfondimento: l'accoglienza riservatagli dall'Ulivo locale si commenta da sé e le dichiarazioni tardive di "collaborazione" e di "accoglienza" di personaggi come Vittorio Prodi e La Forgia confermano la sproporzione del "sacrificio".
Sergio Cofferati è in primo luogo un diessino e si mette comprensibilmente e generosamente a disposizione del suo partito in una situazione locale difficile e strategica, ma non può tenere conto di essere anche molto altro e anche di questo deve assumersi la responsabilità con la coerenza che ha finora pervicacemente praticato, anche su un tema estremamente "scomodo" e controverso, come il referendum del 15 giugno.
E' probabilmente questo il fronte su cui si sente maggiormente esposto e oggettivamente indebolito, ma non è in base a questa valutazione, assunta come prioritaria, e alla sua posizione "riformista" rivendicata peraltro in modo coerente e costante, che  deve fare una scelta rinunciataria e comunque, la si consideri, localistica.
Non è un buon motivo, o comunque sufficiente, per sfilarsi in via definitiva dalle battaglie della società civile e dei movimenti in una situazione di tale gravità.
Non è questo il momento, come gli suggeriscono non a caso quelli che un anno e mezzo tentano di impallinarlo, per abbandonare la piazza, i movimenti e dedicarsi anima e corpo ai bottegai bolognesi e a quello che viene definito con un tocco di involontario folklore il partito cattolico - moderato di Prodi e Casini.
Cofferati ha tra l'altro assunto la copresidenza di Aprile e ha tracciato un percorso insieme a Giovanni Berlinguer; ha espresso, per interposta persona o pseudonimo, a proposito della leadership ulivista, non più di due mesi orsono, un giudizio drastico e puntuale "Quando il re è nudo va accompagnato alla porta". Il senso di responsabilità e la coerenza, ribaditi anche in queste ore "Su tante cose di queste mesi io non ho cambiato idea" non possono non richiamarlo ad uno "spirito" di servizio che non può essere confinato entro lo steccato di un'appartenenza partitica. Accettare la candidatura dopo un simile percorso, contrassegnato, tra l'altro, dalle eterne pratiche partitiche e dai tatticismi più spericolati, obiettivamente costituirebbe un adeguamento passivo all'esistente e un macigno sulla strada della politica "vicina ai cittadini".
I richiami alla riflessione su tali primarie questioni e sul rapporto centrale ed ineludibile tra movimenti, associazioni e partiti, in questi giorni ed ore di decisioni impegnative ed irreversibili gli vengono rivolte per una volta "unitariamente" dall'intera, composita e spesso rissosa galassia "movimentista". Da Opposizione Civile che si batte da oltre un anno per una assemblea costituente del nuovo Ulivo, come dai più riottosi girotondini e dai rappresentanti dei "ceti riflessivi": da Paolo Flores a Pancho Pardi a Mascia.
Non c'è che augurarsi che almeno in extremis il momento più critico e difficile possa tradursi in una occasione di rinnovata consapevolezza del proprio ruolo per il diretto interessato e di autentica analisi politica e necessaria coesione per i movimenti.

 

 

a cura dello staff tecnico democrazialegalita.it