T R I B U N A L E D I C A L T A N I S S E T T A
UFFICIO DEL GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI
DECRETO DI ARCHIVIAZIONE
(artt.409 e 411 c.p.p.)
Il
Giudice, dott. Giovanbattista Tona, nel procedimento nei confronti di:
·
BERLUSCONI Silvio, nato a Milano il 29 settembre 1936;
·
DELL’UTRI Marcello, nato a Palermo l’1 settembre 1941;
in relazione al reato di cui agli artt.110-422 c.p., 7
d.l. 13 maggio 1991, n.152 (conv. in l. n.203/91) (c.d. aggravante della
finalità mafiosa), 1 d.l. 15 dicembre 1979 n.625 (conv. in l.n.15/80) (c.d.
aggravante della finalità di terrorismo).
OSSERVA
1. Origine del presente procedimento
Il presente procedimento è stato avviato sulla base delle risultanze
investigative emerse in altre indagini contro ignoti relative agli attentati
nei quali sono stati uccisi i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo,
Paolo Borsellino e i rispettivi uomini delle loro scorte.
In particolare in data 22/7/1998, il Procuratore della Repubblica di
Caltanissetta disponeva con articolato provvedimento l’iscrizione nel registro
degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in base ad una serie
di risultanze che delineavano una notizia di reato a loro carico, quali
mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.
I dati che hanno legittimato tale decisione del Procuratore in sede
sono richiamati nello stesso provvedimento di iscrizione e si ricavano dai
verbali di interrogatorio del collaboratore Salvatore Cancemi inerenti a
“persone importanti” che avrebbero concorso a decidere l’eliminazione fisica di
Falcone e Borsellino in maniera eclatante nell’ambito di una più articolata
“strategia terroristica” di “cosa nostra”, nonché nei verbali relativi ai
rapporti gestiti da Vittorio Mangano, prima, e da Salvatore Riina, poi, con i
vertici del circuito societario Fininvest.
Ma oltre ad essi - ad avviso del P.M. - conducevano verso l’ipotesi
investigativa di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri anche le
dichiarazioni di Tullio Cannella e di Gioacchino La Barbera in relazione a
contatti di “cosa nostra” con imprenditori del nord e ad un interessamento
della stessa organizzazione per l’installazione di un ripetitore per l’emittente
Canale 5; le dichiarazioni di Gioacchino Pennino ed Angelo Siino sui personaggi
che avevano avuto interesse ad eliminare i due magistrati, oramai assai attenti
a delineare i rapporti tra mafia ed imprenditoria; ed infine gli esiti delle
investigazioni svolte dalla DIA e dal Gruppo “Falcone e Borsellino” che avevano
aperto prospettive di approfondimento in ordine ai rapporti di Berlusconi
e dell’Utri con l’organizzazione “cosa
nostra”.
Il P.M. quindi formava un nuovo fascicolo ed iscriveva gli odierni
indagati, per ragioni di segretezza, con le sigle “alfa” e “beta”.
Già la Procura della Repubblica di Firenze aveva disposto l’iscrizione
di Berlusconi e Dell’Utri, sotto le sigle “Autore 1” e “Autore 2”, in un
procedimento relativo a fatti di strage commessi a Roma, Firenze e Milano dal
maggio 1993 all’aprile 1994, considerati rientranti in un unico disegno che
avrebbe previsto una “campagna stragista continentale avente come obiettivo
strategico (anche) quello di ottenere una revisione normativa che invertisse la
tendenza delle scelte dello Stato in tema di contrasto della criminalità
mafiosa” (cfr. richiesta di proroga dei termini delle indagini formulata dal
P.M. fiorentino in data 22/7/1997), ed in particolare:
·
la strage di via
Fauro a Roma (attentato a Maurizio Costanzo) il 14/5/1993;
·
la strage di via
de’ Georgofili di Firenze (attentato agli Uffizi) il 27/5/1993;
·
la strage di via
Palestro a Milano (attentato al Padiglione di Arte Contemporanea) il 27/7/1993;
·
le stragi di san
Giorgio al Velabro e di San Giovanni in Laterano a Roma il 28/7/1993;
·
la strage dello
stadio Olimpico di Roma tra gli ultimi del 1993 ed i primi del 1994;
·
la strage di
Formello-Roma (attentato a Salvatore Contorno) il 14/4/1994.
Nel corso di quelle indagini erano stati acquisiti diversi elementi che
avvaloravano l’ipotesi di un’unitaria strategia dell’organizzazione mafiosa
finalizzata a condizionare le scelte di politica criminale dello Stato e a
ricercare nuovi interlocutori da appoggiare nelle competizioni elettorali.
Va ricordato che il P.M. di Firenze in data 7/8/1998 aveva chiesto al
GIP territoriale l’archiviazione del procedimento, concludendo, a seguito di
complesse indagini, che non erano stati acquisiti elementi certi in ordine
al fatto che l’interlocutore politico di “cosa nostra” in quel periodo avesse
partecipato all’“accordo”, intervenuto all’interno dell’organizzazione, al fine
di attuare la grave offensiva militare degli anni 1992-1994.
Il GIP di Firenze ha accolto la richiesta con provvedimento in data
14/11/1998, rilevando che “le indagini svolte hanno consentito
l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere cosa nostra
agito a seguito di inputs esterni, a conferma di quanto già valutato sul piano strettamente
logico; all’avere i soggetti (cioè gli odierni indagati, n.d.r.) di cui
si tratta intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti
criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali
rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto”. Concludeva
tuttavia che, sebbene “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai
incrementato la sua plausibilità”, gli inquirenti non avevano “potuto
trovare - nel termine massimo di durata delle indagini preliminari - la
conferma delle chiamate de relato e delle intuizioni logiche basate sulle
suddette omogeneità”.
Mentre si chiudeva l’indagine dell’Ufficio requirente di Firenze,
prendeva le mosse quella avviata dalla Procura di Caltanissetta.
In data 26/8/1999 veniva concessa da questo Ufficio la proroga del
termine delle indagini preliminari per sei mesi, poiché alcuni accertamenti di
particolare complessità erano ancora in corso.
In data 29/2/2000, veniva concessa altra proroga del termine delle
indagini per ulteriori sei mesi in considerazione dell’esigenza di completare
ulteriormente le investigazioni.
Il termine per le investigazioni scadeva il 23/7/2000.
In data 2/3/2001, il P.M. in sede depositava presso questo Ufficio la
richiesta di archiviazione del procedimento e contestualmente trasmetteva i 21
faldoni che contenevano gli atti di indagini.
Dopo che - com’è notorio - tutti gli organi di stampa avevano dato
notizia di tale determinazione del P.M., in data 22/3/2001 il difensore di
Silvio Berlusconi chiedeva a questo Ufficio il rilascio di copia della
richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura in sede nel presente
procedimento, facendo riferimento ad “un’attestazione ricevuta in data 1/3/2001
che si allega in copia”.
La richiesta del predetto difensore veniva dal G.I.P. trasmessa al P.M.
perché fornisse il suo parere in considerazione del fatto che la stessa Procura
aveva disposto la secretazione dei nominativi degli indagati, pure mantenuta al
momento del deposito della richiesta di archiviazione.
In relazione a tale ultimo profilo, il G.I.P. dava atto che i plichi
contenenti il provvedimento di iscrizione e contestuale secretazione (dai quali
si ricavano le effettive generalità dei soggetti sottoposti ad indagine),
nonché le richieste e i decreti di proroga delle indagini preliminari,
risultavano già aperti al momento del deposito della richiesta di archiviazione
e del fascicolo nella Cancelleria dell’Ufficio.
Il G.I.P. dava altresì atto che, a differenza di quanto asserito dal
difensore richiedente, non era stata allegata all’istanza la copia
dell’attestazione della Procura in sede in data 1/3/2001 che lo avrebbe
ufficialmente informato del deposito della richiesta di archiviazione. La data
dell’1/3/2001 peraltro è antecedente a quella di deposito della richiesta di
archiviazione presso questo Ufficio (deposito, come si è detto, avvenuto il
2/3/2001).
Il P.M. forniva parere favorevole e aggiungeva che l’apertura dei
plichi era stata dovuta “alla verifica di corrispondenza tra il numero di
iscrizione e i soggetti” e che, quanto all’attestazione richiamata dal
difensore ma non prodotta, “si tratta di mera comunicazione orale, da parte
della Segreteria, previa autorizzazione”.
In data 23/3/2001 questo Ufficio rilasciava copia della richiesta di
archiviazione al difensore di Berlusconi, dando atto che, sulla base alle
spiegazioni fornite dal P.M. nel suo parere, le esigenze di riservatezza che lo
avevano indotto a secretare i nominativi degli indagati potevano ritenersi del
tutto superate.
E’ fatto notorio che tra il 27/3/2001 ed i giorni successivi la stampa
ha fornito ampia contezza dei contenuti della richiesta di archiviazione con
espliciti riferimenti ai nominativi degli odierni indagati.
Alla luce di tutte le predette circostanze e del fatto che la maggior
parte delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia agli atti sono state
rese in pubblici dibattimenti, appare chiaramente superfluo nel presente provvedimento
utilizzare le sigle convenzionali attribuite dal P.M. agli odierni indagati per
mantenerne riservata l’identità; pertanto costoro saranno sempre indicati con i
loro nominativi e le loro generalità.
2. Gli atti contenuti nel fascicolo
Il presente procedimento contiene una copiosa quantità di atti
investigativi, confluiti da diversi altri procedimenti, nonché di atti
giudiziari, parte dei quali su supporto informatico.
Essi provengono tra l’altro:
·
dall’originario
procedimento a carico di ignoti, aperto dalla Procura in sede, per i reati di
strage che avevano come obiettivo il dott. Falcone e il dott. Borsellino;
·
dai procedimenti
instauratisi dinanzi all’A.G. di Firenze per le stragi consumate a Roma,
Firenze e Milano negli anni 1993-1994 e di cui sopra si è parlato; tra questi,
la sentenza di I grado a carico di Bagarella + 25, nonché alcuni verbali
dibattimentali di escussione di collaboratori di giustizia;
·
dai giudizi
instauratisi dinanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta per la strage di
Capaci, per la strage di Via D’Amelio e per l’attentato dell’Addaura in danno
di Giovanni Falcone; tra questi, diversi verbali dibattimentali di escussione
di collaboratori di giustizia;
·
dal procedimento
n. 2566/98 r.g.n.r. pendente dinanzi all’A.G. di Palermo (c.d. “sistemi
criminali”) per il reato di associazione mafiosa e di associazione eversiva;
·
dal procedimento
pendente dinanzi all’A.G. di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri per il
reato di cui agli artt.110-416bis c.p.; tra questi, atti di indagine e verbali
dibattimentali considerati dal P.M. in sede rilevanti per l’accertamento dei
presunti contatti di Dell’Utri con l’organizzazione “cosa nostra”.
·
dal procedimento
n.263/95 r.g.n.r. della Procura di Aosta (c.d. “Phoney Money”) a carico di
Scalesse Girolamo e altri; in tale procedimento, dopo che fu accertata
l’esistenza di un’organizzazione a delinquere finalizzata a commettere ingenti
truffe e attività di riciclaggio attraverso operazioni finanziarie, emersero
diversi elementi (compendiati nei verbali e negli atti investigativi confluiti
nel presente fascicolo) che dimostravano come alcuni protagonisti di queste
condotte illecite si erano adoperati per condizionare esponenti delle
istituzioni nelle scelte politiche che segnarono il periodo coevo e
immediatamente successivo alle stragi del 1993;
·
dal procedimento
n. 4488/95 r.g.n.r. della Procura di Torino - gruppo reati tributari; tra
questi verbali di interrogatorio e atti di indagine che evidenziano i rapporti
di FININVEST con Ezio Cartotto;
·
dal procedimento
c.d. “Oceano”, dal quale sono state acquisite alcune note investigative
elaborate su delega del P.M. di Milano;
·
dai vari
procedimenti del P.M. di Sciacca e del P.M. di Milano a carico di Massimo Maria
Berruti, dai quali emergono le attività economiche lecite e illecite di
quest’ultimo, i suoi contatti con la FININVEST da un lato e con esponenti di
“cosa nostra” dall’altro;
·
dal proc. n.1208/96
r.g.n.r. della Procura di Caltanissetta, nel quale erano state valutate come
inattendibili alcune dichiarazioni “de relato” dei collaboranti Tullio Cannella
e Gioacchino Pennino a carico del dott. Luigi Croce ed erano emersi, come
scrisse il GIP in sede nel decreto di archiviazione in data 6/7/1999, “aspetti
alquanto inquietanti, specie in considerazione della… commistione di probabili
menzogne e marginali verità”.
Il P.M. nisseno ha inoltre svolto ulteriori attività di indagine, il
più delle volte coordinate con altre autorità inquirenti competenti per
procedimenti collegati, e che sono consistite in ulteriori interrogatori di
collaboratori di giustizia e di persone informate sui fatti, nonchè in una
serie di accertamenti investigativi delegati alla DIA.
Agli atti si rinvengono anche due videocassette: la prima contiene
un’intervista al collaboratore Maurizio Avola del 14/12/1999, spedita da
Roberto Gugliotta, la seconda contiene un’intervista al collaboratore Salvatore
Cancemi, senza data, spedita da Sigfrido Ranucci di RAI NEWS 24. I contenuti
delle stesse sono meramente reiterativi delle dichiarazioni rese dagli stessi
collaboranti agli Uffici inquirenti che li avevano in precedenza escussi.
In atti si rinviene anche una dichiarazione sottoscritta da Ranucci,
nella quale egli affermava di aver consegnato l’8/7/2000 al dott. Tescaroli la
videocassetta contenente l’intervista rilasciata dal dott. Borsellino il
21/5/1992 ai giornalisti Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo; affermava
altresì di essere venuto in possesso della videocassetta il 7/7/2000, tramite
consegna della signorina Fiammetta Borsellino, che l’aveva rinvenuta
nell’archivio del padre.
Il P.M. con provvedimento a margine disponeva l’inserimento agli atti;
tuttavia nel fascicolo trasmesso al GIP, allegata a questo documento trovasi la
sopracitata videocassetta contenente l’intervista a Cancemi (pure proveniente
da Ranucci ma depositata in altra data). Non è stata invece rinvenuta alcuna
cassetta contenente la registrazione di tale intervista al dott. Borsellino,
nonostante la specifica indicazione nell’indice.
