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sabato 11 marzo 2006 10.49.07

Periodico on line registrato presso tribunale di Firenze n°5375

L'ultimo appello

di Daniela Gaudenzi

A 60 giorni esatti dal voto, la magistratura associata senza differenze e sfumature, nemmeno nel tono, di tutti i suoi rappresentanti non si sa se più allarmati o costernati, ha dovuto lanciare un appello che dovrebbe suonare come un avvertimento drammatico ed estremo per i comuni cittadini e a maggior ragione per la classe politica.

E’ un appello per chiedere di mettere fine agli oltraggi, alle accuse prive di ogni fondamento, alle offese più infamanti, alla delegittimazione e al discredito delle istituzioni di garanzia, alla fine delle quali come ha sottolineato Armando Spataro, un ingiuriato speciale del ministro-ingegnere, non rimarranno che le macerie e lo sfaldamento delle istituzioni e cioè dello Stato.

I magistrati ancora una volta, ma questa volta si badi bene all’inizio di una campagna elettorale più barbara, incivile, sperequata e perfino noiosa di quelle che l’ hanno preceduta, si trovano costretti a  ribadire che non hanno fatto altro che difendere i principi costituzionali ed applicare la legge allo stesso modo per tutti e che vogliono sottrarre la magistratura ad una irresponsabile strumentalizzazione in funzione di propaganda elettorale.

I magistrati devono difendersi dalle “battute” di un presidente del Consiglio in vena di amenità che in un botta e risposta con i suoi, all’esortazione a mandarli in blocco a Cuba da Fidel, rilancia  “se i magistrati allevati a Mosca li mandassimo a Cuba tornerebbero dopo aver fatto turismo sessuale e senza aver imparato niente”. Qualche giorno prima c’era stato “l’insabbiamento di Unipol”, “il marcio nella magistratura” oltre che nelle coop, entrambe nel “Pentagono Rosso”, l’attacco forsennato ad un magistrato come Edmondo Bruti Liberati il cui prestigio e competenza sono riconosciuti a livello internazionale, reo di essere stato nominato all’unanimità dal CSM nuovo procuratore aggiunto a Milano, e “lo scandalo” della candidatura di D’Ambrosio.

“E’ un premio di pensionamento. Per anni ha gestito gli attacchi della procura di Milano contro di me e i miei amici.” 

Ma non c’è solo il “folklore”, c’è anche il vittimismo dei prevaricatori. Il ministro La Loggia a Primo Piano, preferisce travestirsi da Cappuccetto Rosso e denunciare “l’interferenza allarmante di un gruppo di magistrati che non ci lascia fare la campagna elettorale” e che in sostanza ostacola parlamento e governo.

Il vice ministro Fini, alla conferenza programmatica di AN, ha preferito stare sulle generali, avvertire che “ci sarà autonomia quando saranno isolati i faziosi” e sferzare quindi la parte sana “ad isolare i faziosi”. Con un tasso di ipocrisia da far impallidire qualsiasi democristiano di lunghissimo corso è riuscito a pronunciare un appello di vibrante passione civile “ Impedite uno scontro istituzionale che il paese non si può permettere”.E poi già che c’era ha puntualizzato “Noi non abbiamo fatto leggi ad personam, ma loro inchieste contra personam”. Così grazie ad autorevoli esponenti della maggioranza e del governo abbiamo imparato che oltre alle sentenze ad personam esistono persino le inchieste contra personam: sono rivelazioni, che se non fossimo in uno Stato dove i comunisti hanno occupato “le casematte del potere” università incluse, dovrebbero comportare il conferimento della laurea ad honorem in giurisprudenza hic et nunc!

  Gli attacchi indiscriminati e privi di qualsiasi fondamento, personali e generalizzati, non sono certo una novità e non sono nemmeno patrimonio di una parte politica. Basta ricordare il linciaggio con epiteti che andavano da “eversore” a “malato di mente”  rivolti dal centro sinistra e da diessini,  oggi addirittura “antagonisti” come Folena  o “sinistra interna” come Salvi e Mussi, a Gherardo Colombo ai tempi dell’indimenticabile bicamerale. A rinfrescare la memoria a Fassino, per rinfacciargli  la presunta incoerenza a proposito della candidatura di Gerardo D’ Ambrosio, ci ha pensato il direttore della Padania Paragone, ed il segretario DS ha ribattuto che questa sarebbe la prova provata che non è mai esistito nessun collateralismo e che non c’è mai stato nessun  asse preferenziale tra “toghe rosse” e DS.

