Democrazia e Legalità

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Un semestre ruggente

di Daniela Gaudenzi

 

Carlo Azeglio Ciampi ha compiuto i suoi 83 anni il giorno in cui la Corte Costituzionale si è riunita per pronunciarsi sul lodo Schifani (Maccanico).

Il presidente ha celebrato il suo compleanno non tra le sale del Palazzo ma a Caserta tra la gente del sud dove ha rinnova in particolare ai giovani il suo accorato appello al rispetto delle regole e dei valori civili. Con orgoglio e commozione ha esclamato che la sua passione civile è quella dei venti anni e che le sue scelte sono improntate agli stessi irrinunciabili valori.

Entro pochi giorni il Presidente dovrà decidere se apporre  la sua firma ad una legge macroscopicamente incostituzionale, la legge Gasparri, come ha già fatto, con molto più tempismo, con il lodo Schifani e le precedenti leggi-vergogna, o se rinviare quella legge alle Camere.

Nel pomeriggio aveva ricevuto, tra gli altri, gli auguri di buon compleanno da parte di Berlusconi, Fini, Letta. Difficile azzardare se rincuorati per il solito appello ai grandi valori e ai buoni sentimenti che non si traduce mai in atti coerenti e conseguenti, o viceversa impensieriti per una (tardiva) dichiarazione di impegno a garantire i valori della Costituzione.

 

E’ impresa ardua sostenere che il Lodo Meccanico Schifani e la legge Gasparri non si pongano in contrasto con una rilevante serie di principi fondamentali della Costituzione; altro conto è disquisire sulla “opportunità politica” di un rinvio alle camere da parte del presidente della Repubblica, questione mal posta che esula dal dettato costituzionale.

In una fase, ahinoi, duratura di emergenza democratica è invalsa l’opinione presso “ambienti che contano” e maitres à penser “trasversali” che in un momento “così delicato” il rinvio alle camere che hanno i numeri (ed in questo caso l’arroganza e la motivazione) per disattenderlo in toto, come peraltro la Costituzione consente, potrebbe indebolire la presidenza e addirittura costringerla a rassegnare le dimissioni.  

    

Una interpretazione dell’art. 74 che lascerebbe stordito qualsiasi studente di giurisprudenza del secondo anno e che potrebbe sostenersi solo con la giustificazione che di fatto ci trovi già in una situazione di golpe: il paradosso è che viene sostenuta proprio da quelli che più inorridiscono nel sentir circolare la parola regime.

 

E’ qualcosa di analogo a quanto avvenuto alla vigilia del mitico semestre di presidenza europea per giustificare la necessità e la improrogabilità di quel singolare rimedio che va sotto l’eloquente dizione “lodo Maccanico Schifani”. Si è mobilitato l’attivissimo partito “trasversale” del presidente che ha visto attivarsi all’unisono Gianni Letta e Piero Fassino, tanto per fare due nomi a caso, accomunati dal nobile intento di evitare una “sovraesposizione” e un concreto rischio di delegittimazione al paese durante il semestre che avrebbe dovuto riscrivere la storia della comunità europea.

Beh, in un certo senso il semestre e la presidenza di turno dell’Italia, che grazie a Dio stanno volgendo al termine,  rimarranno memorabili.

 

In Italia è stata approvato senza che l’opposizione si battesse come era suo dovere, le sue riserve erano e sono tuttora di ordine meramente formale, ed è stata promulgato a tambur battente “un privilegio personale, un unicum nelle democrazie liberali”(Alessandro Pace, la Repubblica del 9 dicembre).  Il risultato dichiarato, restituire autorevolezza al paese, è stato perseguito anche con la violazione  dell’uguaglianza “principio supremo dell’ordinamento, non sopprimibile neppure con legge costituzionale” (A. Pace, ibidem). In altre parole, ancora una volta è stato negoziato tra le massime istituzioni dello Stato un valore che in un sistema di democrazia liberale non può essere negoziato per raggiungere un fine che non è stato e non poteva essere raggiunto.

 

Per giustificare l’abnormità di una norma di immunità processuale per reati extrafunzionali che non prevede alcun termine massimo di durata e che viola parimenti il diritto alla difesa e paralizza qualsiasi azione di risarcimento, si è dovuto con il valido contributo dei media  enfatizzare a dismisura un appuntamento di routine, creando aspettative prive di ogni ragionevole fondamento.

A contribuire fattivamente al bilancio desolante della mitizzata presidenza europea è stato naturalmente il protagonista e destinatario del provvedimento su misura.