Vi è in atti una copia della trascrizione di essa, pubblicata sulla
rivista “L’Espresso” dell’8/4/1994.
Risulta da tale pubblicazione che il magistrato fece specifico
riferimento all’esistenza di atti di indagine che accertavano rapporti poco
chiari tra Mangano e Dell’Utri, precisando tuttavia di non poter fornire
indicazioni specifiche in quanto non si era mai occupato direttamente di
quell’inchiesta.
La segnalata lacuna del fascicolo, in relazione alla mancanza della
videocassetta depositata da Ranucci, non appare a questo Ufficio
influente per la definizione del procedimento, in quanto già da quel che
risulta dalla trascrizione dell’intervista non emergono elementi di
determinante interesse con riferimento all’ipotesi accusatoria.
Si vedrà che dagli altri atti investigativi, contenuti al fascicolo,
risulterà agevolmente accertabile l’esistenza di rapporti e contatti tra
Mangano e Dell’Utri in forza sia delle indagini cui si riferiva il magistrato
sia di quelle successivamente svolte. Le circostanze cui ha fatto riferimento
Borsellino erano già ampiamente note all’epoca dell’intervista, come da lui
stesso sottolineato. Infine, da quanto dichiarato dal magistrato ai giornalisti
francesi che lo intervistavano, egli non era direttamente interessato alle
indagini, sicchè i contenuti, i tempi e le forme delle sue esternazioni
riguardanti Dell’Utri non potrebbero costituire adeguati spunti indiziari in
relazione ad un eventuale movente del suo assassinio.
Per vagliare l’ipotesi accusatoria, originariamente formulata dal P.M.,
e la richiesta di archiviazione avanzata dallo stesso P.M. a questo Ufficio,
occorre svolgere un’attenta selezione del copioso e variegato materiale agli
atti, sopra schematicamente indicato; quindi, proprio in considerazione della
gravità dell’imputazione e della qualità degli indagati, che il P.M. ha inteso
segnalare nella sua richiesta, è necessario esaminare approfonditamente tutti
quegli elementi che potrebbero prefigurare un loro interesse o movente alla
realizzazione dei reati per cui si procede e una loro eventuale condotta di
istigazione al compimento di tali delitti; verrà così verificato se tali indizi
abbiano avuto un riscontro positivo o negativo, se abbisognino di ulteriori
approfondimenti o se, invece, nell’insussistenza di altre plausibili e utili
piste investigative, siano di per se stessi inidonei a sostenere l’accusa in
dibattimento.
3. I fatti oggetto del presente procedimento, le
responsabilità degli aderenti all’organizzazione mafiosa “cosa nostra”, le
eventuali ulteriori responsabilità
3.1 - Le stragi di Capaci e di Via D’Amelio sono state
oggetto di diversi processi, che, com’è notorio, hanno visto quali imputati
numerosi appartenenti a “cosa nostra”. E’ del pari notorio che l’ipotesi
accusatoria che riconduceva a tale organizzazione la deliberazione e
l’esecuzione di tali stragi ha trovato positivo riscontro in sede
dibattimentale e le Autorità giudiziarie competenti la hanno accolta irrogando
numerose e severe condanne a carico dei dirigenti di “cosa nostra”, nonchè
degli affiliati e degli “avvicinati” che avevano contribuito alla realizzazione
delle stragi stesse.
Nell’ambito di questi
dibattimenti, è pure emerso che tali gravi delitti trovarono ragione in una
complessiva strategia di attacco dell’associazione “cosa nostra” finalizzata a
riaffermare le proprie posizioni a seguito delle prime più incisive azioni
dello Stato nei suoi confronti, ma fu evidenziata la scansione assolutamente
inedita delle due stragi, tra loro molto ravvicinate nel tempo, nonché la loro
coincidenza con un delicato momento politico-istituzionale, nel quale le sorti
e i propositi di “cosa nostra” sembravano intersecarsi con la crisi delle
formazione politiche che per decenni erano state forze di governo in Italia.
Occorrerà ripercorre
le tappe di tali vicende, avvalendosi della ricostruzione della Direzione
centrale della Polizia di Prevenzione in data 5/2/1998.
Il 18 febbraio 1991 il
dott. Giovanni Falcone veniva chiamato a dirigere l’Ufficio Affari Penali del
Ministero di Grazia e Giustizia all’epoca retto dall’on. Claudio Martelli.
Nell’aprile dello
stesso anno il governo Andreotti adottava un decreto-legge per impedire le
scarcerazioni per decorrenza termini di cui avevano già beneficiato diversi
aderenti ad organizzazioni mafiose.
Alla fine dello stesso
anno si celebrava il III grado di giudizio dinanzi alla I Sezione della Corte
di Cassazione per il maxiprocesso di Palermo ed il 30 gennaio 1992 veniva
emessa una sentenza che, recependo l’ipotesi accusatoria in ordine al
funzionamento della commissione di “cosa nostra”, annullava le assoluzioni dei
personaggi di vertice dell’organizzazione, confermando le altre condanne.
Trascorrevano poco più
di due mesi ed il 12/3/1992, nel corso della campagna elettorale per il rinnovo
del Parlamento Italiano, veniva ucciso Salvo Lima, esponente della corrente
andreottiana in Sicilia. In quello stesso periodo Elio Ciolini, un detenuto già
condannato per depistaggio, forniva delle informazioni relativamente ad un
piano destabilizzante che si stava preparando in Italia e che prefigurava gravi
attentati a personaggi delle istituzioni nel periodo di marzo-luglio 1992; il
Ministero dell’Interno inviava allora una circolare a tutti i prefetti
d’Italia, sollecitando un rafforzamento delle misure di sicurezza.
Dopo le elezioni
politiche del 5 e 6 aprile, che indebolirono i partiti tradizionali di governo,
i cui esponenti erano stati già colpiti dalle inchieste giudiziarie c.d. di
“Tangentopoli”, si dimettevano il 24 aprile il Presidente del Consiglio in
carica, Giulio Andreotti, e poi, il giorno dopo, anche il Presidente della
Repubblica Francesco Cossiga.
In questa situazione,
e dopo un conflitto istituzionale tra il Ministro di Grazia e Giustizia
Martelli e il CSM relativo alla nomina di Giovanni Falcone a Procuratore
Nazionale Antimafia, il 23 maggio avveniva la strage di Capaci.
Due giorni dopo veniva
eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e si riproponeva la
questione della designazione del Procuratore Nazionale Antimafia; nel dibattito
emergeva la candidatura di Paolo Borsellino.
Il 6/7/1992 trapelava
la notizia del trasferimento degli imputati e dei condannati per associazione
mafiosa nelle carceri di massima sicurezza di Pianosa e di Fossombrone.
Il 19/7/1992 veniva
fatta esplodere l’autobomba di via D’Amelio.
Venivano a questo
punto adottate iniziative legislative e di polizia particolarmente penetranti
nei confronti delle organizzazioni mafiose. In particolare veniva accelerata la
conversione in legge del d.l. 8/6/1992 n.306 recante provvedimenti di contrasto
alla criminalità mafiosa, in relazione al quale in un primo momento alcune
forze politiche avevano opposto delle resistenze.
Il Ministro degli interni dell’epoca, Nicola Mancino (verb. P.M.
Caltanissetta 28/6/2000), ha riferito che, dopo le stragi di Capaci e di Via
d’Amelio e dopo l’adozione di misure di penetrante contrasto a “cosa nostra”
(operazione “Vespri Siciliani”, introduzione del regime carcerario
differenziato di cui all’art.41bis O.P., trasferimento dei mafiosi nelle
carceri di Pianosa e dell’Asinara), tutti i vertici di Polizia e dei Servizi
Segreti si erano convinti che il fronte dell’aggressione mafiosa si sarebbe
spostato dalla Sicilia verso il Continente, dove nel frattempo si era fatta più
debole la presenza dello Stato. Tale convincimento venne poi confermato dalla
strage di via dei Georgofili a Firenze.
***
3.2 -
Risulta in atti che le stragi di Capaci e di Via D’Amelio furono rivendicate
dalla “Falange Armata”, una sigla con la quale per la prima volta il 22/5/1990
un anonimo telefonista si era attribuito la paternità dell’omicidio di un
educatore del carcere di Opera di Milano e in nome della quale molti altri
messaggi telefonici o epistolari nel corso degli anni si attribuiranno la
paternità di svariati omicidi e attentati, diffondendosi in valutazioni
politiche circa la necessità di una strategia eversiva e mostrando approfondita
conoscenza delle vicende istituzionali in atto.
I giudici della Corte
di Assise di Firenze nella sentenza a carico di Bagarella + 25 in data 6/6/1998
(depositata il 21/7/1999) evidenzieranno come gli uomini di “cosa nostra” che
organizzarono ed eseguirono gli attentati stragisti del 1993 avevano anche il
compito di mimetizzare l’attività dell’organizzazione attraverso delle
rivendicazioni degli attentati a nome della “Falange Armata”.
Ma, come pure risulta
in atti, questa sigla aveva operato e continuò ad
operare anche al di là
dell’uso strumentale che ne fecero gli aderenti a “cosa nostra”; tuttavia oltre
all’individuazione di alcuni telefonisti che avevano agito per suo conto, le
indagini non ottennero risultati e non consentirono di accertarne in maniera univoca
e definitiva la matrice.
La Corte di Assise di
Caltanissetta, nella sentenza che ha concluso il c.d. “Via D’Amelio ter”, ha
sostenuto che “risulta quanto meno provato che la morte di Paolo Borsellino
non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva,
bensì anche per esercitare - cumulando i suoi effetti con quelli degli altri
delitti eccellenti - una forte pressione sulla compagine governativa che aveva
attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che nel passato
ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili
referenti, a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica
(…).
E proprio per
agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare persone
che come Borsellino avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con
cosa nostra”.
A queste conclusioni
la Corte è giunta valorizzando anche le dichiarazioni di diversi collaboratori
di giustizia che contengono anche quegli elementi costituenti notitia
criminis a carico degli odierni indagati.
Appare allora
opportuno esaminare, in maniera approfondita, le propalazioni dei collaboratori
a carico di Berlusconi e Dell’Utri nei loro contenuti, nella loro genesi e
nella loro progressione, tenendo conto dei verbali a disposizione di questo
Ufficio.
4. Le dichiarazioni di Salvatore Cancemi
4.1 -
Salvatore Cancemi è un collaboratore di giustizia che proviene dai ranghi
direttivi di “cosa nostra”, essendo stato reggente del mandamento di Porta
Nuova e come tale componente della c.d. “Commissione Provinciale”, competente a
decidere gli omicidi di uomini dello Stato; questo suo ruolo era già noto agli
investigatori, prima ancora che egli se lo attribuisse con le sue dichiarazioni
e che lo confermassero altri collaboratori provenienti dalla stessa
organizzazione.
La sua collaborazione è iniziata, quando egli ha deciso di consegnarsi
spontaneamente ai Carabinieri il 22/7/1993. Sui motivi di tale decisione non
sono state acquisite indicazioni univoche. Altri collaboranti, come Brusca,
hanno sostenuto che Cancemi all’interno di “cosa nostra” aveva favorito propri
parenti e per questo doveva essere ucciso; resosi conto del pericolo, dopo aver
ricevuto un messaggio che gli fissava un appuntamento che sarebbe dovuto essere
per lui una trappola, egli avrebbe riparato sotto la protezione dei CC.
Cancemi non ha smentito del tutto la circostanza, ammettendo che
Raffaele Ganci gli aveva detto di stare attento ad andare agli appuntamenti. Ha
poi pure spiegato di essersi presentato ai CC con un biglietto relativo ad un
appuntamento fissatogli da Bernardo Provenzano, biglietto che consegnò ai
militari per consentire loro utili e immediate attività investigative. Ha
invece escluso che la sua costituzione spontanea nascesse dal timore di essere
ucciso.
Le Corti di Assise nissene che ne hanno valutato l’attendibilità e che
lo hanno giudicato come concorrente nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio
hanno evidenziato che Cancemi fu certamente mosso dall’intento di allontanarsi
da “cosa nostra” per motivi non univocamente accertabili e che cercò la
protezione dello Stato perché comunque l’uscita dall’organizzazione, vista
anche la sua pregressa posizione di rilievo, ne avrebbe potuto comportare
l’eliminazione fisica.
Il suo percorso collaborativo, specie in ordine alle sue conoscenze e
alle sue responsabilità nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio (quelle che
interessano il presente procedimento), è stato quanto mai accidentato e
costellato da reticenze, che sono state già oggetto di approfondita
esplorazione da parte dei giudici dibattimentali.
All’inizio egli negò di essere uno dei componenti della Commissione
Provinciale (ruolo spettantegli quale reggente di un mandamento) e negò pure di
aver preso parte a queste due stragi; successivamente ha ammesso di aver
concorso a quella di Capaci, continuando a negare qualsiasi responsabilità
nell’attentato al dott. Borsellino. Solo nel 1996, e dopo che altri
collaboratori lo avevano chiamato in causa, ha ammesso di aver preso parte pure
alla strage di via D’Amelio.
Questo comportamento è stato spiegato dal Cancemi con il travaglio
psicologico, che gli rendeva difficile d’un tratto uscire dalla mentalità di
“cosa nostra” e superare la “vergogna ad ammettere alcune cose”. Si è
descritto “come una vite arrugginita che ci vuole del tempo per svitarla”
(cfr. verb. 29/4/1999 dinanzi alla Corte di Assise di Firenze proc. Graviano +
3).
Per giustificare la gradualità della sua collaborazione ha spesso
invocato - con formule talvolta stucchevoli -
la consapevolezza degli effetti dirompenti che le sue dichiarazioni
avrebbero avuto su “cosa nostra” (“io a cosa nostra ci ho creato un
terremoto di decimo grado”; cfr. verb. 29/4/1999, cit.).
***
4.2 - In
relazione a quanto di interesse per il presente procedimento, Cancemi ha
dichiarato al P.M. nisseno l’1/11/1993 che, nel maggio del 1992, di ritorno da
una riunione con altri soggetti di “cosa nostra”, egli aveva discusso con
Raffaele Ganci dell’attentato a Giovanni Falcone. Ganci gli avrebbe detto che
Riina aveva avuto un incontro con persone molto importanti, insieme alle quali
aveva deciso di “mettere una bomba a Falcone. Queste persone importanti”
- avrebbe aggiunto Ganci - “hanno promesso allo zù Totò che devono rifare il
processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”.
