|
Se il crocefisso
diventa un corpo contundente contro i magistrati.
Di Daniela Gaudenzi
E’
impossibile prevedere tutto. E se come dice Elias Canetti nel prevedere il
peggio non c’è alcun merito, possiamo vantarci di non aver mai
lontanamente immaginato, nemmeno nel più cupo degli incubi, che persino il
crocifisso potesse essere agitato come un manganello sulla testa di un malcapitato
magistrato.
Al
giudice de l’Aquila è toccato di doversi pronunciare sulla richiesta
di un cittadino italiano Adel Smith, presidente dell’Unione islamica
italiana, un noto provocatore, un intemperante integralista, peraltro
aggredito in diretta qualche tempo fa da alcuni facinorosi di altra
“fede” ma non meno “fondamentalisti”ed inquietanti.
Non
risulta, ancora, che il magistrato chiamato a pronunciarsi debba, per
accogliere o respingere una richiesta tener conto della autorevolezza o
viceversa della inattendibilità e della faziosità del ricorrente. Se così
fosse i processi a carico di Berlusconi e Previti invece che rischiare di
“esaurirsi” per prescrizione, come le notizie odierne purtroppo
ci confermano, sarebbero già arrivati a sentenza da molto tempo nonostante
il nutrito corpus delle leggi ad personam.
Per
ora, guarda un po’ in un sistema di divisione dei poteri i magistrati
sono chiamati ad interpretare ed applicare la legge, quella vigente
appunto, a prescindere da altre considerazioni. E non sono proprio quelli
che si accaniscono contro la decisione de l’Aquila, che nel caso
specifico, e si badi bene non a livello nazionale, perché una sentenza non
è appunto una legge che ha efficacia erga omnes, ha accolto la richiesta di
rimuovere da un ambiente pubblico il simbolo di una singola religione, gli
stessi che vorrebbero i magistrati, secondo un’interpretazione
settecentesca, come “bocca della legge”? Gli stessi che parlano
ora di sentenza “aberrante” (e di “sanzionabilità”
per chi l’ha emessa) riguardo ad una decisione che si attiene al
dettato costituzionale, nonché alla giurisprudenza costituzionale e della
Cassazione, volevano procedere “manu militari” contro un altro
tribunale della repubblica, quello di Milano reo di aver applicato ed
interpretato una nuova legge, quella sulle rogatorie alla luce dei trattati
internazionali e della prassi consolidata.
A
fronte del Ministero che per bocca della Moratti dichiara che applica e
continuerà ad applicare le disposizioni di legge mai abrogate del regio
decreto del 1923 c’è una pronuncia della Corte Costituzionale del 12
aprile 1989 la n.203 ed una successiva la n.13 del 14 gennaio 1991 che
concordano sul fatto che viene garantito “il pluralismo solo se
l’istituzione scolastica rimane imparziale di fronte al fenomeno
religioso”. La Cassazione chiamata a pronunciarsi nel 2000 afferma
che “tutte le vecchie disposizioni erano in contrasto con i principi
costituzionali di laicità ed uguaglianza”.
Con
questo nessuno vuole sostenere che la decisione del magistrato de
l’Aquila sia ineccepibile o debba essere esente da critiche, né tanto
meno che l’azione civile di Adel Smith fosse opportuna o che possa
contribuire ad un proficuo rapporto tra cristianesimo ed islamismo.
Sulla
decisione di primo grado, applicabile solo al caso specifico per cui è
stata emessa, interverranno comunque le pronunce successive. Rimane
sconcertante come ha osservato il procuratore Gianfranco Amendola che
mentre “in Italia stanno accadendo cose molto gravi…a partire
dall’assalto ad un patrimonio comune come l’ambiente, tanto per
fare un esempio, o alla giustizia, per farne un altro.. ci si possa
spaccare in due su una sentenza civile di questo tipo…” (l’Unità del 27 ottobre) . Ma
purtroppo il vizio della classe politica italiana (trasversalmente) di
piegare in modo vergognoso le regole del
diritto e della giurisdizione alle proprie convenienze, per coprire
in primo luogo la propria inadeguatezza ed incapacità di guidare il paese in qualsiasi forma di
cambiamento, è esploso in modo dirompente anche su questo tema complesso e
delicato.
