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la verità e l’oblio

di Daniela Gaudenzi

 

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La procura di Roma riapre l’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini: lo fa sulla base delle dichiarazioni di Pino Pelosi rilasciate in una intervista a Rai Tre, su quelle clamorose, in primo luogo per non essere considerate da trent’anni, di Sergio Citti e su impulso della memoria depositata dall’avvocato Nino Marazzita rappresentante della parte civile nel processo.

E’una notizia comunque buona ed incoraggiante anche se la possibilità concreta di accertare la verità dopo trent’anni è tutt’altro che a portata di mano. E’ un’iniziativa senz’altro dovuta perché, come sostengono gli avvocati Nino Marazzita e Guido Calvi, nella versione inedita di Pino Pelosi, pur tra genericità ed omissioni, si configura una nuova notizia criminis; ma c’è sicuramente anche un “dovere morale” della magistratura nei confronti del paese.

Un paese purtroppo “disinteressato a conoscere la propria storia” come dice Marco Tullio Giordana, autore del bellissimo film “Pasolini un delitto italiano” e del libro omonimo che sarà ripubblicato in autunno, dove “non esiste un’opinione pubblica indignata che vuole sapere la verità” (il Manifesto 8 agosto).

E’ difficile non riconoscere in buona parte la fondatezza di questa analisi impietosa che però non deve condurre alla teoria del “polverone”, dei fantasmi degli anni ’70 che ritornano come in una resa dei conti inspiegabile ma ad orologeria, e in ultima analisi alla amara ed impotente esortazione di Nico Naldini, un cugino di Pasolini “Spero che la Procura non perda tempo e non faccia perdere soldi al contribuente. La figura di Pelosi va commisurata come valore morale alla sua fedina penale”. Sulla base di considerazioni analoghe non sarebbe mai stato possibile alcun processo alla cupola mafiosa.

Il paese è forse un po’ più complesso di come viene descritto ed il sostanziale disinteresse all’accertamento della verità e la mancanza di indignazione si motivano a loro volta, in un perfetto circolo vizioso, con l’assuefazione alle frustrazioni, alle verità negate, alle inchieste insabbiate, ai “legittimi sospetti” che azzerano e azzoppano definitivamente i processi, ai porti delle nebbie e alle avocazioni come anticamera della morte processuale, ai depistaggi, ai testimoni altolocati e manifestamente reticenti, nonché impuniti….

La giustizia negata è diventata un’abitudine, una ordinaria quotidianità, usata per di più sapientemente e fraudolentemente dalla politica, dal ’94 in poi, contro quella parte della magistratura che a Milano e Palermo, ma non solo, ha rotto il velo di contiguità ed il patto di non belligeranza sottostante tra ceto politico e mondo giudiziario.

I magistrati che hanno segnato nettamente e coerentemente questa discontinuità ne hanno pagato e ne pagano le conseguenze fino alla pensione.

L’indagine ed il processo per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini si inscrive perfettamente nell’universo della giustizia  negata, anzi è paradigmatico. Dall’indagine lacunosa, parziale, a tratti assurda, con prove fondamentali, come la macchina (piena di impronte digitali anche sulla tettoia) lasciata a deteriore sotto la pioggia in totale abbandono, all’esclusione di testi sia in istruttoria che in dibattimento come Franco Citti che aveva parlato con Pasolini prima che uscisse la sera del delitto, che aveva ed ha dei nomi da fare, che ha ricostruito con un filmato quella che lui ritiene essere la dinamica del delitto, che era ed è in grado di riferire il racconto di un testimone oculare.

“A quel tempo la cosa che si temeva di più era fare chiarezza…I giudici hanno fatto un processo disonesto…” (Sergio Citti La Repubblica  8 maggio). Anche autorevoli fonti giornalistiche, Furio Colombo ed Oriana Fallaci per esempio, che sostengono a seguito di loro ricerche, la presenza e la partecipazione al delitto di altri soggetti, come è semplicemente e banalmente ragionevole dedurre, non vengono presi minimamente in considerazione. Come avviene per la segnalazione da parte di Nino Mrazzita della presenza all’idroscalo durante l’omicidio di una 1300 o una 1500 blu targata Catania con tre possibili numeri di targa: mai nessuna ricerca è stata fatta in proposito.

Inspiegabile rimane il ritrovamento di oggetti sulla macchina di Pasolini che non appartengono né a lui, né al Pelosi, così come ne scompaiono inspiegabilmente altri; per non parlare della sproporzione tra la capacità contundente degli oggetti ritrovati con lo strazio terrificante del corpo e dell’assurdità di attribuire ad un'unica persona, un gracile ragazzino di 17 anni una capacità distruttiva di quella portata.

Ma se la prima sentenza si conclude con una condanna di Pino Pelosi in concorso con ignoti, quella di appello e quella di Cassazione cancellano il concorso con gli ignoti e ritengono unico responsabile dell’omicidio Pino Pelosi.

Ora a distanza di trent’anni l’unico imputato e condannato, per ragioni che non conosciamo, ha deciso di raccontare una parte della verità a lui nota, pur continuando a tacere su elementi fondamentali: ha detto di non aver in alcun modo partecipato a quell’omicidio, ha descritto un vero e proprio agguato da parte di tre uomini che parlavano in dialetto siciliano e che mentre massacravano la loro vittima gli gridavano “arruso”, “fetuso”, “sporco comunista”, “sporco frocio”…. Un quadro non in contraddizione con quanto in quel lontano e cupissimo novembre del ’75 avevamo immaginato in molti ragazzi, studenti, “intellettuali”, lettori ed ammiratori di quel Pier Paolo Pasolini che con le parole era stato più di una volta massacrato da molti “benpensanti” in modo analogo a quanto hanno fatto con il suo corpo 3 o 5 delinquenti auto o eterodeterminati.

Come ricordava qualche giorno fa Franco Grillini, a Roma negli ultimi 8 anni sono stati assassinati 150 omosessuali; non tutti, si spera, solo perché omosessuali, ma la stragrande maggioranza sì.

E’ un dato che fa pensare, ma sicuramente nessuno di loro aveva subito le aggressioni verbali di rara ferocia che tutti i giorni subiva, con grande compostezza e si potrebbe aggiungere mitezza, Pier Paolo Pasolini, per il solo motivo che quasi nessuno era in grado di competere con lui sul piano intellettuale. Mi ricordo, persino dalle pagine de L’intrepido, un giornaletto per ragazzi, da parte un signore che con tanto àplomb aveva inaugurato e anticipato con il suo Portobello la tv spazzatura: Enzo Tortora.

Ma ricordo anche con molta commozione le immagini del funerale, riprese anche nel film di Marco Tullio Giordana, con una partecipazione di amici, cittadini, lettori impressionante per il numero ma anche per l’intensità del dolore e per l’affettuosa compostezza.

C’era e c’è ancora, minoritaria ma orgogliosa quella parte di Italia che non si stanca di chiedere giustizia.

 

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