Ganci non avrebbe aggiunto altro né Cancemi ritenne di fargli altre
domande. Trascorsi una ventina di giorni, si verificò la strage di Capaci.
In quell’interrogatorio Cancemi disse di essere andato con Ganci a due
riunioni con altre persone di “cosa nostra” ma non fornì alcuna dichiarazione
relativa alle proprie condotte di concorso nella strage.
Nell’interrogatorio del 2/11/1993, Cancemi ha ricollocato nel tempo la
conversazione intrattenuta con Ganci; ha parlato di tre riunioni, ha affermato
che il colloquio ebbe luogo dopo la terza riunione, avvenuta proprio nei
dintorni di Capaci, e che la strage avvenne circa 8-10 giorni dopo.
Nell’interrogatorio del 4/11/1993, Cancemi ha nuovamente ricollocato
nel tempo la detta conversazione, confermandone tuttavia ulteriormente il
contenuto.
Nel corso dell’interrogatorio del 7/1/1994, ha rievocato “il
discorso… che Ganci mi confidò che Salvatore Riina si era incontrato con
personaggi importanti proprio in relazione all’attentato in danno del giudice
Falcone per ottenere in cambio una probabile revisione dei processi o altri
favori come per esempio la non approvazione della legge sui pentiti o comunque
di non rendere possibile una legislazione sfavorevole all’organizzazione di
cosa nostra”. Ha aggiunto: “Mi rendo conto che (…) devo indicare alle
SS.LL. fatti e circostanze precise. Sono certo che con il tempo e quando io
riacquisterò una serenità interiore io sarò in grado di affrontare più
completamente questo discorso, ma siate certi sin da ora che le parole di
Raffaele Ganci a proposito dell’incontro avuto con Salvatore Riina rispondono
purtroppo a verità”
“Ribadisco di non aver saputo da Ganci Raffaele né
quando mi fece questa confidenza, né in epoca successiva sino alla data della
mia costituzione, chi erano i personaggi importanti in contatto con Riina”. In quell’occasione Cancemi si limitò a ricostruire
il mutamento delle scelte elettorali di “cosa nostra”, che alla fine degli anni
“80 decise di indirizzare i propri voti verso alcuni candidati del PSI anziché,
come tradizionalmente aveva fatto, verso esponenti della DC.
Sul punto il P.M. nisseno tornò durante l’interrogatorio del 18/2/1994,
ma ancora una volta Cancemi ribadì la veridicità del colloquio senza aggiungere
altri particolari. Affermò: “una cosa deve essere chiara che queste ‘persone
importanti’ non erano certo uomini di ‘cosa nostra’, perché più importanti di
Riina e Provenzano non ce ne sono all’interno dell’organizzazione e quindi i
personaggi con cui Riina si è incontrato li dovete cercare fuori
dall’organizzazione”.
***
4.3 - Nel
corpo di quel verbale, Cancemi, pur continuando ad astenersi dall’identificare
tali soggetti, introdusse alcune circostanze relative ai rapporti che Riina in
precedenza aveva instaurato con persone che si potevano considerare
“importanti” ed esterne a “cosa nostra” e parlò di Berlusconi e di dell’Utri,
assumendo al contempo un atteggiamento possibilista in ordine all’eventualità
di fornire in futuro altre informazioni (“Voglio che sia verbalizzato che è
probabile che io possa ricordare altri episodi specifici circa i contatti tra
Mangano e Dell’Utri, anche se in questo momento non mi vengono in mente, non
perché io non li voglia riferire, ma perché si tratta di fatti molto vecchi che
richiedono un grosso sforzo di memoria da parte mia”).
Ricostruì allora un episodio, poi nei successivi verbali ribadito dallo
stesso collaborante, e riguardante un’iniziativa di Totò Riina finalizzata a
gestire direttamente i contatti con Berlusconi e Dell’Utri.
Riferì - sul punto si vedano anche il verbale di interrogatorio al P.M.
di Caltanissetta in data 25/2/1994, quello ai P.M. di Firenze e di Palermo in
data 5/8/1996 e quello ai P.M. di Firenze e di Caltanissetta in data 23/4/1998,
sostanzialmente sovrapponibili in considerazione delle marginali discrasie
nella ricostruzione dei fatti - di essere stato convocato da Salvatore Riina
tra il 1990 e il 1991 presso l’abitazione di Girolamo Guddo e di aver partecipato
ad un incontro con lui, con Raffaele Ganci e con Salvatore Biondino. In quella
occasione Riina gli avrebbe ordinato di rivolgersi a Vittorio Mangano e di
dirgli che doveva mettersi da parte rispetto a Berlusconi.
Riina considerava il rapporto con Berlusconi “un bene per tutta cosa
nostra” e voleva gestirlo direttamente; aveva detto a Cancemi che, se
Mangano si fosse mostrato riluttante, avrebbe dovuto fargli presente che Riina
non aveva dimenticato uno sgarbo ricevuto, cioè il fatto che Mangano aveva
regalato un’arma al suo avversario Stefano Bontade.
Cancemi ricevette questo incarico in quanto egli era reggente di Porta
Nuova e a quel mandamento apparteneva Mangano; peraltro Cancemi ha sostenuto di
essere già a conoscenza dei rapporti di quest’ultimo con Berlusconi, perché
gliene aveva parlato lo stesso Mangano. Tra il 1973 e il 1974 Mangano lavorava
nelle proprietà di Arcore e, secondo quanto raccontava, lì avevano soggiornato
anche vari latitanti, come Nino Grado, Francesco Mafara, Salvatore Contorno,
dedicandosi al traffico di droga e ai sequestri di persona.
Cancemi ha pure riferito di aver incontrato in epoca non meglio
precisata all’interno di un bar nelle vicinanze della sua abitazione al Nord lo
stesso Mangano, che gli mostrò un rotolo di banconote, nascoste in un calzino,
dicendogli erano provento di un sequestro di persona.
Ha poi riferito - nel verbale del 23/4/1998 - di un altro non meglio
precisato sequestro di cui gli parlò Mangano, che sarebbe fallito a causa della
nebbia ed a seguito del quale uno degli esecutori (non ricorda chi) aveva
smarrito il proprio documento di identità; ha dichiarato di ricordare che
questo sequestro fallito era comunque collegato alla villa di Berlusconi, ma
non ha saputo indicare in che modo.
Nel precedente interrogatorio del 18/2/1994, Cancemi aveva aggiunto un
altro particolare: in occasione del colloquio sull’invito da rivolgere a
Mangano di mettersi da parte, Riina “precisò che, secondo degli accordi
stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi,
arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a
Palermo più antenne”.
Sempre nello stesso contesto, Cancemi aveva affermato di essere certo
che il rapporto tra Riina e Dell’Utri fosse risalente quantomeno al 1989 e ha
dichiarato di aver assistito più volte alle consegne di questo denaro in rate
da circa 40 - 50 milioni; “queste rate venivano consegnate non so da chi a
Pierino Napoli, reggente della famiglia di Malaspina, compresa nel mandamento
La Noce. Ho visto personalmente, ripeto in più occasioni, Pierino Napoli
consegnare al Ganci Raffaele il denaro proveniente dal Nord. Anzi posso aggiungere
che più volte ho sentito personalmente Salvatore Riina dire a Ganci Raffaele,
quando c’erano ritardi nelle consegne, ‘Faluzzo, viri di viriri a Pierino se
siggiu ddì picciuli, viri di sollecitari (Raffaele, vedi di dire a Pierino se
ha riscosso i soldi, vedi di sollecitare)’”. L’ultima consegna di denaro da
Pierino Napoli a Ganci, alla quale assistette Cancemi, sarebbe avvenuta due
mesi prima dell’attentato a Falcone.
Il collaboratore ha ancora riferito che Riina gli disse che Berlusconi
doveva acquistare immobili diroccati nella zona di Via Maqueda.
***
4.4 -
Tornando all’ordine di Riina a Cancemi riguardante i rapporti tra Mangano e
Dell’Utri, il collaborante ha raccontato che si recò a trovare lo stesso
Mangano in casa sua dove era ristretto agli arresti domiciliari; ha collocato
il fatto in epoca imprecisata ma comunque nel periodo estivo del 1991. Mangano
mostrò delle resistenze, sostenendo tra l’altro di avere mantenuto da molto
tempo quel rapporto dopo essere stato stalliere alla villa di Arcore.
Il collaborante ha affermato di non conoscere in che modo Riina gestì
direttamente quel contatto.
Ha poi riferito, su domanda del P.M., che i rapporti di “cosa nostra”
con Dell’Utri e Berlusconi erano risalenti nel tempo; in una prima fase i
predetti erano stati collegati con Stefano Bontate, Pietro Lo Iacono e Girolamo
Teresi della “famiglia” della Guadagna. Attraverso queste persone Mangano era
riuscito ad entrare in contatto con i due odierni indagati. (verb. 23/4/1998).
Da Mangano, poi, Cancemi avrebbe saputo che anche Giovanni e Ignazio
Pullarà avevano intrattenuto rapporti con Berlusconi e Dell’Utri; sul punto il
collaborante è stato in realtà molto confuso, ma ha comunque escluso di
conoscere per quali vie e in che modo tali contatti fossero gestiti.
***
4.5 -
Sentito dal P.M. nisseno in data 17/11/1993, Cancemi - il quale ancora non
aveva ammesso il suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio - riferì che
Ganci gli aveva confidato, dopo l’uccisione del dott. Borsellino, che
quell’attentato era stato voluto da Totò Riina. Quest’ultimo, alla presenza del
collaboratore, aveva affermato nel corso di una riunione a casa di Guddo,
avvenuta dopo la morte del dott. Falcone e durante la quale si brindò
all’accaduto, che egli si assumeva tutta la responsabilità del fatto e aveva
preannunciato l’eliminazione fisica del dott. Borsellino.
In data 8/3/1994, Cancemi ha ribadito al P.M. di Firenze la circostanza
del colloquio con Ganci relativo alle “persone importanti”, con le quali era in
contatto Riina per l’attentato al dott. Falcone nell’ambito di una strategia
antipentitismo concordata con i predetti non meglio definiti personaggi.
Ai P.M. di Roma e di Milano in data 15/3/1994 ha esplicitato che, dopo
le stragi di Capaci e di via D’Amelio, “da quello che sentivo dire da Riina
e da Biondino (…), si era certi che lo Stato non avrebbe reagito, i rapporti
che loro facevano comprendere avere con altre persone erano tali da non far
presumere reazioni forti”.
Successivamente Cancemi è stato sentito dalla Corte di Assise di
Caltanissetta nel processo a carico di Aglieri Pietro + 40 per la strage di
Capaci (ud. 19/4/1996 e ud. 18/9/1996) ed ha ancora una volta ribadito la
vicenda della riunione a casa di Guddo, i discorsi di Riina e di Ganci e ha confermato
che l’obiettivo perseguito da Riina era quello di ottenere sostanziali
modifiche della legislazione e degli orientamenti giudiziari grazie a dei
referenti politici; non ha tuttavia parlato di quali fossero tali referenti,
dicendo che Riina era molto riservato sul punto.
Il collaboratore è stato ancora sentito dall’Ufficio requirente nisseno
in data 29/1/1998 e gli è stata data lettura di tutte le sue precedenti
dichiarazioni; il collaborante ha affermato di ritenere che non vi fossero
discrasie nelle ricostruzioni via via offerte agli Uffici inquirenti.
Ha ribadito ancora una volta che Ganci non gli disse chi erano le
“persone importanti” con le quali Riina aveva parlato dell’esecuzione
dell’attentato a Falcone, ma ha esplicitato che egli dedusse trattarsi di
Berlusconi e Dell’Utri alla luce di altri fatti, in particolare della richiesta
precedente di mettere da parte Mangano nel rapporto con i due odierni indagati
e poi di un’affermazione di Riina nel corso dei festeggiamenti a casa di Guddo,
dopo la strage di Capaci, quando lo stesso Riina avrebbe detto: “io mi sto
giocando i denti, possiamo dormire tranquilli, ho Dell’Utri e Berlusconi nelle
mani e questo è un bene per tutta cosa nostra”.
Nel già citato verbale del 23/4/1998 ai P.M. di Firenze e di
Caltanissetta, Cancemi ha poi parlato di un’altra riunione avvenuta nel 1992 a
casa di Guddo, probabilmente diversa da quella sopra accennata, e nella quale
egli avrebbe avuto dimostrazione del fatto che effettivamente Riina aveva
attivato dei contatti con Berlusconi e Dell’Utri. In quell’interrogatorio la
sua ricostruzione si è fatta assai più ricca.
Ha affermato il collaborante che, durante la riunione, Riina li
consultò su una serie di richieste che egli avrebbe dovuto inoltrare in un
incontro che si stava ancora preparando: “un giorno ci siamo incontrati io,
Riina, Ganci e credo Biondino Salvatore, che è venuto … ci doveva dare alcuni
punti, di fare annullare l’ergastolo, di fare annullare la legge sui pentiti,
il sequestro dei beni e altre cose, diciamo ha parlato con me e con Ganci (…)”
“Erano sei o sette punti”.
Quanto all’epoca in cui sarebbe avvenuta questa riunione, Cancemi su
domanda del P.M. ha risposto: “Mi sembra che c’era stata Capaci.”
“P.M.: Allora nel periodo…
Cancemi: Questo a cavallo…
P.M.: Tra…
Cancemi: Sì.
P.M.: Capaci e Via D’Amelio?
Cancemi: Sì”
(…)
“P.M.: E queste richieste in quell’occasione disse a
chi dovevano essere rivolte?
Cancemi: Lui più volte ha detto che aveva queste
persone nelle mani, quindi Berlusconi e Dell’Utri, quindi queste cose lui le
doveva girare a queste persone. Per me era una cosa…
P.M.: Sì, ma nel corso di questa, in questa riunione
riprese il discorso di, chiarendo…
Cancemi: (…) sì, lui in questa, in questa riunione
dice che ci doveva fare avere queste cose a queste persone, Berlusconi e
Dell’Utri, i nomi che ha fatto erano questi qua. Anche dopo diciamo lui parlava
sempre di queste persone, anche dopo quest’incontro mi ricordo che, altre, un
paio di volte ha parlato sempre di queste persone.”
Cancemi ha pure precisato che quella fu la prima occasione in cui Riina
parlò a loro di richieste da avanzare a queste persone.
