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Dimenticare Venezia
di
Daniela Gaudenzi
articolo
originale di www.democrazialegalita.it
Se lo volete utilizzare, citate con evidenza la fonte e l’autore o meglio linkate
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“E’ la prima volta
che a Venezia viene eletto un sindaco con voti della destra!”. La dichiarazione
che sintetizza la vittoria di Cacciari è del raggiante Raffaele Speranzon
candidato di An che ha dato il primo bacio
al neosindaco. Ma esulta anche il deputato azzurro Michele Zuin “Dietro
questa vittoria ci sono i nostri voti”. Se poi si accostano alle dichiarazioni
a caldo dei veri vincenti i toni di due testate schierate con il sindaco-filosofo,
come Il Giornale che titola “Cacciari esulta, Casson in esilio” ed Il
Riformista che apre con “Cacciari rilancia la competition nel primo
ballottaggio della Fed” il quadro si completa.
L’ epilogo
veneziano infausto ed imbarazzante, per usare un eufemismo, per una sinistra ed
anche per un centro sinistra credibile e rispettoso della sua identità,
dovrebbe essere archiviato come un grave errore da non ripetere. “Dimenticare
Venezia” e archiviare quella che è stata puntualmente definita da commentatori
non certo estremisti “un momento di bassa democrazia sfociato in una “conventio
ad excludendum” nei confronti della “toga rossa”, quasi che il pm Felice Casson
non godesse del diritto all’elettorato passivo come qualsiasi cittadino della
Repubblica.
Ma come sottolinea
esultante il Giornale Casson è stato “esiliato” o se si vuole
ostracizzato nella sua città.
Altro discorso
riguarda il giudizio sull’ “opportunità”, pure in mancanza di una legge in
proposito, di togliersi la toga e candidarsi a sindaco nella stessa città,
nonché sulla scelta politica maturata in una federazione senza il consenso
della Margherita, ma, è bene ricordarlo, dopo la vana ricerca di candidati
unitari e la categorica indisponibilità di Massimo Cacciari a candidarsi come
sindaco della coalizione.
A poche ore di
distanza dalla formalizzazione della candidatura di Casson, ecco la discesa in
campo del filosofo: evidentemente aspirava a fare il sindaco della CDL e vi è
pienamente riuscito. Ha chiesto ed ottenuto a piene mani i voti di tutte le
componenti del centro destra, e ha
convogliato su di sé -copiosi e calorosi - anche i consensi, non esplicitamente
richiesti, dell’ex sindaco leghista di Treviso, l’arcinoto Gentilini, così come
dei seguaci di Heider (nella persona di Diego Volpe Pasini, condannato per
bancarotta fraudolenta) che hanno mandato in onda su alcune tv locali spot
elettorali “autofinanziati” (?) per coronarlo sindaco con lo slogan : “noi
elettori di centro destra non dobbiamo lasciare Venezia nella mani di un PM”.
Comprensibile, visto il precedente.
Sono le
dichiarazioni, le valutazioni, le analisi del giorno dopo a confermare che non
si è trattato di un grave errore e di una bruttissima scivolata dell’ Unione,
ma di un esperimento pianificato, se non proprio di una trappola preordinata:
ecco infatti che secondo un copione anzitempo scritto, quello veneziano diventa
paradossalmente un modello da imitare, un felice sperimento da estendere a
livello nazionale. Per Rutelli è l’esito positivo “del coraggio riformista” e
lo stesso sindaco che nutre “grandissime ambizioni” si rivolge senza giri di
parole a chi di dovere, Romano Prodi, perché prenda diligentemente nota. Il
messaggio è chiaro: “tenere bene a mente Venezia”. Il modello vincente? La
disinvoltura, l’apertura, il superamento di pregiudizi e “steccati” di cui il
filosofo aveva già dato mirabile prova quando aveva partecipato con entusiasmo
al “teatro civile” di Dell’Utri, al tempo solo imputato e non ancora condannato
a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in cui veniva
rappresentata la stupefacente sovrapposizione ed identificazione del già
pregiudicato Dell’Utri con il perseguitato Socrate.
Tutte doti
ampiamente apprezzate allora come oggi. Lo riconferma il coro di felicitazioni
per quella che è, a ben vedere, la loro insperata vittoria da rappresentanti di
“primo piano” della maggioranza e del governo: da Renato Brunetta grande
sponsor di Cacciari in FI a Gianni De Michelis fino al ministro ingegnere
Roberto Castelli che deve essersi sentito adeguatamente rappresentato nella
riscossa contro una odiatissima “toga rossa”.
