Democrazia e Legalità

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Senza avversari

Di Daniela Gaudenzi

 

I riformisti doc, quelli nati per governare, senza perdere tempo in quella cosa ingrata e faticosa che si chiama opposizione ormai ce l’hanno fatta a sgombrare il campo a Berlusconi da qualsiasi incomodo. L’ultimo scalpo in ordine di tempo, su cui si stanno accanendo appartiene a Romano Prodi. Si può facilmente ammettere che Prodi abbia troppo a lungo prestato il fianco agli stessi che in fondo l’hanno sabotato da sempre, basti pensare al governo di “larghe intese” rectius di “larghe imprese” secondo il felicissimo lapsus di Dini concepito da Antonio Maccanico come preventivo annientamento di quello che sarebbe stato l’embrione ulivista.

E si può anche essere lealmente contrari al Listone e critici nei confronti della sua debole affermazione; ma anzi partendo da questo angolo visuale non si può non vedere che “l’operazione Prodi” ricalca un modello collaudato e riproduce parole d’ordine della “sinistra riformista” tristemente note. Il fattore tempo non è comunque irrilevante. Riproporre la stessa offensiva autoreferenziale e suicida da parte delle segreterie dei partiti del triciclo a meno di due anni dalle elezioni politiche, contro qualsiasi “corpo estraneo”, in una situazione nazionale ed internazionale di emergenza, significa il trionfo del berlusconismo a tempo indeterminato.

E l’urlo di Munch adottato da Paolo Sylos Labini è davvero l’immagine più adeguata per esprimere lo stato d’animo non emotivo ma compiutamente razionale di qualsiasi cittadino elettore non berlusconizzato di media intelligenza e sensibilità.

Furio Colombo ha tracciato su l’ Unità del 28 settembre un interessante quanto allarmante promemoria dell’analitico atto di accusa, con annessa sentenza di morte politica, stilata dal Riformista, a carico del “radicale” Prodi.     I singoli capi d’accusa sembrano redatti da cultori di un verbo rivelato (il riformismo duro e puro) che non ammette dubbi ermeneutici; in effetti a pensarci bene già aver adottato nell’appello ai partiti e alla società civile il termine eretico “riformatori” di derivazione Keynesiana,  piuttosto che l’ortodosso “riformisti” nell’accezione “politiana”, non faceva presagire nulla di buono.

La scelta di Prodi, secondo Polito, sarebbe una scelta non risolutrice ma solo di copertura dei problemi; la legittimazione di Prodi, nonostante il passato in qualche modo “burrascoso” sarebbe potuta avvenire solo se avesse fatto una “vera scelta riformista” fondata cioè su un assoluto atto di fede nei confronti del dio mercato, risolutore di qualsiasi problema. Di conseguenza Prodi finisce per “rafforzare l’ala più radicale”; ma non basta: Prodi si è anche messo in testa di “andare in giro per un anno ad ascoltare il paese” magari scimmiottando quel Cofferati di cui il Riformista si era già alacremente occupato un giorno sì e l’altro pure fino a quando non ce n’è stato più bisogno.

Dunque sbarazzatisi di un radicale movimentista, ecco profilarsene un altro, anche se più “pretesco”: quando è troppo è troppo.  Come sottolinea Colombo si staglia ancora all’orizzonte “l’incubo malevolo dei girotondi, l’odiosità dei cittadini auto-convocati, l’insopportabile pretesa dei non addetti ai lavori di interferire con la politica” (ibidem). Per il fondatore e direttore del Riformoglio che ha da pochi giorni come vice Oscar Giannino, una delle penne migliori del vivaio di Ferrara, deve trattarsi di una specie di maledizione senza fine: crea con Velardi, l’uomo di D’Alema a palazzo Chigi un giornale che deve servire ad una cosa sola e cioè indebolire la sinistra, mortificare l’opinione pubblica che appartiene a quell’ area, mandare a casa delusa e scoraggiata la gente che si è mobilitata per anni contro le violazioni più macroscopiche della Costituzione e dello stato di diritto, attaccare ed irridere quotidianamente gli esigui oppositori di Berlusconi, affossare i movimenti e neutralizzare l’uomo che era in grado di  tenere testa con rigore e coerenza a Silvio Berlusconi e richiamare in piazza tre milioni di cittadini.

Quando la missione sembra già puntualmente compiuta ecco ancora (per poco?) alla ribalta uno che ha quale ultimo, supremo ed imperdonabile torto quello di non essere legato a doppio filo ad un partito e che può dire io sono fondatore dell’Ulivo ma non ho la tessera di nessun partito. E per colmo di ipocrisia e di sfacciataggine Antonio Polito, ospite quasi scontato di tutti i salotti televisivi che contano inclusa ben inteso “la terza camera”  di Bruno Vespa e paladino di quella nomenclatura partitica che non esiterebbe ad entrare nel santuario di Porta a Porta in ginocchio, ironizza “dove eserciterà la sua leadership Prodi? A porta a porta, nel pastone quotidiano di Pionati?”.

Insomma a ormai molti anni di distanza dalla prima esperienza ulivista che dopo le speranze e le aspettative suscitate aveva già disatteso le priorità del suo programma (basta pensare alla giustizia e all’assetto televisivo) ad opera soprattutto, ma non solo, del sabotaggio dei soliti noti affaccendati da subito e da sempre alle larghissime intese, la nuova fase dell’Ulivo rischia concretamente di esaurirsi prima di vedere la luce.