Quanto alle successive occasioni in cui Cancemi avrebbe parlato con
Riina di Berlusconi e Dell’Utri, il collaborante non è stato sempre
sufficientemente preciso:
“Mi ricordo una volta ha fatto un discorso che cercava
di portare queste persone (spiegherà
poi Cancemi che “portare significa… di portarli a comandare”), gli
dovevamo poi, diciamo nel futuro, portare queste persone perché lui cercava con
queste bombe di sfiduciare, diciamo, quelle che c’erano attuali, in sella. (…)
Presenti c’erano Ganci Raffaele, quello era sempre presente e credo anche il
Biondino Salvatore (…)
P.M.: Allora ci vuole puntualizzare in quale occasione
Riina aveva detto che con queste bombe si voleva cercare di sfiduciare la
classe…
Cancemi: ma l’occasione (…) erano quando si pigliava
l’argomento, diciamo, che queste persone lui l’aveva nelle mani, stava facendo
queste cose che ci spiegava, che era un bene per tutta cosa nostra e lui
diceva: ‘noi con questi qua li dobbiamo sostenere’, perché cercava di
sfiduciare a quelli che sono in sella, usava la parola lui, usava proprio
questa, io credo…”
Il collaborante ha anche detto che in quel periodo Riina stava
approntando una lista di persone da uccidere, perché avevano delle “colpe” con
“cosa nostra”; seppe che tra gli obiettivi rientravano il dott. Vigna, il
questore La Barbera, l’on. Martelli.
Cancemi ha raccontato un altro episodio riferito a quello stesso
periodo: Riina gli chiese di alcuni quadri di valore che erano stati rubati in
un palazzo di Piazza Marina a Palermo e che erano conservati presso una stalla
di Francesco La Marca e li invitò a fargli avere delle foto di alcuni di essi,
considerati più importanti. L’ordine di Riina fu presto eseguito, ma i quadri
non vennero mai spostati dal luogo dove stavano conservati, almeno fino alla
costituzione dello stesso Cancemi.
Ai P.M. che gli hanno chiesto il motivo per il quale aveva introdotto
questo argomento nel contesto della narrazione della iniziativa di Riina per
inoltrare richieste a Berlusconi e Dell’Utri, Cancemi ha risposto: “io vi
devo dire quello che mi risulta, lui è stato proprio in quel periodo che mi ha
chiesto queste cose qua, esatto? Però con tutta onestà non me l’ha detto: ‘Io
ce lo devo dare a Berlusconi e a Dell’Utri’, non me lo ha detto, però il
contesto era là”.
L’Ufficio inquirente ha invitato Cancemi a precisare se questa vicenda
l’avesse appresa dalla stampa, visto che nel dibattimento per le stragi di
Firenze era emersa, e poi era stata divulgata dai giornali, la circostanza di
un tentativo di “cosa nostra” palermitana per concordare uno scambio tra la
restituzione di opere d’arte allo Stato e la concessione degli arresti domiciliari
per alcuni detenuti più anziani; il collaborante ha confermato di aver riferito
fatti di propria esperienza.
Nel dibattimento dinanzi alla Corte di Assise di Firenze (verb.
29/4/1999), il collaboratore in esame ha ribadito poi di aver preso parte a questa
attività consistita nel controllare e fotografare i quadri per Riina,
affermando che quest’ultimo in quel periodo aveva delle trattative, ma che
nulla gli disse in ordine a chi potessero interessare le suddette fotografie.
Cancemi ha inoltre riferito che, dopo l’arresto di Riina, avvenuto nel
gennaio 1993, ebbe a parlare più volte con Provenzano delle strategie già messe
in atto dallo stesso Riina per risolvere i problemi dei detenuti e fiaccare la
reazione dello Stato; ma Provenzano lo avrebbe tranquillizzato: “Mi rispose
così: ‘Totuccio stai tranquillo, stai tranquillo, stiamo a buon punto, non
pensare che io dimentico, diciamo, né carcerati né nessuno. I discorsi stanno
andando avanti quelli con zio Totuccio, si stanno portando avanti’”.
In sostanza, secondo Cancemi, Provenzano gli fece intendere che
manteneva la linea di Riina; tuttavia non gli specificò mai quali erano i suoi
interlocutori e soprattutto se erano gli stessi di Riina.
***
4.6 - Sui
fatti sinora esposti, Cancemi è tornato nuovamente nell’interrogatorio reso al
P.M. di Caltanissetta in data 23/10/1998 per approfondire gli aspetti relativi
ad un progetto di attentato ai danni del dott. Pietro Grasso; ha ribadito la
vicenda relativa all’invito a Mangano di mettersi da parte nei rapporti con
Berlusconi e dell’Utri, la strategia di Riina di colpire gli esponenti del
mondo politico che gli avevano “voltato le spalle”, la messa a punto
della strategia nella villa di Guddo.
Ulteriore rilevante tappa della collaborazione di Cancemi, specie in
ordine alle sue dichiarazioni a carico degli odierni indagati, è costituita
dalla sua deposizione dinanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta (udd.
17/6/1999 e successive) nel processo a carico di Agate Mariano + 26; giudizio
nel quale egli stesso era imputato per la strage di via D’Amelio.
In quell’occasione Cancemi è tornato a parlare della riunione nella
villa di Guddo, successiva alla strage di Capaci e collocabile all’incirca a
giugno del 1992, nella quale Riina avrebbe
espresso la sua volontà di uccidere Borsellino, affermando che se ne
assumeva tutta la responsabilità. Cancemi ha sostenuto di aver sentito un
colloquio sull’argomento, avvenuto tra Raffaele Ganci e Riina che si erano
appartati, e di averne avuto conferma dallo stesso Ganci durante il viaggio di
ritorno, raccogliendo da quest’ultimo affermazioni di perplessità sull’utilità
del delitto (“questo ci vuole rovinare tutti”).
Il collaboratore ha specificato che già prima era stata discussa la
proposta di uccidere Borsellino, nell’ambito di un complessivo progetto di
eliminazione fisica di una serie di esponenti delle istituzioni che avevano
tradito o che avevano contrastato “cosa nostra” e ai quali bisognava dare
un’adeguata punizione per l’esito del maxiprocesso in Cassazione. L’obiettivo
strategico era per un verso impedire le collaborazioni con la giustizia e
rendere meno credibili i c.d. “pentiti”; per altro verso trattare con nuovi
referenti per ottenere significative modifiche della legislazione antimafia.
Ha di nuovo narrato delle confidenze che gli fece Ganci a proposito del
fatto che Riina aveva parlato con “persone importanti” prima di decidere la
strage di Capaci; ha ricostruito ancora la vicenda dell’invito di Riina a
Mangano a mettersi da parte nella gestione dei rapporti con Dell’Utri e
Berlusconi, quella dell’intervento di Riina a favore di una società facente
capo a Berlusconi per l’acquisto di edifici del centro storico di Palermo,
nonché infine la circostanza relativa all’erogazione periodica di un
“contributo” di costoro a favore di “cosa nostra”.
Cancemi ha esplicitamente sottolineato che tutte le volte in cui Riina
parlava delle modifiche legislative da lui auspicate a beneficio di “cosa
nostra”, diceva che “queste persone noi li dobbiamo garantire ora e nel futuro
di più”.
Ha aggiunto sempre in quell’occasione che a queste riunioni, svolte a
casa di Guddo, durante le quali Riina diceva loro di avere “nelle mani” Dell’Utri
e Berlusconi, era presente Brusca (cfr. verb. ud. 23/6/1999, pagg. 94 ss.) e,
su specifica domanda del Presidente della Corte di Assise, ha affermato che
alla riunione di giugno del 1992 (quella durante la quale Riina e Ganci si
appartarono a parlare dell’eliminazione di Borsellino e Riina disse che si
assumeva tutta la responsabilità della cosa) erano presenti anche Biondino, che
aveva accompagnato Riina, e Brusca che era arrivato successivamente da solo.
Si segnala sin d’ora che Brusca - le cui dichiarazioni saranno
esaminate compiutamente nel par. 6 - ha
confermato di aver partecipato a queste riunioni a casa di Guddo, dietro Villa
Serena, e in particolare ha ricordato proprio la riunione di giugno del 1992
pressoché con gli stessi partecipanti indicati da Cancemi; non ha parlato
tuttavia del colloquio riservato tra Ganci e Riina. Ha detto che in
quell’occasione, dopo aver commentato la strage di Capaci, si ritornò a parlare
del fatto che non ci si doveva fermare solo a quella e che si doveva continuare
a fare attentati a “nemici ed ex amici”. Ha aggiunto: “si parlava … quello
sulla bocca era sempre Martelli, Andò, La Barbera; come gli ho detto non c’era
bisogno più di ritornare sul punto del dottor Borsellino in quanto era stato
menzionato così, molto veloce, già precedentemente… fine febbraio-inizi di
marzo” (verb. 29/6/1999, C.Ass. Caltanissetta, proc. n.22/98 c. Riina + 6
per la c.d. strage dell’Addaura).
Cancemi ha invece affermato di aver percepito nella riunione di giugno
una chiara volontà di accelerare i tempi: “io ho capito che il Riina aveva
premura, come vi devo dire, una cosa…di una cosa veloce, aveva… io avevo
intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva… la doveva fare al più
presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso”.
Brusca dal canto suo ha sostenuto di aver avuto in altra occasione e in
altro modo consapevolezza di tale accelerazione: “Io apprendo come fatto
esecutivo la strage del dott. Borsellino tre giorni prima che succedesse da
Biondino Salvatore e mi dice. ‘siamo sotto lavoro’ e poi quando apprendo dalla
TV con… Siccome io non mi ero visto con Salvatore Riina quindi vuol dire che
qualche cosa era successo. Cosa gli avevano detto, cosa era successo non glielo
so dire, però c’è stata un’accelerazione” (ud. Corte di Assise di Appello
di Caltanissetta del 2/7/1999, relativo alla strage di Capaci; successivamente
in verb. P.M. Caltanissetta del 9/3/2000).
***
4.7 -
Dinanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta, Cancemi ha motivato il ritardo
delle sue dichiarazioni sulla strage di via D’Amelio, perché “i discorsi”
di Riina su “queste persone che lui aveva nelle mani”, “che lui ci
diceva che erano quelli che è un bene per cosa nostra” lo preoccupavano, lo
frenavano e lo inducevano a pensare che se avesse raccontato tutto quello che
sapeva su questo attentato e su quanto vi era sotteso sarebbe potuto accadere “qualcosa
di grosso”.
La Corte di Assise di Caltanissetta che lo ha giudicato quale
concorrente della strage di Via D’Amelio (proc. n.27/97) nella motivazione
della sentenza, pure citata dal P.M. nella sua richiesta di archiviazione, ha
rilevato che tale giustificazione del Cancemi alle sue reticenze “appare
chiaramente smentita dal fatto che il collaborante, prima ancora di confessare
la sua partecipazione alla strage per cui è processo, aveva già indicato delle
circostanze che avrebbe dovuto tacere se questa fosse stata l’effettiva
motivazione del riserbo. Egli infatti già in relazione alla strage di Capaci
aveva dichiarato di aver appreso da Ganci Raffaele, mentre si recava in auto
con lui presso la villetta di Capaci, che il Riina aveva incontrato ‘persone
importanti’ (…) Non era pertanto la remora a parlare di contatti di “cosa
nostra” con ambienti esterni che condizionava le dichiarazioni del Cancemi, che
appare unicamente interessato a ridimensionare il suo ruolo e preoccupato di
coprire le altrui responsabilità solo nella misura in cui può altrimenti
derivarne un aggravamento della sua posizione processuale”.
Ma il giudizio complessivo delle Corti di Assise che hanno valutato le
dichiarazioni di Cancemi sulle stragi del 1992 (e ciò lo si ricava proprio dai
diversi passaggi motivazionali citati dal P.M.) risulta positivo, essendosi
affermato che “una volta individuato il solo fattore inquinante della
collaborazione del Cancemi nella predetta volontà di esagerata autoprotezione e
così spiegata l’indubbia progressione accusatoria delle sue dichiarazioni, ben
possono le medesime essere utilizzate” e dando atto che il loro analitico
esame “conferma l’attendibilità delle sue chiamate in correità nei confronti
degli imputati per cui è processo”.
Tale valutazione della Corte di Assise appare fortemente ancorata alle
vicende processuali che hanno caratterizzato la collaborazione di Cancemi;
peraltro in questa prospettiva non potrebbe non tenersi conto che il suo
contributo è comunque valso ad accertare le gravi responsabilità penali di
molti dei capomandamento di “cosa nostra” e degli esecutori materiali aderenti
alla stessa organizzazione.
In ordine alle chiamate in correità degli odierni indagati da parte di
Cancemi, va rilevato anzitutto che il suo ruolo di primo piano in quel periodo
all’interno di “cosa nostra” (egli era reggente dell’importante mandamento di
Porta Nuova) ed i suoi contatti accertati con Ganci e quindi con Riina
avrebbero potuto metterlo in condizione di conoscere anche le notizie più riservate
circa la deliberazione delle stragi.
Proprio per sottrarsi alle sue responsabilità egli ha sempre cercato di
negare ogni forma di attiva partecipazione alle decisioni e alla preparazione
di tali delitti, cercando di presentarsi come soggetto semplicemente informato
in maniera anche generica di talune circostanze in virtù della fiducia che gli
altri associati riponevano in lui.
Ha via via confessato le sue condotte dopo essere stato coinvolto da
altri collaboranti, ma sempre svalutando il proprio concreto ruolo nei singoli
fatti delittuosi.
In questo controverso percorso collaborativo e nel quadro di tale
comportamento si inseriscono le progressive dichiarazioni di Cancemi sugli
odierni indagati; nei suoi resoconti egli appare sempre estraneo alle
discussioni, ora destinatario di confidenze del Ganci, ora occasionale
spettatore di colloqui tra Ganci e Riina, ora mero esecutore di incarichi
relativi alle trattative, lo scopo dei quali avrebbe compreso per mera
deduzione logica.
Non ritiene questo Ufficio che, in astratto, le accuse ad eventuali
“mandanti esterni” a “cosa nostra” potessero risultare strumentali ad
alleggerire le sue responsabilità; anzi al contrario, la sua posizione poteva
essere soltanto ulteriormente aggravata, qualora egli avesse ricostruito con
puntualità e certezza tutte le condotte idonee a fargli conoscere i prefigurati
accordi dei massimi esponenti di “cosa nostra” con personaggi di rilievo
esterni ad essa.