Ancora
una volta è toccato alla magistratura di essere condannata all’ opera
“di supplenza” di una politica incapace ed ipocrita pronta a
rivendicare il “suo primato” solo per minare la divisione dei
poteri e l’indipendenza della magistratura.
Basta
vedere come viene affrontato dall’attuale maggioranza il tema
dell’immigrazione e dei diritti degli immigrati e come l’intera
classe politica si è posta, in questi giorni, di fronte al divorzio a ben
trent’ anni di distanza.
Ed
è comunque sulla magistratura che si riversano i conflitti e le tensioni da
cui è percorsa la società italiana eternamente in bilico tra
“transizione”, non solo politica, ed immobilismo con tuffi
periodici nella sempre rimpianta epopea di Peppone e Don Camillo.
Il
rapporto tra laicità dello stato ed influenza della chiesa cattolica non è
stato positivamente risolto, come è noto né dal compromesso
dell’ultima ora imposto da Togliatti alle forze laiche con la
sostanziale introduzione dei patti Lateranensi all’interno
dell’articolo 7 Costituzione, né dalle modificazioni al concordato
intervenute successivamente. Né tanto meno con le più recenti disposizioni che hanno, tra
l’altro, inserito in ruolo gli insegnanti di religione, reclutati
dalla curia al di fuori di qualsiasi concorso pubblico, con la possibilità
molto concreta, se diventano “eccedenti” nella disciplina di
appartenenza, di insegnare qualsiasi materia in cui siano laureati.
Il
tutto, come d’altronde l’assegno alle famiglie che iscrivono i
figli alle private disposto dalla Moratti
con un aggiramento palese della disposizione costituzionale che
esclude esplicitamente oneri per lo Stato, è avvenuto senza il sostanziale
dissenso del centrosinistra escluse le solite “frange”.
E
allora c’è poco da stupirsi anche del coro unanime di sdegno nei
confronti di una sentenza che in ultima analisi stabilisce che un luogo
pubblico non debba avere connotazioni confessionali e c’è poco da
interrogarsi sulle ragioni di tanta strumentalizzazione e di una
sovrapposizione impropria e fuorviante di piani e problematiche che proprio
per la loro rilevanza dovrebbero essere tenuti accuratamente separati.
Osservatori
“moderati” ma “sinceri” come Gabriele Cané rivelano
la traccia sottostante all’indignazione ed invocano interventi
concreti, come se gli ispettori di Castelli non bastassero
“….Allora che il CSM fermi giudici come questi prima che
facciano altri danni. A meno che dopo aver rivoluzionato la politica non
pretendano anche di cancellare il costume e la religione scambiando le
toghe con le tonache come gli ayatollah.” (Il CSM fermi i giudici che
fanno danni su Il resto del Carlino
del 27 ottobre). E politici di
“razza” come Castelli e Fini trovano piena convergenza:
l’ingegnere esperto in abbattimento dei rumori sottolinea che
“è sanzionabile emettere sentenze abnormi” ed il vicepremier
ormai perfettamente in grado di sostituirsi al premier commenta
“decisione assurda operata da un magistrato evidentemente in cerca di
notorietà”.
Sono
in piena sintonia per una volta anche la Lega ed il Vaticano: il partito di
Bossi parla di “esempio di idiozia giudiziaria” mentre
l’organo della Santa Sede con maggiore compostezza definisce la
sentenza “assurda ed offensiva: una decisione fuori luogo sia sotto
l’aspetto formale che sostanziale”. Nel centrosinistra, da
Livia Turco a Massimo Cacciari, è una gara per solidarizzare con la chiesa
e prendere le distanze con la sentenza attribuendole significati, finalità
ed implicazioni politiche del tutto improprie. Fuori dal coro rimangono in pochi:
Pannella che per una volta non se la prende con i magistrati e La Malfa,
repubblicano della CDL, che scosso da un sussulto di ritrovato (per
quanto?) orgoglio non rinnega il suo passato.
|