Non siamo sudditi.

Di Daniela Gaudenzi

Con la sentenza della Corte Costituzionale che ha disintegrato il lodo Maccanico-Schifani gli italiani hanno ritrovato la consapevolezza di non essere sudditi. Lo devono, lo dobbiamo, a dei magistrati , ancora una volta, posti a presidio ultimo della Costituzione, anch’essi con la schiena diritta anzi drittissima e anch’ essi oggetto come i colleghi delle procure e dei tribunali, di infinite “attenzioni” e ancora maggiori pressioni da parte della politica. Prima, naturalmente; dopo la pronuncia, di insulti, minacce, diffamazione, oltraggio, vilipendio, attentato agli organi costituzionali… Ve la ricordate la visita novembrina di Marcello Pera, un paladino del “primato della politica” nonché pugnace spirito liberale,  al presidente Chieppa? Si tratta sempre di quel Pera che si è premurato, come d’altronde il presidente del Consiglio di esprimere i più profondi sentimenti di stima e cordoglio per la scomparsa di Norberto Bobbio a proposito del quale aveva avuto modo di osservare il 13 marzo ‘96 “Basta con la cultura liberale falsa e imbelle impersonata dal senatore a vita Norberto Bobbio” (Marco Travaglio “Unanime commozione” l’Unità del 13 gennaio).

Solo il giorno prima della sentenza il procuratore generale della cassazione Francesco Favara  aveva detto che se si nega il ruolo istituzionale della giurisdizione si mina la democrazia e lo stato di diritto.

Sembrano parole profetiche, se rapportate alle “pacate” reazioni degli amici, compari o alleati che siano, del premier.

Il “moderato” Gargani un fortunato acquisto di Berlusconi nel campo “avverso” aveva bollato la relazione come mediocre e contraddittoria e, con il pensiero fisso al verdetto del giorno successivo, anche se il riferimento era alla controriforma sull’ordinamento giudiziario, aveva aggiunto velenoso ed oltraggioso “E’ una moda discettare di costituzionalità delle leggi, la parola spetta prima al parlamento”. E’ solo l’anticipazione delle reazioni furenti e ai limiti dell’eversione dell’impianto costituzionale che sono rimbalzate nella maggioranza all’indomani, dopo la demolizione del Lodo Maccanico Schifani.

Donato Bruno quello che aveva stabilito che a Genova le forze dell’ordine avevano agito alla Diaz come a Bolzaneto nel pieno rispetto della legalità, non ha avuto dubbi nemmeno in questa occasione “C’è stata la prevaricazione del parlamento”. Taormina ha inveito contro i “maledetti comunisti” e uno spirito riflessivo proiettato fuori dagli angusti confini dell’Italia bananiera come il portavoce Bondi si è limitato a constatare che si tratta di una sconfitta della politica e che ora “siamo tutti un po’ meno europei”. Per Schifani solo una conferma “un organo politico ha emesso una sentenza politica”; mentre Follini che si pone come organo di controllo costituzionale di secondo grado prova ancora a tranquillizzare tutti in generale ed uno in particolare “l’ho votata perché è costituzionale”.

A caldo il rappresentante forse più autorevole dei commentatori “equilibrati” e “bipartisan” Sergio Romano aveva trovato opportuno rivolgere una di quelle note, calde e disinteressate raccomandazioni di cui la sinistra più avveduta e “riformista” ha ampiamente fatto tesoro con gli altrettanto noti e concreti risultati. Il suo indomabile spirito equidistante già superbamente emerso nei commenti alle sentenze di condanna per Cesare Previti gli ha dettato un adagio che concentra  sapienza, saggezza e soprattutto spirito di verità “Il governo passerà qualche brutto momento, ma l’opposizione deve evitare di fare le sue battaglie nelle aule di giustizia”. Chissà, forse Sergio Romano all’ultima udienza show del processo Sme deve aver visto Romano Prodi o qualche altro esponente dell’opposizione invece del Cavaliere che con le sue “dichiarazioni spontanee” ha fatto un uso strumentale della giustizia per fini politici di cui non esistono precedenti  nelle democrazie occidentali.

      Al di là dei deliri diffusi tra i politici (Calderoli vice- presidente del Senato parla di legge approvata da 454 e bocciata da 15) e le corbellerie interessate sparse a penne oltre che a reti unificate da autorevoli commentatori, analisti, cronisti prima e dopo la sentenza, i commenti da fare sono pochi e stringenti. Forse si possono sintetizzare nella osservazione del vice–presidente del CSM noto per la cautela e l’attenzione per l’opportunità “[La bocciatura] mi colpisce perché se ne può desumere che l’illegittimità deriva non dall’uso di una legge ordinaria invece che di una legge costituzionale, ma dalla violazione di valori fondamentali [e immodificabili] del nostro ordinamento: l’uguaglianza davanti alla legge (art.3) e il diritto alla difesa (art. 24)”.(Repubblica del 14 gennaio).