Si impone tuttavia di valutare un’ipotesi alternativa, e cioè che
Cancemi abbia introdotto con le chiamate in correità in esame delle circostanze
false - in maniera volutamente generica - al fine di accreditare ancor più la
propria collaborazione, stante il rilievo politico e la notorietà degli
accusati.
La genericità e la mutevolezza delle sue dichiarazioni a carico di
Berlusconi e Dell’Utri potrebbe infatti spiegarsi, anziché con il tentativo di
offrire agli inquirenti una notizia in suo possesso ridimensionando il suo
ruolo nella fase deliberativa della strage, con il diverso tentativo - mal
riuscito - di introdurre elementi fantasiosi e non facilmente verificabili.
Il collaboratore, oggetto di diverse valutazioni negative da parte
delle Autorità Giudiziarie in ordine alla sua lealtà, è stato perlopiù
segnalato - da quanto risulta dai provvedimenti in atti - per il suo
comportamento omissivo, e cioè per aver tenuto nascoste responsabilità proprie
o di complici successivamente accertate grazie ad altri mezzi di prova; sicchè
le sue propalazioni sono state valutate con la massima prudenza e sono state
utilizzate in presenza di adeguati, specifici e rassicuranti riscontri di
carattere estrinseco.
A queste condizioni, le sue chiamate in correità hanno concorso
all’accertamento delle responsabilità di molti imputati con ruoli di primo
piano in “cosa nostra” e non risultano sinora emersi comportamenti calunniatori
all’esito dei dibattimenti relativi alle stragi per cui si procede.
Quanto sinora detto, se da un canto non autorizza a svalutare
pregiudizialmente le propalazioni di Cancemi a carico degli odierni indagati,
d’altro canto impone di apprezzarle con estremo rigore, per verificare se esse
- già poco soddisfacenti sul piano della sussistenza dei requisiti di
attendibilità intrinseca - siano assistite da elementi esterni di riscontro
adeguatamente specifici.
Giova ricordare che pende dinanzi a questo Ufficio altro procedimento a
carico di Cancemi, instaurato a seguito delle querele avanzate da Berlusconi e
Dell’Utri, nel quale sarà poi valutato se le dichiarazioni del collaboratore
integrino gli estremi dei reati di calunnia e di diffamazione.
5. Le dichiarazioni di Angelo Siino
5.1 - Il
collaboratore di giustizia Angelo Siino (verb. P.M. Caltanissetta 28/11/1997)
ha ricostruito il contesto nel quale erano maturate le forti avversioni
dell’organizzazione “cosa nostra” nei confronti di Falcone e Borsellino, fornendo
ampie indicazioni sul fatto che tali sentimenti erano condivisi anche dai
personaggi politici e dagli imprenditori che in qualche modo mantenevano
contatti o avevano cointeressenze con quella associazione criminale.
In particolare ha riferito che alla fine degli anni “80 il gruppo
Ferruzzi-Gardini era venuto in Sicilia e aveva rilevato tutte le imprese di
“cosa nostra” che versavano in difficili condizioni economiche o che
rischiavano di essere sequestrate dall’Autorità Giudiziaria; successivamente,
nel 1987, in conseguenza dell’avvicinamento con quel gruppo imprenditoriale,
“cosa nostra” aveva deciso di convogliare i propri voti verso le liste del PSI.
Presto si diffuse nell’organizzazione, in seguito ad alcune
dichiarazioni pubbliche di Falcone (tra le quali la seguente: “la mafia sta
entrando in borsa”), il timore che il magistrato avesse capito i nuovi
rapporti economici e politici di “cosa nostra”.
Siino ha riferito, riassumendo i contenuti di diversi suoi colloqui con
Pino Lipari, Giovanni Brusca, Salvo Lima, Ignazio Salvo e altri, che il
conferimento dell’incarico al ministero a Falcone da parte di Martelli veniva
considerato da “cosa nostra” come un tradimento da parte del partito socialista
e veniva ritenuto particolarmente pericoloso perché la conoscenza di Falcone
sui nuovi rapporti politici ed economici dell’associazione mafiosa avrebbe
costituito strumento di ricatto nei confronti dello stesso Martelli. Il
trasferimento del magistrato agli uffici ministeriali e la capacità di
influenza acquisita sulle scelte dell’esecutivo costituiva, ad avviso dei
vertici di “cosa nostra”, un suo primo passo per acquisire un ruolo politico e
istituzionale potenzialmente assai nocivo per gli interessi mafiosi.
La strategia politica messa a punto da “cosa nostra” fu allora di “agganciare
Craxi”, considerato l’unico personaggio capace di mettersi contro lo stesso
Martelli, che ormai aveva affidato troppo potere a Falcone, e contro il gruppo
di Andreotti che aveva tradito le aspettative in ordine all’esito del
maxiprocesso.
Nino Gargano e Pippo Madonia dissero a Siino, all’epoca detenuto: “Provenzano
sta cercando di agganciare di nuovo Craxi! Se ci riusciamo…”.
Berlusconi era considerato un tramite per giungere a Craxi; occasione
propizia dovevano essere gli attentati alla Standa di Catania, avvenuti tra il
1990 e il 1991: “nel momento che il signor Berlusconi si veniva a lamentare:
‘nuatri putivami… accussì videmu d’agganciari Craxi’ tramite Berlusconi”.
***
5.2 - Il
2/1/1998 al P.M. di Firenze Siino ha fornito una versione più articolata di
questa vicenda, riferendo circostanze diverse su come aveva appreso delle
modalità con le quali “cosa nostra” voleva creare un contatto con Craxi.
Ha affermato di aver partecipato ad un incontro a Catania con Nitto
Santapaola, Eugenio Gallea, Vincenzo Aiello e Giovanni Brusca; durante questo
incontro Brusca si appartò con Santapaola. Successivamente sarebbe stato
Santapaola a riferire a Siino che durante quell’incontro Brusca gli aveva
chiesto di realizzare degli attentati alla Standa per stimolare un contatto con
Craxi.
Tale circostanza, come si vedrà, viene smentita dal Brusca, che ha
negato che tali attentati avessero finalità diverse da quella di mera
estorsione. Sovrapponibili alle dichiarazioni di Siino sulle finalità degli
attentati (poi effettivamente realizzati) sono invece le dichiarazioni di
alcuni collaboratori dell’area catanese. Sul punto si tornerà , quando sarà
valutato il contributo di Maurizio Avola (par. 11), nonché conclusivamente nel
par.15.4.
Durante la sua detenzione, agli inizi del 1993, Siino fu poi invitato
attraverso la moglie a nominare come proprio difensore l’avv. Vittorio Virga,
persona considerata vicina a Craxi e con la quale si voleva instaurare un
legame da utilizzare successivamente; Virga tuttavia non accettò l’incarico.
Il collaboratore ha poi riferito di un altro episodio, che vide
protagonista Antonino Gioè. Questi ebbe con lui alcuni significativi colloqui
relativi ai nuovi assetti di “cosa nostra”; in uno di questi gli parlò di
Massimo Berruti, un ex ufficiale della Guardia di Finanza in contatto con Totò
Di Ganci (rappresentante della “famiglia” di Sciacca) e gli disse che Leoluca
Bagarella avrebbe dovuto incontrarlo per avviare dei contatti con Craxi. Gioè,
che era stato arrestato nel marzo 1993, spiegò che Bagarella, il quale stava
assumendo posizioni dominanti in “cosa nostra” dopo la cattura di Riina tanto
da intimorire anche Bernardo Provenzano, aveva nei suoi programmi di fare
azioni eclatanti in danno di monumenti ed edifici di interesse artistico, tra i
quali la Torre di Pisa.
Aggiunse che in questa iniziativa Bagarella si muoveva di concerto con
i Graviano e mantenendo contatti e coperture con i servizi segreti.
La conversazione venne interrotta da Siino per il timore di
intercettazioni; i due concordarono un espediente affinchè Gioè gli
esplicitasse i termini della loro strategia; Gioè fece trovare a Siino un
biglietto manoscritto, avvolto ad un rocchetto di cartone, nascosto in una
scanalatura esterna al locale docce dove il collaboratore lasciò di proposito
un accendino.
Nel biglietto era scritto che Berruti aveva detto a Bagarella di
compiere azioni eclatanti relative tra l’altro ad un edificio fiorentino che
custodiva opere d’arte. Tale operazione aveva un duplice alternativo scopo:
orientare la Sicilia verso una prospettiva indipendentista grazie al movimento
“Sicilia Libera” (di cui Siino aveva sentito parlare anche alla moglie) o in
ogni caso fare una dimostrazione di forza che, sconvolgendo l’Italia, avrebbe
dato a Craxi la possibilità, o di persona o tramite qualcuno, di proporsi come
colui che poteva riprendere in pugno la situazione.
Di questo progetto Siino ha affermato di aver messo al corrente il gen.
Mori e il cap. De Donno, che nel 1993 instaurarono dei contatti con lui per
indurlo a collaborare, prospettandogli come già avviata una collaborazione di
Ciancimino (cfr. pure verb. 25/6/1998 P.M. Caltanissetta e P.M. Firenze).
Il collaboratore avrebbe appreso poi da Michele Camarda, persona vicina
a Gioè, che quest’ultimo gli aveva detto che dietro le stragi del 1992 vi erano
appoggi esterni e che “cosa nostra” sin dall’attentato a Falcone era stata
“autorizzata” (verb. 25/6/1998 cit.).
Sul ruolo in “cosa nostra” di Gioè, successivamente suicidatosi in
carcere, e sui suoi specifici compiti nella preparazione e nell’esecuzione
della strategia stragista convergono anche dichiarazioni di altri
collaboratori, nonché altri elementi di prova, tutti sinora positivamente
valutati dalle Autorità Giudiziarie; tra questi ad esempio la sua ultima
lettera del 1993 (sul punto si può richiamare la sentenza della Corte di Assise
di Firenze del 6/6/1998 relativa alle stragi del 1993, in particolare pagg.
1472 ss.).
Quanto ai contatti di Massimo Berruti con personaggi di “cosa nostra” e
con la famiglia di Sciacca in particolare, essi sono pure emersi dalle indagini
della Procura di Sciacca acquisiti agli atti (cfr. fald. 4/A-1).
Siino ha anche riferito che nel 1994 sua moglie gli fece sapere che
Giovanni Brusca aveva dato indicazioni in un primo tempo affinchè
l’organizzazione sostenesse elettoralmente il movimento “Sicilia Libera” ed in
un secondo momento aveva mandato a dire di votare per “Forza Italia”. Brusca
attraverso la moglie gli fece sapere che tale “Giovanni” era pure d’accordo, ma
Siino non riuscì mai a capire a chi Brusca volesse riferirsi.
Tutte le suddette circostanze, che nel racconto di Siino disegnano un
preciso ruolo “politico” di Brusca, sono state smentite da quest’ultimo. Siino
ha invece reiterato le sue dichiarazioni, accusando Brusca di essere
condizionato da risalente malanimo nei suoi confronti.
6. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca
6.1 - Brusca
ha ricostruito le strategie di “cosa nostra” e di Totò Riina in particolare,
confermando la circostanza che l’eliminazione di Falcone era stata studiata già
sin dalla fine del 1990. Ha raccontato (verb. P.M. Caltanissetta 7/9/1998) che
Riina gli aveva detto, dopo la sentenza di appello del c.d. “maxi-processo”,
che bisognava stare tranquilli in attesa della decisione della Cassazione;
Riina lo aveva mandato in più occasioni da Ignazio Salvo “per contattare i
canali Lima, Andreotti, Carnevale”. Salvo tuttavia “rispondeva picche
(…) che non erano più i tempi di una volta”. In questo momento cominciarono
a maturare i propositi di Riina di uccidere Salvo.
Brusca ha riferito di una riunione, avvenuta nel 1992, prima
dell’omicidio Lima, durante la quale si discusse “esclusivamente di un
progetto di eliminare tutta una serie di personaggi, però, quelli sul
pentolone: Lima prima e Falcone… (…) Si parla di personaggi politici, non
politici, amici o ex amici, persone che si erano messe a disposizione e che
avevano tradito (…) perché noi dovevamo stroncare l’attività politica o la
corrente politica di Andreotti in Sicilia, in quanto lui non si era interessato
per il maxi processo”.
Seguirono diverse altre riunioni, nelle quali si ribadirono gli
obiettivi da colpire, ivi compreso Borsellino. Come si è già anticipato
esaminando le dichiarazioni di Cancemi (par. 4.6), Brusca ha sostenuto che dopo la strage di
Capaci egli si doveva occupare di uccidere l’onorevole Mannino e che, ad un
certo momento, andatosi a consultare con Biondino e con Riina sulle modalità
dell’esecuzione dell’agguato, costoro gli dissero che per il momento “erano
sotto lavoro”; pochi giorni dopo avvenne la strage di Via D’Amelio.
Il collaborante ha sottolineato: “non mi è stato mai richiesto:
‘…che ne pensi… se vuoi uccidere il dottor Borsellino o meno o cose varie’, non
mi è stato chiesto, quindi io non è che potevo dire un parere, si o no. Uno:
perché non mi è stato chiesto; due: se mi veniva chiesto io avrei detto sì”.
In una di quelle riunioni Brusca apprese da Riina del “papello”, cioè
di un messaggio a personaggi istituzionali che conteneva le condizioni imposte
da “cosa nostra” allo Stato. Riina tra la strage di Capaci e quella di Via
D’Amelio gli disse che i suoi interlocutori erano sembrati in un primo momento
disponibili, ma poi avevano interrotto le trattative considerando le condizioni
troppo gravose.
Nell’interrogatorio del 2/10/1998, Brusca ha ricostruito questa
vicenda, già più volte accennata in precedenti interrogatori, ripercorrendo -
in maniera dettagliata - le tappe antecedenti all’avvio della trattativa.
Ha parlato di due riunioni che si tennero a casa di Guddo, dietro Villa
Serena, una dopo l’altra in data antedecente al 20 febbraio, comunque
successivamente alla sentenza del maxi-processo in Cassazione, quando cioè
cominciò a covare l’idea di colpire gli “ex amici” e i vecchi nemici al fine di
ottenere dallo Stato tutto quanto non era stato possibile ottenere attraverso i
consueti canali.
