|
E’
tutto uguale nel mondo alla rovescia.
Di Daniela Gaudenzi
Perché fare
distinguo, schierarsi, prendere posizione, tentare di separare la verità
dalle menzogne, ostinarsi a difendere lo Stato dall’Antistato, le
vittime dai predatori, i calunniati dai calunniatori, i servitori dello
Stato dagli occupatori della cosa pubblica?
Perché
irrigidirsi con petulante moralismo e poco “modernismo” nella
difesa del pluralismo dell’informazione, della stampa che cerca di essere indipendente e della magistratura con
“la schiena dritta”?
In effetti non
solo accendendo la TV ma anche sfogliando i giornali italiani in questi
ultimi tempi e ancora di più in queste ultime settimane gli inviti,“autorevoli”
e non, bipartisan e moderati a desistere e a
piantarla con “la guerra” a Berlusconi, alla mafia, ai
faccendieri, ai piduisti e analoghi, si
moltiplicano e si rincorrono anche dai pulpiti meno scontati (almeno fino a
qualche tempo fa). I richiami alla “moderazione” ad
“abbassare i toni” a non cadere nella trappola della
“demonizzazione” e a non “scadere nella commedia
permanente” delle reazioni
esacerbate e sopra le righe rivolti sempre ed unicamente al solito
gruppo di irriducibili (da Tabucchi
a Fo per intendersi) hanno assunto la cadenza di una scontata e mesta
litania.
Purtroppo
anche chi probabilmente non persegue l’obiettivo di avallare la
controriforma sottoculturale e antistatuale prima
che politica in atto, finisce per aderire a quel ribaltamento di qualsiasi
principio di verità che consente la
lettura capovolta e deformata di ogni fenomeno.
Tutto è posto sullo stesso piano in un teatrino mediatico
“globale” dove il capocomico e la
compagnia permanente al seguito controllano sia il canovaccio che gli
effetti speciali (talvolta specialissimi).
Allora
si scopre che “Dopotutto la mafia è un’impresa” come ci
segnala Marco Travaglio riportando la deduzione-provocazione di Piero Ostellino editorialista del Corriere della Sera di cui è stato direttore.
“Bisognerebbe individuare dei canali semi-istituzionali per
incoraggiare la mafia ad investire in attività produttive ‘in sofferenza’…..E’, ovviamente una provocazione. Ma spero
serva almeno a chiedersi, ad esempio, se il reato di associazione
esterna alla mafia non sia un reato, ma solo una sorta di ipocrisia
codificata o, peggio, di accusa medievale”. Insomma per dirla con
Giuliano Ferrara, il rapporto con il male che ha un politico (il suo politico
di riferimento era Giulio Andreotti) non è
precisamente quello di una casalinga.
Nello
stesso giorno in cui viene comunicata la
classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporters
sans frontières che
vede l’Italia ultima in Europa 53ma dopo Bolivia e Macedonia,
puntualissimo il nuovo editorialista di Repubblica
Francesco Merlo si dedica anima e corpo, come aveva fatto la settimana
scorsa con Tabucchi, a stigmatizzare Dario Fo.
Il
premio Nobel, “geniale perché fazioso” sarebbe reo, secondo il
commentatore, con la sua satira annunciata su Berlusconi, a sua volta pretesto
per una farsa tutta italica su una censura inesistente “di sdoganare il
satireggiato, di renderlo familiare e innocuo…di farne un’altra
maschera del teatro, una nostra abitudine, un caro difetto nazionale”
(La Repubblica del 21 ottobre)
E’ “un effetto” che può anche essere paventato, mai comunque a giustificazione di una censura
sull’autore e sul soggetto “politico”, ma può diventare “il
rischio” da cui dobbiamo essere più allarmati e su cui va concentrata
l’attenzione e la preoccupazione dei lettori?
Minacciare
la censura, praticarla molto concretamente, mandare a spasso con un diktat professionisti non graditi, indurre all’autocensura artisti come Luca Ronconi,
che dopo l’intimidazione di Micciché si è
“adeguato” (e tradendo Aristofane ha
tolto a Taormina le scenografie “incriminate”) è la stessa cosa
che reagire ad un clima allarmante?
