<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Dialogo italiano sulla giustizia, gennaio 2002
 
 
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17 gennaio 2002
Il dialogo all'italiana sulla giustizia
di Daniela Gaudenzi

E' difficile sostenere che Silvio Berlusconi non abbia un progetto chiaro e coerente e che non sia ferreamente determinato a portarlo a compimento; certo a voler sempre "remare contro" si può obiettare forse che è leggermente elementare.

Il progetto politico è "evitare la galera e salvare la roba" come ha ripetuto ancora di recente Paolo Sylos Labini (*) limitandosi a citare alla lettera Enzo Biagi che riporta l'espressione testuale del cavaliere al tempo della discesa in campo.

La potenza della motivazione, l'univocità degli intenti e sciaguratamente la scarsa per non dire nulla forza di resistenza che gli è stata opposta, hanno fatto sì che in questi tempi di "notte della democrazia" si sia finalmente e fatalmente giunti al definitivo "svelamento" della posta in gioco e ad un punto di non ritorno. Non dimentichiamo che per arrivare a questo punto di chiarezza accecante, che nessuno può far finta di ignorare si è già pagato un prezzo altissimo in termini di deterioramento delle istituzioni e di tenuta dell' assetto democratico e che i giorni peggiori devono forse ancora venire.

A meno che….con un colpo di bacchetta magica "politico - istituzionale" si azzeri lo stato di diritto, si cancelli fisicamente dalle aule dei tribunali "La legge è uguale per tutti", si mandino per un bel po' in vacanza, più che meritata, i rappresentanti dell'accusa nei processi per corruzione giudiziaria che coinvolgono Berlusconi e Previti, risolvendo in un sol colpo anche la vergognosa questione delle scorte, e si riconosca che la pretesa dello Stato di giudicare questi signori era solo uno scherzo.

Allora sì, arriverebbero i giorni felici! Via Castelli, un imbarazzo in meno ai vertici internazionali, anche se Bossi assicura che è troppo bravo(al suo posto l'emerito Caianiello di sicuro un po' più sofisticato), momentaneamente accantonata la cosiddetta riforma della giustizia che dovrebbe in tre mesi assoggettare il pubblico ministero all'esecutivo e smantellare i presidi costituzionali a tutela dell'indipendenza della magistratura, tanto non c'è più tutta quella fretta (anche se sulla divisione delle carriere sembrerebbe comunque improbabile un'inversione di tendenza anche perché è sempre consigliabile premunirsi per il futuro).

E poi dialogo, tanto dialogo naturalmente e l'azzeramento delle commissioni già in cantiere, Mitrokhin, Telekom-Serbia e naturalmente quella su Tangentopoli o meglio su Mani Pulite, a quel punto priva di ogni interesse, in quanto avrebbe dovuto giudicare e punire i magistrati che avevano osato indagare su Berlusconi e soci.

E mai più quei brutti epiteti "comunisti" e "toghe rosse" e intimidazioni, attacchi, minacce strumentali di procedimenti disciplinari per aver esercitato il diritto costituzionale di libertà di espressione, il più delle volte per difendersi e difendere il prestigio stesso della magistratura, e di ispezioni ministeriali a causa dello svolgimento del proprio dovere. Quel che risulta più incredibile, ma fino ad un certo punto, è che una simile proposta, reintrodurre l'autorizzazione a procedere così come era formulata prima del ' 93, con l'aggravante di una retroattività ad personam per uno o due processi in corso, (è questa la sostanza italiana del modello spagnolo) sia venuta dal vice - presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e possa essere stata caldeggiata dalle massime cariche istituzionali, oltre che, naturalmente, dal beneficiario (le indignate smentite confermano).