Nella prima si discusse dell’eliminazione di Ignazio Salvo e Brusca si
mise a disposizione, nella seconda si studiarono gli aspetti esecutivi; la
realizzazione del progetto omicidiario fu poi rinviata, ma frattanto Brusca
partecipò ad altre riunioni in cui si pianificò l’omicidio dell’on. Lima,
quindi l’attentato a Falcone e nel frattempo si discusse di diverse altre
azioni di fuoco con obiettivi istituzionali; si parlò di uccidere il questore
La Barbera, a giudizio degli “uomini d’onore” troppo impegnato nel contrasto
alla mafia, l’on. Vizzini e l’on. Mannino, responsabili di non aver favorito
“cosa nostra” dopo averne preso i voti, il dott. Borsellino, per le stesse
ragioni per cui bisognava uccidere Falcone, e con loro diverse altre
personalità: “ognuno.. chi era il più bravo ne metteva una sempre più grossa
(…) ognuno ci mettevamo la nostra (…) a queste persone… chi più ce ne era chi
più ne metteva…”
Dopo l’omicidio Lima, Salvatore Biondino chiese a Brusca di fare
qualche attentato a delle sezioni della Democrazia Cristiana e il collaboratore
si offrì di farlo a Monreale, mettendosi subito alla ricerca di esplosivo poi
reperito nella cava di Buttita. Questi atti dimostrativi, a dire di Brusca, non
furono oggetto delle predette riunioni, ma il fatto che furono organizzati dopo
l’omicidio di Lima lo portò a ritenerli collegati con quella strategia.
Si passò poi alla fase della preparazione vera e propria della strage
di Capaci, discussa e pianificata sempre in casa di Guddo. Brusca ha riferito
che, durante questi incontri, commentò con Riina che quell’attentato avrebbe
impedito al sen. Andreotti di diventare Presidente della Repubblica e si
trovarono d’accordo sul fatto che l’effetto indotto dalla morte di Falcone
sarebbe loro servito per dare un’ulteriore “lezione” al predetto uomo politico
e alla sua corrente che negli ultimi tempi aveva troppo disinvoltamente voltato
le spalle a “cosa nostra”.
Realizzata la strage di Capaci, si misero sulle tracce di Mannino, per
conoscerne le abitudini e attentare alla sua vita; Brusca si impegnò direttamente
in quest’attività ma ad un certo punto Biondino gli disse di sospendere tutto.
Nel frattempo il collaborante continuò ad occuparsi di Ignazio Salvo, “ma
siccome non ho premura di farlo, me lo faccio quando mi viene più comodo”.
***
6.2 - Brusca
ha riferito che in seguito alla strage di Capaci, in più occasioni, parlando a
quattr’occhi con Totò Riina sempre nella villa di Guddo, gli chiese se “si
era fatto vivo qualcuno”, alludendo ai possibili contatti che personaggi
delle istituzioni avrebbero potuto intraprendere per raccogliere le istanze di
“cosa nostra”. “E fu lui…” ha affermato Brusca “con sorpresa mi fa:
‘Dice mi vogliono portare a Bossi… mi vogliono portare a Bossi tanti avvocati”;
E mi dice: ‘ma questo è un pazzo, cioè poco affidabile cioè non ci ho… non
ci ho… fiducia’”.
In un successivo incontro, sempre nel 1992, Riina gli disse: “Si
sono fatti sotto, gli ho fatto un papello così”. Si trattava, secondo
Brusca, di “tutta una serie di benefici che si discuteva nel tempo!”.
Non è chiaro nel verbale del 2/10/1998 in esame, a quale mese del 1992
tale incontro deve riferirsi, poiché Brusca si dice incerto sul punto e
fornisce indicazioni compatibili sia con un periodo di poco antecedente alla
strage di Via D’Amelio sia con un periodo immediatamente successivo.
In altri verbali, il collaborante sembra optare per la prima delle due
collocazioni temporali (sul punto si richiamano per tutte le dichiarazioni rese
al processo di appello per la strage di Capaci, ud. 2/7/1999: “Guardi io non
era sicuro se era avvenuto prima la strage Borsellino o dopo; sono riuscito a
potere mettere dei paletti con certezza a causa delle accuse che mi faceva il
Di Matteo Mario Santo, e quindi io, siccome poi in quel periodo mi sono
trasferito nel trapanese per commettere anche reati lì, ho potuto stabilire che
era prima della strage di Capaci. Quindi… dopo la strage di Capaci e prima di
quella del dott. Borsellino. Sarà stato una settimana prima, saranno stati
dieci giorni, quindici giorni, però, nell’arco di questo tempo, prima
sicuramente della strage del dottor Borsellino”).
Facendo un passo indietro nel suo racconto, Brusca ha precisato di
essersi interessato ad intrattenere contatti con tale Bellini tramite Gioè,
prima di sapere da Riina che qualcuno “si era fatto sotto”. Il Bellini
fece loro sapere che in relazione al
ritrovamento e alla consegna di opere d’arte si sarebbero potute
intavolare utili trattative.
Di queste trattative già si parlava prima ancora della strage di Capaci
ed erano finalizzate ad ottenere trattamenti più favorevoli per i detenuti di
“cosa nostra”, specie per quelli più anziani, come il padre del collaboratore,
per questo motivo interessato in prima persona.
Riina consegnò a Brusca delle fotografie di opere trafugate e la
trattativa riguardò benefici per cinque persone, tra i quali lo stesso Riina
incluse Pippo Calò del mandamento di Porta Nuova.
Si tratta evidentemente della stessa trattativa avente ad oggetto opere
d’arte di cui ha parlato Cancemi, che apparteneva appunto al mandamento di
Porta Nuova.
Ad un certo punto Riina aveva detto a Brusca di interrompere la
trattativa, perché l’avrebbe gestita direttamente. In un incontro successivo
gli disse che i suoi interlocutori si erano tirati indietro.
Il collaboratore ha comunque precisato che quella di Bellini era solo
una delle linee di trattativa intavolate da Riina, gestita separatamente ed
indipendentemente dalle altre (“sono due cose completamente diverse e
separate, almeno per quello che riguarda noi! Anche se poi ho saputo che dietro
le quinte, chi gestiva alla fine era sempre uno, da parte dello Stato…ma io non
lo so, io so Bellini… che per noi era tutta un’altra strada”; verb. P.M.
2/10/1998, p. 67).
Su domanda del P.M., Brusca ha precisato che questi riferimenti erano
assai generici e non venivano da lui approfonditi.
Giova sin d’ora evidenziare che la vicenda della trattativa con Bellini
(che per “cosa nostra” aveva interessato in particolare Gioè) ha trovato
conferma nelle istruttorie dibattimentali del processo per la strage di Via
D’Amelio, nonché di quello per le stragi del 1993 (cfr. sent. C.Assise di
Firenze, pagg. 1482 ss., ove si riportano anche le dichiarazioni del
collaboratore Gioacchino La Barbera).
Brusca ha anche parlato degli accordi intervenuti con i catanesi (in
particolare tra costoro Eugenio Gallea e Santo Mazzei) per sostenere la
strategia di attacco di Salvatore Riina; di un progetto di sequestrare Giuseppe
Cambria, che finanziava i Salvo; del proposito già da tempo coltivato di
colpire il dott. Pietro Grasso, attentato questo studiato, preparato e poi
abbandonato per difficoltà di carattere esecutivo; dell’incarico ai catanesi di
studiare un attentato all’on. Andò e del progetto, già in fase esecutiva a cura
di uomini di “cosa nostra” operanti in Roma, di uccidere l’on. Martelli,
essendo ambedue gli esponenti del P.S.I. considerati traditori in quanto su di
loro aveva confidato ‘cosa nostra’ per avere dei benefici, rimanendo poi delusa
(dice significativamente Brusca in proposito: “c’era l’onorevole Andò che
nei suoi comizi… gridava per garantismo, cioè per una serie di fatti generali,
ma ne usufruiva ‘cosa nostra’! E noi gli davamo questa interpretazione”;
verb. P.M. Caltanissetta 2/10/1998, p. 33; la responsabilità di Martelli era
quella di essersi alleato con Falcone “per rifarsi una verginità”).
A dire di Brusca, “il fine comune era di portare lo Stato a trattare
con ‘cosa nostra’”; “e nello stesso tempo loro per i fatti suoi io non
so per quale motivo, si volevano togliere qualche spina o qualche cosa dalla
scarpa”.
Successivamente Brusca avrebbe chiesto conferme a Provenzano, durante
un incontro al quale era pure presente Bagarella, circa la reale sussistenza di
queste trattative di Riina con personaggi istituzionali, ma non ricevette
conferma. Fatto questo che comunque Brusca considerò poco indicativo, perché
conosceva il carattere estremamente riservato del suo interlocutore (cfr. verb.
8/9/1998).
***
6.3 - Il
P.M. di Caltanissetta ha di nuovo sentito su queste vicende il Brusca in data
9/11/2000, successivamente alla sua deposizione nel dibattimento per la strage
di via D’Amelio, c.d. “ter”.
Gli chiese esplicitamente il Procuratore di Caltanissetta se avesse mai
avuto modo di sentire o vedere “persone o fatti che lo inducessero a pensare
che nelle stragi del 1992 vi fossero implicate a livello di ideazione, persone
diverse da quelle che sono appartenenti a cosa nostra”.
Brusca ha affermato di non avere conoscenze specifiche su questi fatti
ma di essere in condizione di fare “un ragionamento su fatti che io conosco”.
Ha in proposito illustrato una serie di episodi dai quali ha ricavato che Riina
aveva come suo consigliere politico Antonino Cinà, aggiungendo lo stesso Brusca
che prima del suo arresto non ebbe mai a conoscere chi fossero gli altri
interlocutori politici all’esterno di cosa nostra. Sempre prima del suo arresto
Brusca chiese a Cinà come fosse “combinata” “cosa nostra” in quel
momento, se cioè vi fossero prospettive di successo per le sue attività e la sua
sopravvivenza e Cinà gli rispose: “siamo a mare, cioè… mi abbracciava, mi
allargava le mani come a dire siamo a mare”.
Ha ricollegato a tali fatti la vicenda, appresa dalla stampa,
dell’avvio di una trattativa tra i ROS dei CC e Ciancimino, interrottasi prima
che venisse ulteriormente perseguita la c.d. “strategia stragista” nel Nord
Italia, così come anche il dato di sua esperienza che Riina aveva organizzato
con “cosa nostra” una serie di omicidi di persone che facevano parte
dell’assetto politico-istituzionale per vendicare torti subiti e preparare il
terreno a nuovi interlocutori.
Ne ha concluso - sempre nell’ambito del suo “ragionamento” - che anche
le stragi del 1992 dovevano essere state organizzate ed eseguite nella
prospettiva di creare le condizioni per una trattativa, ma non ha saputo
indicare niente di più preciso.
***
6.4 - Quanto
poi ai rapporti che “cosa nostra” avrebbe intrattenuto con Dell’Utri e con
Berlusconi, Brusca non si è detto in grado di fornire indicazioni specifiche di
sua diretta esperienza.
Va ricordato che egli non ha saputo dare precise notizie sugli
interessi dei Graviano nel Nord Italia (quelli che avrebbero potuto creare
contatti anche con gli odierni indagati) (verb.8/9/1998), e ha affermato di
essersi rivolto a Vittorio Mangano tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994 per
sapere se fossero vere le notizie che pubblicarono alcune riviste sui suoi
rapporti con Berlusconi, ricevendone conferma. Mangano gli disse di essere
amico di Berlusconi, per il quale aveva lavorato come stalliere (sul punto cfr.
pure l’interrogatorio dell’11/9/1996 e quello del 9/3/2000).
Brusca ha fatto riferimento ad un articolo letto sulla rivista
“L’Espresso”, che effettivamente (cfr. copia in atti) aveva pubblicato nel
numero datato 8/4/1994 un dossier riguardante questi rapporti dal titolo “Ad
Arcore c’era uno stalliere…” e l’intervista (di cui si è detto al par. 2) nella
quale Paolo Borsellino, facendo riferimento ad un’intercettazione di una
conversazione tra Mangano e Dell’Utri, affermava: “so che ci sono indagini che
lo riguardano (Dell’Utri n.d.r.) e che riguardano insieme Mangano”.
Va comunque evidenziata la circostanza che nel corpo dell’articolo si
fa riferimento alle notizie date in precedenti numeri del settimanale in ordine
alle dichiarazioni di Cancemi secondo le quali Mangano avrebbe curato la
riscossione del “pizzo” dalla Fininvest “per non avere guai alle antenne in
Sicilia”. Sicchè l’epoca dell’episodio riferito potrebbe essere retrodatata, ma
certamente di non molte settimane.
Su queste circostanze occorre ripercorre in maniera puntuale tutta la
ricostruzione fornita dal collaborante.
I rapporti tra Brusca e Mangano erano particolarmente qualificati; si
erano conosciuti in carcere tra il 1986 e il 1987 e poi Brusca e un suo parente
avevano fatto in modo di fargli assegnare la reggenza della “famiglia” di Porta
Nuova, dopo che Cancemi si era consegnato ai Carabinieri.
Brusca gli chiese allora se poteva attivarsi per ripristinare questi contatti
e Mangano si rese disponibile. Fece diversi viaggi a Milano per portare a
termine il compito affidatogli da Brusca e che consisteva nell’avanzare a
Berlusconi le richieste che stavano a cuore all’associazione “cosa nostra”,
come ad esempio l’abrogazione del regime detentivo speciale per i mafiosi e
l’ammissione di costoro ai benefici della legge Gozzini.
Mangano si servì di un altro intermediario, che diceva a Brusca
chiamarsi Roberto e che faceva “l’imprenditore all’interno della
Fininvest…aveva l’appalto delle pulizie all’interno della Fininvest”;
nessun altra informazione su questa persona ha saputo fornire il collaborante,
tuttavia ha escluso che Mangano gli abbia detto di avere contattato Dell’Utri.
“Io glieli ho mandati a dire un po’ tutti assieme,
però nel tempo, se non con la minaccia, se non avrei continuato le stragi… se
loro non avrebbero fatto niente. Dice ‘no, no, no’ e mi manda a dire, tramite
Vittorio Mangano, cioè di stare calmo piano piano che ora si va vedendo. Ma poi
subito tutto finì lì perché Vittorio Mangano poi viene arrestato, io non avevo
più contatti, il governo Berlusconi subito dopo è caduto, quindi i contatti
miei sono finiti qua”.