 

Ha cominciato giocando in anticipo con “le dichiarazioni spontanee” al processo Sme, ha proseguito a Bruxelles il giorno dell’insediamento creando con il simpatico “kapò” un incidente diplomatico senza precedenti, ha superato se stesso con l’intervista “in libertà” di ferragosto sui “giudici matti” e “le vacanze premio del fascismo per gli oppositori”.

Ma questa è solo la parte più “pittoresca”. Poi ci sono i fatti.

 

Dietro le pacche sulle spalle agli amici a trecentosessanta gradi, alle corna scaramantiche e alle canzoni con Vladimir ed Apicella ci sono “i risultati”.

Sul mandato di cattura europeo o meglio sulle regole per agevolare la cooperazione europea sulla estradizione, l’ Italia a causa di quei cinque reati che continuano ad agitare i sonni del premier ha assunto una posizione contraddittoria, ipocrita e di sostanziale ostacolo ai progressi già intervenuti. Sulla drammaticità ogni giorno crescente della questione cecena l’Italia ha espresso una posizione e delle valutazioni che sarebbero state censurate anche in una conversazione da bar; all’imbarazzo e alla presa di distanza dalle parole del premier da parte del presidente della commissione europea ha fatto seguito una doverosa censura del parlamento europeo.

Sotto i buoni auspici di Tremonti si è consumata una manifesta violazione del patto di stabilità da parte di due paesi fondatori che ha creato di fatto le premesse per il superamento, sulla base di interessi particolari, di regole condivise senza che altre ne siano intervenute. Un precedente gravissimo dalle conseguenze altrettanto gravi quanto imprevedibili.

Sul fronte fondamentale della costituzione europea, secondo il principio non esplicitato ma largamente praticato dell’accordo di volta in volta con tutti contro tutti in base alle convenienze del momento, la presidenza italiana ha di fatto accreditato le posizioni minoritarie e particolaristiche di Spagna e Polonia sui criteri di votazione, aggravando una spaccatura che può risultare paralizzante. Il rappresentante polacco ha ribadito che Berlusconi gli aveva riferito “di aver convinto Francia e Germania”.

 

Non vale la pena di prendere in considerazione le dichiarazioni ribadite al New York Times, che naturalmente “non ha capito” e ancora una volta ha frainteso a proposito della ricetta Bush in versione “ghe pensi mi”: gliela diamo noi la democrazia.

 

Questo è l’elenco sommario dei risultati difficilmente contestabile e questo ragionevolmente poteva essere il bilancio anche in via preventiva. Non occorreva essere una Cassandra o una strega di Macbeth per prevedere dove l’uomo avrebbe condotto il paese e l’Europa.

 

 Forse il Cipputi più rassegnato potrebbe esclamare anche a questo proposito “poteva andare anche peggio”. E il suo interlocutore disincantato anche questa volta potrebbe replicare con un bel secco “no”.

 

E’ per avere tutto questo che si è raccontato da più parti che era necessario il lodo Maccanico-Schifani. E chi, molto concretamente, non esercitando un potere che la Costituzione gli riconosce ha avvalorato questa tesi esce di fatto indebolito, per sua scelta.

C’è solo da augurarsi che una valutazione analoga non venga ripetuta per la Gasparri: in questo caso c’è “il precedente” del messaggio alle camere e non esiste alcun alibi metanazionale. Al contrario in  sede comunitaria l’opposizione, che appare meno inerte del solito, individua un argine allo strapotere monopolistico consolidato dalla Gasparri-Confalonieri.

 A dire il vero, come ha spiegato dalle pagine di Repubblica il giurista Alesando Pace, e non solo lui, anche il Lodo si pone in contrasto con la legislazione europea in quanto viola l’art. 6 della Convenzione là dove garantisce il diritto ad un processo equo e pone il divieto di ingerenza del potere legislativo sui processi in corso.

Ora la decisione spetta in primis alla Corte Costituzionale e nell’ipotesi non agevolmente ipotizzabile che la Corte rigetti l’eccezione (o modifichi solo parzialmente la legge con una sentenza interpretativa) ai cittadini chiamati ad esprimersi con il referendum.

Resta il risultato concreto che Silvio Berlusconi a differenza dei coimputati è ormai di fatto “uscito” dal processo e non perché sia risultato estraneo dalla vicenda Sme  e debba ricevere quella medaglia da benemerito dello Stato che va reclamando da tempo, ma semplicemente perché ancora una volta beneficerà della prescrizione. Cioè verrà assolto “perché il fatto non sussiste”, aggiungendosi al lungo elenco delle vittime delle “toghe rosse”,  nei salotti di Vespa, di Costanzo, di Socci, di Anna La Rosa e di tanti altri conduttori indipendenti che prolifereranno beatamente di qui a qualche tempo.

 

 

 

a cura dello staff tecnico democrazialegalita.it