Naturalmente è molto soddisfatto anche Giuliano Ferrara che parla di
“lezione per il sistema politico” e saluta la vittoria di uno che “si è fatto
la sua bella lobby ed è stato eletto” contro “un magistrato un po’ scialbo e un
cattivo perdente”.
Se la ricetta
vincente è “chiedere voti da tutte le parti”, fare del centro sinistra “una forza aperta e di
dialogo non arroccata sul fronte rosso-verde” e l’auspicio, o qualcosa di più,
è che “la lezione veneziana sia ben
intesa da Fassino, Rutelli, [e soprattutto] Prodi ecco che si accumulano “istanze interessanti” sul
tavolo del leader del centro sinistra.
Mentre Berlusconi
si avvia, non è ancora dato ancora sapere se per la via maestra o attraverso
qualche tortuosa scorciatoia, ad un capolinea non troppo lontano, il
berlusconismo sembra aspirare ad una
longevità irresistibile.
Così, tanto per
ricapitolare alla voce berlusconismo, trasformismo, transfughi, riciclati,
inquisiti e condannati, è illuminante passare velocemente in rassegna “le
priorità”.
Romano Prodi ha già
sul tavolo la lettera accorata di Cirino Pomicino desideroso di riparo nella
Margherita contro un Mastella padre-padrone, nonché la promozione sul campo
siciliano quasi fatta per il “nobile” transfuga, il rettore dell’università di
Catania Latteri già incredibilmente favorito dai partiti e bocciato dai
cittadini alle europee, riconoscimento che è solo un’anticipazione del grande
araccio per gli ex fedelissimi di Totò Cuffaro.
Ora Prodi deve
affrettarsi ad aggiungere e a “tenere a mente” l’invito perentorio del
Machiavelli lagunare a smarcarsi dall’arroccamento rosso-verde e a seguire a
livello nazionale il fulgido esempio di una “forza Italia” del centro sinistra.
E’ questo un modo
consolidato e devastante per l’Unione in primo luogo, di tenere Prodi, premier
senza partito, costantemente sotto scacco. Persino Fabrizio Rondolino, tra
l’altro insuperato consigliere di D’Alema a palazzo Chigi, si domanda “E’
ragionevole voler costruire una ‘Forza Italia’ del centro sinistra ed è utile
per l’Unione che ciò avvenga?” (La Stampa del 20 aprile).
Dietro quelle
affermazioni di Rutelli facili e tutte da verificare “Siamo una forza di centro
sinistra laica, non ideologica,
autonoma e riformista aperta a quegli ‘anticomunisti’ che non vogliono
mescolarsi agli eredi del PCI, elettori del polo in quanto ‘riformisti’”, c’è
lo scenario, tutt’altro che esaltante del “trionfo” per 1340 voti, dei nuovi
27.000 tutti da destra del neoeletto sindaco di Venezia (i diessini filo
Cacciari, da non dimenticare, lo avevano già votato con il voto disgiunto al
primo turno).
In termini politici
il risultato elettorale si traduce nell’affossamento senza mezzi termini della giunta
rosso verde che lo stesso Cacciari aveva tenuto a battesimo nella scorsa
legislatura, in un quasi monocolore della Margherita (26 consiglieri su 45 più
il sindaco), in una giunta verosimilmente rappresentativa della destra, data
anche l’indisponibilità - incompatibilità con Casson e le forze che lo hanno
sostenuto, e nella sostanziale mancanza di rappresentanti per metà
dell’elettorato veneziano, quello di sinistra. Veramente un grande risultato da
diffondere, forse lo stesso che deve aver in mente il Riformista quando
inneggia alla grande tenda del centro sinistra aperta a tutti, fuorché,
evidentemente, alla sinistra, ai magistrati, agli ambientalisti, ai
giustizialisti, ai demonizzatori e pochi altri.
Se Venezia
diventasse il modello, l’archetipo, il berlusconismo senza Berlusconi
già molto serpeggiante non troverebbe
più ostacoli. L’unica relativa consolazione è che forse potrebbe avere a
sua volta una vita effimera e potrebbe esaurirsi più velocemente di quanto
prevedano i suoi alacri artefici, gli apprendisti stregoni del centro sinistra
o “riformisti” del Riformista e dintorni, degni pendant dei “liberali
alle vongole” di Eugenio Scalari.
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