Brusca ha affermato di aver informato di questa sua iniziativa solo
Leoluca Bagarella e non è stato preciso su quando egli aveva avviato tali
contatti, fornendo tuttavia indicazioni compatibili con un’epoca precedente
alle consultazioni elettorali del 1994; ha tra l’altro parlato di un incontro
politico-elettorale che si doveva fare con Berlusconi in un ristorante di
Palermo e che avrebbe dovuto organizzare Mangano anche per consentire in
quell’occasione agli uomini dell’organizzazione un contatto diretto con lui
(incontro questo che poi non ebbe mai luogo).
Brusca ha aggiunto di non essersi tuttavia attivato come altri
componenti del suo sodalizio criminoso per sostenere il movimento “Forza
Italia” e che nessuno - neanche Mangano - glielo chiese.
Peraltro Bagarella si occupava del movimento “Sicilia Libera”, con il
quale sperava di influenzare le scelte politiche in favore di “cosa nostra”; in
questa attività contava sul contributo dei fratelli Graviano, che invece ad un
certo punto si defilarono. Brusca lo capì quando l’imprenditore Ienna, vicino
ai Graviano, mise a disposizione il suo hotel, il “San Paolo Palace”, per
l’inaugurazione di un club “Forza Italia” e di questo fatto Bagarella non fu
informato.
***
6.5 - All’idea
di interessare Mangano per riagganciare i rapporti con Berlusconi, Brusca
sarebbe giunto, quindi, a suo dire, dopo le stragi del Nord Italia; egli aveva
chiesto a Bagarella se avesse ancora dei contatti: “quando Bagarella mi
allarga le mani che non aveva più nessuno, cioè per la strage al nord io
convinto che lui avesse qualcheduno e mi diceva che non aveva nessuno e che
Giuseppe Graviano l’aveva lasciato in mezzo a una strada, o perlomeno si erano
tirati indietro, sempre a dire del Bagarella, al che io gli dico: ‘proviamo
questa strada’… perché avevo letto su ‘Repubblica’… ’L’Espresso’ questa
intervista o queste dichiarazioni (…).
Credo che erano già i primi attacchi politici nei
confronti di Silvio Berlusconi, cominciano a uscire indiscrezioni, per dire
Silvio Berlusconi aveva amici mafiosi, cioè questo era il senso per me di
quelle, di quelle notizie… Quindi io leggendo questo gli chiedo a Vittorio
Mangano se era vero o non era vero (…) e quello mi conferma tutto paro paro:
‘sì, vero è’. Allora dico ‘sei in
condizioni di ripristinare, cioè di riprendere un’altra volta i contatti con
Berlusconi?’ Dice ‘sì’, dice: ‘fammi vedere’. Va a Milano, torna e mi porta la
risposta che è a disposizione, cioè c’è il contatto di potere riprendere con
Silvio Berlusconi, però non gli domando tramite chi.”.
Brusca prima gli mandò a dire che le stragi del 1993 e del 1994 erano “colpa
del governo precedente, perché i Carabinieri, le forze di polizia sapevano…”
e che perciò lo stesso Berlusconi avrebbe potuto sfruttare queste circostanze
per “attaccare il governo precedente, che era un governo di sinistra, anche
se era un governo tecnico, ma era un governo di sinistra, e che se lui non
sarebbe venuto incontro a noi con certe esigenze avremmo continuato con lui nel
fare le stragi, ma era un bluff perché non c’era nessuna volontà di andare
avanti”.
Così Mangano gli raccontava delle modalità con le quali avevano luogo i
contatti: “mi diceva che lo contattava tramite questo amico e ci parlava
questo amico suo per telefono, perché poi loro si vedevano per i fatti suoi, e
poi lui aveva le conferme tramite questo suo amico. Ogni tanto quando non erano
vicino, quello gli telefonava: ‘lo sai qua c’è un amico mio…’ gli diceva ‘…c’è
quell’amico mio quello delle arance…’ dice che a Silvio Berlusconi piacevano le
arance, li portava dalla Sicilia, era un fatto che gli era rimasto impresso,
quindi con questo tipo di messaggi l’amico suo gli faceva capire che c’era
Vittorio Mangano, che già aveva ricevuto notizie di quello che Vittorio Mangano
gli aveva detto…”.
***
6.6 -
Brusca, smentendo le dichiarazioni di Siino, ha sottolineato che, per quanto a
sua conoscenza, non vi era alcun collegamento tra gli attentati alla “Standa”
di Catania e queste trattative e ha sostenuto che avevano solo finalità
estorsive (verb.8/9/1998).
Nell’occasione del citato interrogatorio dell’8/9/1998 dinanzi ai P.M.
di Caltanissetta, su esplicita domanda, Brusca escluse di essere a conoscenza
di contributi in denaro versati dalla FININVEST a “cosa nostra”, pur affermando
che, per contro, non poteva neanche escludere che le notizie fornite in questo
senso da altri collaboratori potessero essere veridiche.
Successivamente, in data 21/9/1999, fu sentito su sua richiesta dai
P.M. di Firenze e rappresentò di aver ricordato che nel corso degli anni 82-83
Ignazio Pullarà, reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù a partire
dall’arresto del fratello Giovan Battista, gli diceva che a Berlusconi e a
Canale 5 “gli faceva uscire i picciuli”, che venivano erogati con un versamento
mensile. Non gli spiegò mai a che titolo si facesse elargire quelle somme, ma
gli disse di essere subentrato in un rapporto già instaurato da Stefano
Bontade. Queste notizie sono state ribadite nel verbale di interrogatorio ai
P.M. nisseni del 26/6/1999.
In tale contesto, su domanda dell’Ufficio inquirente, Brusca ha pure
escluso di aver mai sentito parlare Riina di Berlusconi e Dell’Utri nell’ambito
delle riunioni tenutesi durante il 1992 per mettere a punto la c.d. “strategia
stragista”.
Sul punto il Brusca è stato particolarmente chiaro.
Ha affermato di conoscere le dichiarazioni di Cancemi in ordine alle confidenze che avrebbe
ricevuto da Riina sui contatti con Berlusconi e dell’Utri, ha ammesso di aver
partecipato con lui a due riunioni precedenti alla strage di Capaci, ma ha
comunque escluso che in quelle occasione si fosse parlato dei due odierni
indagati. Non ha invece escluso che in altre occasioni Cancemi abbia potuto
avere informazioni di quel tipo da Riina.
In ogni caso ha negato di aver assistito o partecipato, prima della sua
iniziativa con Mangano, ad attività che potevano coinvolgere Berlusconi o
Dell’Utri, anche perché il suo ruolo era strettamente legato al territorio di
Palermo (“non è stato mai per dire Berlusconi ha mandato questo, Dell’Utri
ha mandato questo, o c’è questo canale, alla mia presenza non c’è mai stato
perché (…) non ha niente a che fare con i problemi della città, quindi
sicuramente i discorsi sono stati fatti però io non ne so nulla…”).
***
6.7 - Occorre
evidenziare che il contributo di Brusca è stato positivamente apprezzato dalla
Corte di Assise di Caltanissetta in ordine alla ricostruzione della fase
deliberativa ed esecutiva delle stragi per cui si procede.
Del pari positivo è stato l’apprezzamento della Corte di Assise di
Firenze.
Bisogna evidenziare che i giudici fiorentini hanno ritenuto ampiamente
riscontrato l’episodio riferito da Brusca e inerente il c.d. “papello”, cioè le
richieste che Riina avrebbe rivolto ad alcuni organi istituzionali e che avevano ad oggetto degli immediati
benefici per gli “uomini d’onore” in carcere e lo smantellamento della
legislazione e delle pronunce giudiziarie che avevano danneggiato “cosa
nostra”. Si legge nelle motivazioni della loro sentenza: “Brusca dice il
vero quando afferma che la richiesta di trattare, formulata da un organismo
istituzionale a lui sconosciuto (oggi si sa che erano gli uomini del ROS),
indusse Riina a pensare (e a comunicare ai suoi accoliti) che ‘quelli si erano
fatti sotto’. Lo indusse cioè a ritenere che le stragi di Capaci e di Via
D’Amelio, da poco avvenute, avevano completamente disarmato gli uomini dello
Stato; li avevano convinti dell’invincibilità di ‘cosa nostra’; li avevano
indotti a rinunciare all’idea del ‘muro contro muro’ ed a fare sostanziali
concessioni all’organizzazione criminale cui apparteneva (…)”
(sent.6/6/1998, p. 1547).
Ad avviso di quella Corte, invece, la stasi della trattativa aveva
indotto l’organizzazione mafiosa a mettere in esecuzione i successivi attentati
del 1993, il cui metodo era stato già messo a punto e la cui esecuzione era
stata sospesa in attesa dell’esito della trattativa stessa.
La Corte di Assise di Caltanissetta nel processo c.d. “Via
D’Amelio-ter” ha invece ritenuto che non potesse con certezza considerarsi
dimostrata l’identità tra le trattative di cui ha parlato Brusca e i contatti
tra i ROS e Vito Ciancimino nell’ambito di una serie di iniziative finalizzate
a coinvolgere quest’ultimo come “agente sotto copertura” nel settore della gestione
illecita degli appalti, in cambio di benefici per la sua posizione processuale.
Orbene, dopo il dibattimento di Firenze, Brusca ha ricollocato con
precisione la riunione in cui Riina gli parlò del “papello” e, come si è visto
nel precedente par. 6.2, ha affermato che essa avvenne in epoca antecedente
alla strage di Via D’Amelio (la sentenza della Corte di Assise di Firenze
riporta ancora che Brusca “circa l’epoca in cui apprese di questa trattativa
non si è rivelato sicuro”; p. 1540).
Il Magg. De Donno ha riferito di aver avviato contatti con Ciancimino
prima della strage di Via D’Amelio, ma gli incontri del Gen. Mori con l’ex
sindaco di Palermo, legato a “cosa nostra”, avvennero tra il 5 agosto e il 18
ottobre 1992.
La coincidenza temporale e il “ragionamento” del Brusca, a questo
punto, non sono sufficienti per considerare scontato che De Donno e Mori
fossero i personaggi che si erano “fatti sotto”, secondo l’acre
espressione di Riina.
I termini della proposta offerta dagli ufficiali del ROS a Ciancimino -
ricostruibili oggi solo sulla base delle loro stesse testimonianze - ed il
contenuto del “papello” di cui parla Brusca e che riecheggia nelle
dichiarazioni di numerosi altri collaboratori non coincide; tanto più che una
delle condizioni dell’accordo perseguito dai ROS era la cattura di Riina, cioè
di colui il quale avrebbe predisposto il “papello” stesso.
Il fatto che Brusca non sia in grado di fornire indicazioni più precise
non consente di avvalorare né l’ipotesi, tenuta presente da ambedue le Corti,
che Ciancimino non riportasse fedelmente alle due parti i contenuti dei
colloqui intrattenuti con gli uomini di “cosa nostra” e con i ROS, né l’ipotesi
assai più suggestiva, avanzata solo dalla Corte di Firenze, che il “papello”
potesse essere stato affidato da Riina a Cinà (l’uomo di collegamento con gli
ambienti politici), il quale a sua volta lo avrebbe tenuto per sé e non lo
avrebbe fatto conoscere a Ciancimino in attesa di verificare la “serietà” delle
proposte della controparte.
In ogni caso, nessuna delle due Corti ha ritenuto inattendibile sul
punto il Brusca, ritenendo credibile che egli abbia appreso la notizia della
trattativa da Riina e ritenendo comunque riscontrata una complessiva strategia
di “cosa nostra” finalizzata ad imporre le proprie condizioni a nuovi
referenti.
Tuttavia la Corte di Assise di Firenze non ha mancato di rilevare in
più occasioni che la ricostruzione dei fatti offerta da Brusca in quel processo
- specie in ordine a quanto avvenne durante le discussioni sull’organizzazione
degli attentati fuori dall’Isola - tradisce chiaramente il tentativo di
sminuire il proprio ruolo nell’elaborazione della strategia stragista (cfr.
pagg. 1629 ss. della sentenza citata).
Questa valutazione dell’atteggiamento di Brusca sembra in realtà
trovare conferma anche in relazione alle vicende che interessano il presente
procedimento.
E difatti, alla luce delle dichiarazioni di altri collaboratori e del
ruolo che il Brusca ha mantenuto nell’organizzazione specie dopo l’arresto di
Riina, non può sfuggire come egli, pur avendo fatto ampia ammissione del suo
ruolo nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, mostra delle inspiegabili
reticenze circa le sue iniziative in ordine alla creazione di contatti
“politici” e ai suoi rapporti con Mangano.
Sul punto occorre subito esaminare le dichiarazioni di Salvatore
Cucuzza, altro “uomo d’onore” di vertice nel mandamento di Porta Nuova.
7. Le dichiarazioni di Salvatore Cucuzza
7.1 - Salvatore Cucuzza, che ha militato nella famiglia di
Porta Nuova anche dopo che Cancemi si è consegnato ai Carabinieri, ha
confermato il ruolo dello stesso Cancemi come reggente di quel mandamento per
conto di Pippo Calò e ha riferito che tale ruolo fu poi assegnato a Vittorio
Mangano.
Ha aggiunto di essere
stato incaricato da Calò (che era detenuto) di far sapere che egli non si
sentiva adeguatamente rappresentato da Mangano e di essersi incontrato con
Brusca e Bagarella per portare questa ambasciata. Ma Brusca e Bagarella
insistettero perché fosse mantenuto il ruolo di Mangano, assumendosene ogni
responsabilità.
Cucuzza ha spiegato
che questa predilezione per Mangano dipendeva dal fatto che in “cosa nostra”
tutta erano noti i suoi agganci “a livello politico”, ai quali sia
Brusca sia Bagarella tenevano molto e dei quali il Mangano si era vantato anche
con lui (“mi disse, quando sono uscito, che aveva avuto degli agganci anche
mesi prima che io uscissi con Dell’Utri… e quindi aveva avuto assicurazioni che,
insomma, si sarebbe interessato per cosa nostra”). Si giunse allora al
compromesso di una co-reggenza di
Mangano e Cucuzza; quest’ultimo posto al vertice del mandamento a garanzia di
Calò (verb. Ass. Firenze proc. c. Graviano Giuseppe + 3; ud. 18/5/1999,
riconfermando quanto già narrato al P.M. di Firenze nel verb. 7/5/1997).