Si tratta di una fine che forse potrebbe ancora essere scongiurata, ma sinceramente, date le premesse, era più che annunciata.

I passaggi e la progressione che ha condotto a questo stato penoso e gravissimo dell’opposizione sono facilmente riepilogabili e prendono le mosse dal tempo in cui l’opposizione non era tale ma era forza di governo che non ha operato sul conflitto di interessi, sull’assetto televisivo, sulla giustizia; o peggio quando l’ha fatto è stato per favorire Berlusconi al fine di non dimostrarsi “illiberale”.

Il centrosinistra non ha mai preso le distanze dalla stagione della bicamerale, non ha mai analizzato le ragioni della confitta del 2001, anzi l’ha attribuita all’opera luciferina e controproducente dei demonizzatori: Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio ecc, gente che non si è mai più vista in Tv insieme ad un numero impressionante di “nuovi” censurati. Evidentemente per una volta Berlusconi ha voluto ricambiare gli innumerevoli favori che gli vengono quotidianamente resi dai vari  D’Alema, Rutelli, Fassino, Violante, Maccanico, Boato e ha voluto giocare ad armi pari togliendo di mezzo quei sabotatori della sinistra “riformista” che lo farebbero vincere, come assicura il consigliere massmediologo Klaus Davi. 

Purtroppo il passato spiega fin troppo bene la continuità con il presente: le mille posizioni sull’Iraq; le sottolineature più inopportune nei momenti massimamente critici “Noi il ritiro delle truppe non lo chiediamo adesso e non l’abbiamo chiesto mai” (Violante dopo la convocazione dell’opposizione a palazzo Chigi per il rapimento delle volontarie); il voto di astensione e qualcuno avrebbe voluto anche a favore tout-court sull’art. 1 della riforma Costituzionale della Cdl che fa rabbrividire qualsiasi costituzionalista degno del nome.

Era fin troppo prevedibile che dopo aver fatto il pieno di voti alle amministrative e poi alle europee grazie ad una mobilitazione spontanea e permanente del popolo della sinistra o semplicemente antiberlusconiano e nello stesso tempo operando alacremente per l’eutanasia dei movimenti e delle associazioni, la nomenclatura partitica arrivasse brutalmente alla resa dei conti se così si può dire interna. Fino al punto, solo superficialmente incredibile e paradossale di avvertire addirittura il tanto, il troppo acclamato leader finché era lontano, come un corpo estraneo e in ultima analisi pericoloso per la sua immutabile e parassitaria sopravvivenza.

La determinazione, quasi la rabbia ostinata con cui si sono voluti liquidare i movimenti che in verità non sono stati in grado di opporre una valida resistenza né di tradurre la loro forza di aggregazione in analisi politica è una dimostrazione di questa ansia di “primato partitico” e della sua valenza distruttiva e autodistruttiva. Un pericolo anche maggiore e contro il quale si è impiegata al meglio l’artiglieria è stato rappresentato da Sergio Cofferati considerato leader naturale e vincente da milioni di cittadini; uno non immischiato con pregressa attività politica e dunque al di fuori di qualsiasi ragnatela di interessi o compromissioni; uno che aveva la forza di parlare un linguaggio altro rispetto allo sleng berlusconiano e che per di più se ne vantava citando addirittura il Don Giovanni di Mozart e Da Ponte “non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste”; uno che difendeva i diritti complessivamente, il lavoro, la legalità, l’indipendenza della magistratura senza sentirsi in imbarazzo e che quando ha intrapreso una battaglia, quella sull’articolo 18 l’ha portata fino in fondo e ha sfilato definitivamente l’argomento di mano alla destra.

Insomma un pericolo mortale, un’arma che bisognava depotenziare: tanto che anche la brillante affermazione a Bologna ha infastidito e preoccupato più di  un dirigente di partito. Adesso tocca persino ad uno “rassicurante” come Prodi, il quale, a ben vedere, avrebbe avuto già non pochi elementi sui quali riflettere e molte occasioni per prendere, magari, posizione più nettamente e da diverso tempo. A Nanni Moretti che aveva gettato da piazza Navona a tempo debito un segnale salvifico che non è stato adeguatamente raccolto o meglio che non si è tradotto in termini politici nonostante tanta mobilitazione, sembra che ora i dirigenti del centrosinistra siano meno inadeguati. E’ un giudizio ottimistico o distratto o pericolosamente illusorio che purtroppo non si può condividere: sono gli stessi fisicamente e politicamente.

Sembra che i vertici del triciclo siano persino più impermeabili al cambiamento di un uomo stretto da priorità ineludibili come Silvio Berlusconi.   “…H dei punti deboli, così grossolano e narciso, ma diversamente dagli antagonisti, impara qualcosa: adesso per esempio, sta insolitamente quieto. Infine dispone d’una gran risorsa negli avversari volatili, remissivi, ciarlieri, senza idee, rissosi. Se non esistessero se li inventerebbe”. (Franco Corsero, Repubblica del 26 settembre).

 

a cura dello staff tecnico democrazialegalita.it