Insomma in attesa delle motivazioni si può affermare che la Corte ha cancellato in toto l’art.1 e cioè l’impianto della legge con interpretazione estensiva e che ha accolto le eccezioni di incostituzionalità sollevate dalla procura di Milano e fatte proprie dal collegio.

L’altro aspetto su cui non è possibile glissare è che una bocciatura così sonora nel merito incenerisce come un fulmine i frutti avvelenati di quella rovinosa pratica quirinalizia nota come “moral suasion” di cui il Lodo Meccanico-Schifani ha rappresentato il prodotto più curato e più a lungo dissennatamente reclamizzato.

A prescindere dalla famosa (famigerata?) cena della “vigilia” tra Berlusconi e Fassino sotto la cura diretta di Carlo Azeglo Ciampi per siglare una “tregua” e consentire che la legge venisse approvata e firmata a tambur battente per evitare la requisitoria di Ilda Boccassini (notizia di Cossiga ripresa da Claudio Rinaldi) rimane la domanda pertinente di Giovanni Sartori “Mi meraviglio come Ciampi si sia lasciato includere in un salvacondotto per se stesso” (la Repubblica del 15 gennaio).

Poi ci sono gli scenari politici.

Berlusconi, fresco di lifting (pare) e chiaro di idee più che mai avrebbe subito commentato “Guardate che questa vicenda della Consulta è esattamente l’altra faccia di un'unica medaglia: quella della vicenda Parmalat” (Claudio Tito la Repubblica del 14 gennaio). Insomma sempre la stessa storia dei “poteri forti” nelle mani dei comunisti e contro Berlusconi. Ma la gente è contro i poteri forti (e rossi, Corte Costituzionale,  Banca d’Italia e compagnia bella) e con Berlusconi. Dunque via a tutta forza con “il risparmiatori-day” e a testa bassa con Telekom-Serbia: mettere subito sotto torchio gli accusati e infittire il polverone. Per Marini, Bossi e Berlusconi c’è tempo.

Ma contemporaneamente tentare e ritentare all’infinito, di buone prove ne ha date in abbondanza, di fare ancora abboccare la sinistra “responsabile, moderata e di governo” a qualche trappola, in realtà non troppo occultata, sul fronte giustizia e riforme costituzionali.

Non è che la sinistra venga insidiata e raggirata da Ulisse e Diomede. Si mandano avanti per esempio Giovanardi e Nania per “recuperare lo spirito del Lodo” non a caso Maccanico (l’inventore), Schifani (il manovale molto zelante).

Così, senza sapere che cosa dice, Giovanardi sempre nello “spirito del lodo” e per estendere “lo scudo” a tutti gli eletti dà degli intoccabili e dei privilegiati ai magistrati costituzionali (che se avessero dichiarato la legge costituzionale ora costituirebbero l’incarnazione vivente della democrazia) e rilancia l’impunità per tutti con legge costituzionale.

Nania rilancia l’alta Corte (Sartori si domanda eletta da chi e perché mai con garanzie di maggiore imparzialità) per gli eletti e assicura che nascerebbe con il consenso di Luciano Violante.

D’altronde l’opposizione, che per bocca di più di uno dei suoi massimi rappresentanti, più di una volta aveva detto che la sua contrarietà al lodo derivava esclusivamente dalla sua natura di legge ordinaria, appare ora “in attesa”. Castagnetti, pur con qualche riserva sul merito, e Mastella (con nessuna) definiscono quella della riforma costituzionale come “la strada giusta”. Avvenire  titola “la CDL trova il sì della Margherita”; il Foglio riporta di spalla la vivissima preoccupazione di Franco De Benedetti e cioè dei cugini de il Riformista, che la sinistra dopo la bocciatura del lodo “si abbandoni al giustizialismo dei girotondini”.

Anche ora che il referendum esce di scena, e forse ancora più a proposito, andrebbe rivolta ai leader del centrosinistra, autentici destinatari, quella domanda infida ma pertinente che con aria compiaciuta e sorniona Gaetano Pecorella ha potuto rivolgere (impropriamente) ad Antonio Di Pietro.

“Perché se la legge era così manifestamente incostituzionale, c’era così tanta preoccupazione nella sua area politica ad affrontare il referendum?” (Primo Piano di martedì 13).

Il tasso di malafede della domanda non ha bisogno di essere analizzato. 

E proprio per questo, la sinistra sollevata da una prova durissima a cui comunque non avrebbe potuto sottrarsi e a cui si accingeva nel peggiore dei modi possibili, farebbe bene a non lasciare più per il futuro, armi di simili portata distruttiva nelle mani di Pecorella e del suo cliente. 

 

All’indomani del “sospiro di sollievo” per la sentenza che vanifica il referendum è già evidente che i riformisti blasonati nati per governare hanno già in serbo molti altri ritrovati per rendere la vita difficile ai soliti demonizzatori giustizialisti e per rasserenare le notti del Cavaliere.