Ma sul “caso D’Ambrosio” e “sulla prova provata dell’esistenza delle toghe rosse” si è veramente sentito di tutto e sono riaffiorate pulsioni e teorizzazioni che lasciano poco ben sperare anche per un futuro molto prossimo, ci auguriamo, senza Berlusconi.

Su la Stampa del 2 febbraio, per esempio, si riporta che la candidatura come “prova provata dell’esistenza delle toghe rosse” è una tesi che secondo il Riformista “può anche suggestionare una parte dell’opinione pubblica in quanto “finisce con l’essere in involontaria sintonia con le accuse di Berlusconi, quasi a confermare che la lotta politica ha invaso il campo dell’amministrazione della giustizia”. E secondo Augusto Minzolini, un notista politico vicino a Berlusconi ma che D’Alema almeno quando era palazzo Chigi teneva in grande considerazione “l’impressione della parte più illuminata del centrosinistra è la stessa di quella degli uomini del cavaliere”. (Il premier: D’Ambrosio nei DS. Visto?) In altre parole a parte quei trinariciuti dei giustizialisti, rectius, secondo il liberal Adornato, “i fiancheggiatori” di mani pulite, che non si rendono ancora conto di dover giustificare la candidatura di un ex magistrato apprezzato e stimato da colleghi, avvocati, giuristi e perché no da tantissimi cittadini davanti a chi sostiene e manifesta stima a Totò Cuffaro come già a Marcello Dell’Utri, il centrosinistra che ha aperto le porte a transfughi, riciclati, prescritti, inquisiti, condannati molto assortiti, le avrebbe chiuse volentieri in faccia ad un “simbolo di mani pulite”.

In effetti a stare “al gelo” di Bertinotti, che preferisce scegliere dalla tanto deprecata società civile il “markettaro” di Markette Vladimir Luxuria impareggiabile nei siparietti con la signora Calderoli e l’espropriatore proletario in servizio permanete effettivo Caruso, e alla reazione un po’ “viscerale” dei socialisti dello Sdi còlti, come da un panico da ora legale 14 anni dopo, si direbbe proprio di sì.

Boselli  con toni inusualmente veementi al congresso della Rosa nel pugno ha parlato senza mezzi termini “di una scelta sbagliata che dà ragione a Berlusconi”  mentre i delegati ululavano contro la candidatura di D’Ambrosio e qualche ospite come il presidente diessino della rai incoronato a palazzo Grazioli dimostrava viva soddisfazione. Ugo Intini ha tuonato che “i DS non devono mettersi all’occhiello il simbolo della giustizia delle manette e della giustizia spettacolo”. Dovrebbero, è evidente, garantire un super collegio solo al figlio dell’esule, addirittura in procinto di stringere una bella alleanza con Mastella e di portarsi dietro un personaggio “impegnativo” come Vittorio Sgarbi, che rischiava di essere l’unico grande escluso dall’allegra rimpatriata sul carro del (presunto) vincitore. E poi Sgarbi è uno che innegabilmente si è impegnato sul fronte della giustizia, quella “giusta” naturalmente, e cioè sul fronte quotidiano dell’aggressione alla magistratura e ai singoli magistrati. Questo è lo spaccato, poco rassicurante, della percezione che la politica ha nel suo insieme, e anche nella parte che non ha come ragione sociale la devastazione delle istituzioni, del suo cosiddetto “primato” quello che si ostina a voler riaffermare da dopo Tangentopoli per riemergere trionfatrice dopo la “supplenza” o “il golpe” giudiziario, a seconda delle sensibilità.

Solo che tanto più è ossessionata a dimostrare quello che non è e ad occultare quello che non è stata colpevolmente in grado di fare, in primo luogo salvaguardare le istituzioni ed i diritti fondamentali garantiti costituzionalmente, non a caso è a rischio lo stesso impianto costituzionale, la politica blinda le candidature, esclude quanto più possibile chi è al di fuori della nomenclatura partitica, nomina di fatto invece che candidare i suoi rappresentanti.

Il potere di decisione accordato ai cittadini risulta poco più che marginale e alla fine quantificare il consenso elettorale apportato dai singoli candidati non sarà impresa facile. Si vota la lista e c’è comprensibilissima la priorità di mandare a casa Berlusconi, quindi può passare di tutto.

E se i DS non avessero avuto l’esigenza di compensare “l’incidente” Unipol e di fare un  po’ dimenticare il tifo molto partecipato per Giovanni Consorte avrebbero chiesto di candidarsi a Gerardo D’Ambrosio?

La domanda dovuta l’ ha rivolta a Fassino Lucia Annunziata, che si dichiara un’elettrice diessina ed il segretario ha risposto che i contatti erano partiti prima. Ancora una volta bisogna stare sulla fiducia.

 

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line