Ma questo è lo stato delle cose dopo sei mesi di governo cadenzato dalle urgenze processuali del capo del Governo e degli amici che per ovvi motivi non possono essere abbandonati e che ha prodotto in successione la legge sulle rogatorie, la cosiddetta riforma del falso in bilancio (tre processi azzerati per il cavaliere), il rientro dei capitali illecitamente esportati (cioè un premio all'evasore anonimo), la farsa vergognosa del mandato di cattura europeo, il ritiro della scorta ai magistrati più esposti sul fronte della lotta alla mafia, con cui quanto meno il Governo intende serenamente convivere.

Lo spaventoso conflitto di interessi in primo luogo tra l'imputato e il capo dell'esecutivo che vuole con ogni mezzo condizionare la giustizia è venuto ancor più drammaticamente allo scoperto dopo il 12 gennaio, "il giorno del giudizio" o del "grido di dolore" di tutta la magistratura che in tutto il paese ha manifestato con compostezza e responsabilità ma in modo nettissimo la sua volontà di resistere ai diktat, alle intimidazioni e alle grossolane invasioni di campo.
Più ancora a Milano, la sede nevralgica dove all'apertura dell'anno giudiziario dove è stato inviato, guarda caso il capo degli ispettori e dove ogni giorno di udienza del processo Sme il collegio giudicante deve ingaggiare una battaglia per difendere in nome del popolo italiano l'esercizio della stessa funzione giurisdizionale.

L' imputato - presidente del Consiglio che evidentemente sa meglio di noi di non potersi difendere nel merito si trova dunque ad un passaggio stretto e ad una scelta senza ritorno. Barattare, purché l'opposizione malauguratamente glielo consenta, il proprio salvacondotto per l'impunità, con un "ammorbidimento" non si sa bene quanto reale o virtuale sulla giustizia, oppure proseguire a testa bassa contro lo stato di diritto e l'annientamento dei giudici giacobini e persecutori giocando la carta estrema e rischiosa dello scippo del processo a Milano (per legittima suspicione naturalmente).

Al lieto fine provvederebbe ancora una volta misericordiosa la prescrizione. In entrambe le ipotesi, come prospettava realisticamente Paolo Sylos Labini, i giorni futuri si prospettano non meno duri dei precedenti; bisogna esserne consapevoli e "semplicemente" resistere per difendere lo spirito del diritto, che presuppone la stessa convivenza civile.

Lo ha detto per tutti, come meglio non si sarebbe potuto Francesco Saverio Borrelli, rivolto alla società civile non meno che ai magistrati in trincea. L'occasione per alzare la testa animati da questo unico intento, difendere lo stato di diritto, garanzia di libertà ed uguaglianza di tutti i cittadini è la manifestazione per la legalità del 17 febbraio (data convenzionale di inizio di Mani Pulite con l'arresto di Mario Chiesa) a Milano, proposta da MicroMega, Il Ponte, Critica Liberale e numerosi clan e sette di intellettuali giacobini, demonizzatori e accaniti giustizialisti a cui in Italia tocca difendere, tra lazzi ed insulti, i principi più sacri dello stato liberale.

Mentre, vedi un po' le peculiarità italiote, i più brillanti e blasonati liberali (alle vongole) stanno alla corte di Arcore a difendere, purtroppo spesso con qualsiasi mezzo, il loro provvidenziale "unto del Signore" quasi sempre datore di lavoro.

La cosa più complicata sembra, nonostante i tempi che corrono, far capire queste piccole elementari, verità a D'Alema che equiparando grossolanamente "rivoluzione" con "applicazione della legge nei confronti di tutti" ha puntualizzato sprezzante ad una incauta ascoltatrice per motivare il suo no un po' disgustato alla manifestazione: "la rivoluzione francese si festeggia il 14 luglio, non il giorno della decapitazione del re."

Vuol dire che ci rassegneremo a resistere senza di lui: dai tempi della Bicamerale non è poi una grande novità. Solo che ogni volta la situazione è più grave e il tempo per tentare di rimediare è sempre meno: adesso sembra davvero finito.

 
(*) "Ecco perché non esiste la congiura dei giudici" su la Repubblica del 15 gennaio 2002

 

 

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