Un
paese in cui la libertà di stampa non gode, per usare un eufemismo di
“ottima salute” può essere ridotto ad una caricatura di se
stesso in cui comunque i censurati e gli
ostracizzati sono ridicoli e meschini quanto i loro potenti censori ed epuratori, se non di più?
L’Italia
sarebbe dunque diventata solo un luogo dove “non c’è artista,
vero o falso, grande o piccolo, ispirato o disperato che sia, il quale non
cerchi o non sogni o non vanti almeno un risentimento di Berlusconi, una
reazione scomposta , o se gli va davvero bene, una
risentita minaccia di censura..” (ibidem). Nell’elenco di
quelli che si “possono convincere di essere
fiori del male” è stato incluso, non senza cattivo gusto, anche
qualcuno che per il solo fatto di aver fatto “un uso criminoso della
TV” lasciando parlare per una volta un giornalista libero è oggetto
insieme agli autori del libro incriminato di richieste di risarcimento per
decine di miliardi.
Il
prossimo destinatario di “autorevoli” richiami potrebbe essere
Claudio Abbado un altro che non vuole stare al
suo posto, non si gode beatamente i trionfi che il mondo gli tributa e usa le platee internazionali per segnalare il
livello di allarme del conflitto di interessi del presidente del Consiglio.
Da Tokio ha voluto citare le parole dello scrittore Peter
Schneider: “E’ compatibile che nella
parte più antica e nel cuore culturale del continente europeo ci sia un
uomo che controlla l’80/° dei mezzi di informazione
e che questo uomo sia il primo ministro?”.
L’autore della citazione
intervistato da Repubblica ha manifestato
un ulteriore “accanimento” che in Italia gli varrebbe la messa
all’indice perpetua e i campanelli degli appestati. Infatti ha aggiunto alla domanda tabù una considerazione
“Dobbiamo chiederci quanti operatori dei media ritenuti indipendenti
siano al libro paga del capo del Governo” e poco oltre “Ovunque
nel mondo è impensabile che un capo dell’esecutivo calunni come
comunisti i magistrati che indagano su di lui e vari leggi ad personam” (La
Repubblica del 23 ottobre).
Inaudito,
temerario, provocatorio e soprattutto inspiegabile
che uno straniero si affanni a “gettare fango” o a
“mettere in mezzo” il premier, come dicono a canone Giuliano
Ferrara e Barbara Palombelli, due indipendenti a
caso, esattamente come gli “esibizionisti” autoctoni che fanno
a gara per attirarsi le rampogne, naturalmente bonarie, del cavaliere.
E ancora più
strano è che anche dall’estero ci sia sempre chi con uno zelo degno
di miglior causa faccia di tutto per “accendere i riflettori” su
Berlusconi per
“demonizzarlo” e dunque ovviamente “per favorirlo”.
Il Riformista di Polito in un
anno di vita o meglio di “storia” come suggerisce con ammirata
ironia il Foglio “confratello”
con “imprese titaniche alle spalle” ed “imprese
ciclopiche davanti” si è dedicato a declinare
questa elementare verità che pure incontra tuttora la resistenza dei più
ottusi.
Non
resta forse che condividere l’augurio e l’auspicio di Peter Schneider, attivandoci
per quanto possiamo affinché si traducano in realtà quanto prima:
“Auguriamoci che gli italiani come in ogni democrazia affrontino da
soli i pericoli che corrono….Ma la futura costituzione europea
dovrebbe rendere impossibili simili conflitti di interesse”.
(la Repubblica del 23 ottobre). A
dire il vero esisteva in Italia una legge datata 1957 che se correttamente
applicata dalla giunta per le elezioni ci avrebbe evitato di diventare
“il caso italiano” ma il ceto politico, quando il
centrosinistra era maggioranza, nell’esercizio del suo “primato”
ha pensato bene di aggirarla con un espediente patetico, applicandola a
Fedele Confalonieri e non a Silvio Berlusconi.
Confidiamo
nel fatto che il semestre di presidenza italiana finirà tra due mesi e che
non lascerà altra traccia di sé che il Lodo Maccanico-Schifani
(sottoposto, notoriamente, al vaglio di costituzionalità della Consulta
oltre che a referendum abrogativo).
|