***
7.2 - Secondo Cucuzza, Vittorio Mangano riuscì a tenere
stretti a sé Brusca e Bagarella proprio in virtù di questi rapporti con
Dell’Utri e non assunse mai alcuna iniziativa senza tenerli informati. Ha
raccontato di avere appreso da Mangano che egli aveva lavorato presso la tenuta
di Arcore di Silvio Berlusconi e che lì aveva addirittura organizzato un
sequestro di persona ai danni del padre dell’imprenditore; questo sequestro poi
non riuscì, in quanto all’ultimo momento si cambiò obiettivo ma senza successo.
Berlusconi ai CC disse di non sospettare di Mangano, ma di lì a poco lo mandò
via; “però”, aggiunge Cucuzza, “ha paura, ecco, e quindi si aggancia
ad altre persone, per cui quando io sono poi in carcere, dei soldi che mandava
prima, all’anno, li percepiva prima dalla parte di Bontate con Teresi (…)
Quando invece poi io parlo in carcere per fargli dare qualche cosa a lui,
perché era stretto, cioè non aveva soldi Mangano, ci dico: ‘Scusa li prendeva
lui questi soldi, adesso li prendete voi, dateci un qualche cosa a lui, a
Mangano Vittorio’ e io lo dico a Giovan Battista Pullarà, che era Pullarà che
lo riceveva” (verb. P.M. Firenze 7/5/1997).
Questi finanziamenti
di Berlusconi prima a Bontate, poi a Teresi, infine a Pullarà, Cucuzza li ha
contestualizzati a cavallo tra la fine degli anni “80 e i primi anni “90.
Quando il 30/1/1994,
Cucuzza venne scarcerato, tornò a parlare con Mangano dei suoi rapporti con
Dell’Utri; Mangano gli disse di essere ancora in stretto contatto con lui e che
grazie a lui “poteva influenzare qualche cosa”, “di interesse
naturalmente di cosa nostra” (verb. P.M.
Firenze 7/5/1997).
Brusca e Bagarella,
per fargli comprendere la necessità di mantenere il ruolo di Mangano,
spiegarono a Cucuzza che, attraverso Dell’Utri, Mangano aveva fatto conoscere
in anticipo delle possibilità di ottenere una disciplina favorevole a “cosa
nostra” in relazione al noto decreto Biondi, poi ritirato in seguito a delle
polemiche politiche. Mangano inoltre faceva sapere loro quali erano le
indicazioni che provenivano da Dell’Utri e quali le iniziative che egli avrebbe
avviato in loro favore.
Per Mangano veniva
tenuto in affitto un ufficio a Como, all’interno del quale egli diceva anche di
incontrare Dell’Utri che lo raggiungeva in elicottero.
Secondo quanto
riferitogli da Mangano, Dell’Utri mandava a dire: “Non fate rumore, perché
altrimenti ci mettete in una condizione di non potere fare niente”; “Si,
faremo, faremo, però stiamo attenti, non facciamo succedere cose”. E aveva
preannunciato che all’inizio del 1994 sarebbero state adottate normative con
aspetti più vantaggiosi per ‘cosa nostra’ (verb. cit. 7/5/1997).
Quanto alla strategia
stragista, Cucuzza ha indicato come propria fonte di informazione il Brusca che
gli avrebbe parlato dello scopo di ‘cosa nostra’ di portare lo Stato ad una
trattativa e dell’impegno di Riina in questo senso, profuso avvalendosi di persone
che “aveva nelle mani”.
Brusca gli parlò anche
di quadri da consegnare ad una persona che li avrebbe utilizzati per
accreditarsi come loro intermediario nei confronti dello Stato, trattativa
questa che poi fallì; a Cucuzza vennero mostrate le foto di questi quadri, dopo
il fallimento della trattativa, per verificare la possibilità di venderli e
ricavarne degli utili. (verb. cit. 7/5/1997).
***
7.3 - La
versione di Cucuzza pertanto disegna per Brusca un ruolo ben più importante
nella gestione della fase stragista di “cosa nostra”; il collaborante inoltre
colloca nel luglio 1993 (epoca dell’arresto di Cancemi) l’interesse di Brusca e
Bagarella alla figura di Mangano, quale intermediario con Dell’Utri, smentendo che
la ricerca di questi contatti fosse una soluzione di ripiego perseguita solo
nel 1994 quando non vi erano più altre strade.
Brusca, sentito nuovamente nel giudizio di appello per la strage di
Capaci (ud. 1/7/1999), ha cercato di coordinare quanto da lui in passato
sostenuto e quanto riferito da Cucuzza; ha in particolare affermato che Mangano
fu indicato da lui e da Bagarella come reggente di Porta Nuova dapprima “per
un problema di fiducia” e che poi “strada facendo”, dopo la lettura
del già citato articolo di stampa, decisero di servirsene per contattare
Dell’Utri.
Tuttavia non ha esplicitato quale fosse la specifica ragione di fiducia
nei confronti.
In ogni caso il profondo legame che intercorreva tra loro rende poco
credibile che lo stesso Brusca sia venuto a sapere occasionalmente da un
articolo di stampa dei rapporti di Mangano con Dell’Utri, già notori in “cosa
nostra” e dei quali lo stesso Mangano nell’ambiente criminale non perdeva
occasione di menare vanto.
Sul punto la ricostruzione di Cucuzza trova altre conferme nelle
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che si esamineranno a breve.
8. Le dichiarazioni di Vincenzo La Piana
Vincenzo La Piana,
collaboratore di giustizia dell’area palermitana che ha confessato vari reati
connessi al controllo mafioso delle attività economiche e che ha mantenuto
qualificati rapporti con il capomafia Gerlando Alberti, ha riferito di
conoscere da molto tempo Vittorio Mangano e di essersi spesso rivolto a lui,
contattandolo attraverso il genero, tale “Enrico”, che era stato suo compagno
di detenzione, per ottenere l’“autorizzazione” a svolgere dei lavori nel suo territorio; ha confermato in questo
contesto che il “responsabile” di Porta Nuova era proprio Mangano, che
quest’ultimo aveva particolari rapporti preferenziali con Brusca e che dopo il
suo arresto il mandamento passò sotto la reggenza di Salvatore Cucuzza (verbb.
P.M. Milano in data 5/11/1997, in data 6/11/1997 e in data 14/11/1997, nonché
verb. P.M. Milano, P.M. Torino e P.M. Palermo in data 3/12/1997).
Ha pure riferito che,
dopo l’arresto di Mangano, egli effettuò dei viaggi con l’”Enrico” al fine di
attivare personaggi influenti i quali avrebbero dovuto propiziare quantomeno un
trasferimento dello stesso in un carcere diverso da quello di Pianosa, dove il
suo stato di detenzione si era fatto troppo gravoso; ha raccontato in
particolare di un viaggio in auto verso Milano, durante il quale “Enrico” gli
disse che sarebbero andati a parlare con “Dell’Utri”; non gli disse il nome di
battesimo di quello che sarebbe stato il loro interlocutore.
Ha poi narrato
l’incontro che ne seguì, avvenuto insieme ad altre persone in un ristorante nei
pressi di Piazzale Corvetto a Milano, conclusosi con la promessa del Dell’Utri
che avrebbe visto il da farsi, aggiungendo: “datemi qualche giorno di tempo,
ci teniamo in contatto”. In epoca successiva “Enrico” aveva contattato il
Dell’Utri con il suo telefono cellulare, del quale La Piana non ha saputo
indicare il numero.
La Piana ebbe poi a
chiedere ad “Enrico” degli effetti del promesso interessamento da parte di
Dell’Utri, ma gli fu risposto che i problemi si stavano aggravando perché la
vicenda di Mangano aveva avuto progressiva notorietà ed era sempre più
difficile intervenire.
9. Le dichiarazioni di Tullio Cannella
9.1 - Con gradualità anche il collaboratore di giustizia
Tullio Cannella ha parlato di una strategia di cosa nostra attuata tra il 1992
e il 1993 per realizzare un nuovo assetto politico-istituzionale in Italia.
Come peraltro
documentalmente accertato, Cannella fondò nell’ottobre 1993 il movimento
“Sicilia Libera” a Palermo. Egli ha riferito (verb. P.M. Palermo 1/8/1995) che
Bagarella si interessò subito a questo movimento e gli disse di rimanere a
disposizione; promise appoggio per un loro candidato alle elezioni comunali,
attraverso uomini vicini alla “famiglia” di Brancaccio, ma senza alcun utile
esito; inoltre lo stesso Bagarella lo mise in contatto con persone di Trapani e
di Catania per la preparazione delle liste per le elezioni politiche nazionali.
Cannella ha aggiunto
che successivamente Antonino Calvaruso (amministratore del villaggio
“Euromare”, formalmente intestato allo stesso Cannella che era in realtà mero
prestanome dei Graviano) gli fece sapere che Brusca e Bagarella avevano deciso
di appoggiare “Forza Italia”.
Calvaruso, anch’egli
collaboratore di giustizia, sentito dal P.M. di Palermo in data 25/1/1996, ha
sostanzialmente confermato tali circostanze; si è detto a conoscenza degli
interessi di Bagarella per “Sicilia Libera”, spiegando che, dopo l’arresto di
Riina, lo stesso Bagarella gli aveva detto di non avere “agganci politici” se
non quelli che gli curavano i Graviano di Brancaccio e sui quali non gli riferì
niente di preciso.
In proposito occorre
segnalare che Giuseppe e Filippo Graviano erano all’epoca latitanti nel
milanese, furono catturati il 28/1/1994 all’interno di una trattoria del
capoluogo lombardo e nell’occasione furono arrestati alcuni soggetti che ne
favorivano la latitanza; tra questi il palermitano Giuseppe D’Agostino, del
quale si accertava che si trovava a Milano perché nutriva aspettative in ordine
all’ingaggio del figlio nelle squadre giovanili del Milan.
Calvaruso, dopo aver
visto Bagarella adoperarsi nel 1993 per “Sicilia Libera”, si accorse che nel
1994 se ne disinteressò del tutto; egli dedusse che si era orientato a
sostenere “Forza Italia”.
***
9.2 - Successivamente nell’interrogatorio del 28/5/1997, ma,
in maniera ancora più approfondita, in quello del 17/7/1997 dinanzi ai P.M. di
Palermo, Firenze e Caltanissetta, Cannella ha reso dichiarazioni più ampie in
ordine alla strategia di ‘cosa nostra’ nella ricerca di nuovi interlocutori
politici, sostenendo che già nel periodo in cui nasceva “Sicilia Libera”
venivano battute altre strade.
“Bagarella - ha riferito Cannella - era già perfettamente a
conoscenza che era in cantiere la discesa in campo di Silvio Berlusconi a capo
di un nuovo movimento politico che ci avrebbe assicurato, in virtù di impegni
preesistenti, di risolvere le questioni che più stavano a cuore a cosa nostra e
cioè: pentiti, carcere duro e reato di associazione mafiosa. Chiarisco che
queste erano, per così dire, le priorità che l’accordo con Berlusconi ci
avrebbe consentito a breve termine di affrontare e risolvere. Questa strategia
non escludeva, anzi camminava di pari passo con quella separatista di cui ho
già parlato, che era caldeggiata principalmente da Bagarella e da Nitto
Santapaola a Catania tramite Alfio Fichera, ma per la quale si prevedeva una
realizzazione solo in un futuro non immediato.”
Cannella ha insistito
sugli impegni preesistenti di Berlusconi con uomini di cosa nostra,
sottolineando che l’accordo era stato coltivato dai fratelli Graviano per conto
di tutta quanta l’organizzazione negli anni 1991-1992.
Di questo venne a
conoscenza grazie alle confidenze di Bagarella. Fu sempre Bagarella a dirgli
che “a Roma si era costituito un ottimo rapporto con il costruttore Franco
Caltagirone, a sua volta in rapporto con Giulio Andreotti. Dico meglio, i
Graviano avevano ripreso un vecchio rapporto che il Caltagirone aveva avuto con
cosa nostra sin dai tempi di Stefano Bontade. A Milano i rapporti, sempre per
quanto dettomi da Bagarella e confermatomi da Cesare Lupo (…), erano stati
costituiti da Marcello Dell’Utri con cui i Graviano si incontravano
personalmente (…).
La nascita ed il
consolidarsi delle relazioni di cui ho appena detto concretizzò definitivamente
un rapporto di amicizia e di collaborazione su tutti i fronti con Dell’Utri e
conseguentemente con Berlusconi. Questa non è solo una mia deduzione ma fu
oggetto di numerose conversazioni con Leoluca Bagarella, oltre che con altri
uomini di cosa nostra”.
Cannella ha poi
parlato di una serie di attività svolte da uomini di cosa nostra al fine di
sostenere Berlusconi nella competizione elettorale del 1994 e ha detto che
Calvaruso gli riferì che Giovanni Brusca si stava impegnando in questo senso.
In proposito Brusca ha
negato un proprio diretto impegno in campagna elettorale finalizzato a
coinvolgere e ad impegnare la cosca e Calvaruso, nel verbale sopra citato, ha
affermato che la sua fu più una deduzione che non il risultato di una diretta
esperienza.
Tuttavia la
circostanza - riferita pure da Angelo Siino - ha trovato conferma nelle
dichiarazioni di un collaborante molto vicino allo stesso Brusca, Giuseppe
Monticciolo, che nell’interrogatorio del 6/6/1996 al P.M. di Palermo parlò del
diretto impegno del boss di San Giuseppe Jato, il quale apprezzava alcuni
esponenti di “Forza Italia”, impegnati anche in una battaglia contro il c.d.
“41bis”. Monicciolo ha ricordato che Brusca sollecitava i suoi ad appoggiare
questa nuova formazione politica, cercando voti “a panza ‘n terra”.
A seguito delle
propalazioni di Monticciolo e di altri collaboranti, Brusca ha ammesso di
essersi in qualche modo impegnato in questo senso: “ci sono molti
collaboranti che dicono che io ho fatto votare Forza Italia, ed è vero, ma ho
fatto votare Forza Italia solo ed esclusivamente per andare contro la sinistra,
per un fatto ideologico mio…” (Verb. P.M. Caltanissetta 8/9/1998). Ha
tuttavia negato di aver coinvolto l’intero suo mandamento e i suoi alleati come
invece nello stesso periodo fece Mangano.
Le più incisive e
convergenti affermazioni degli altri collaboratori si uniscono al fatto che non
sembra pensabile che Mangano e Brusca così vicini nell’organizzazione avessero
due linee di condotta diverse; e ciò fa ritenere che anche in questa occasione
Brusca sia proteso a ridimensionare le sue iniziative in relazione alla
coltivazione di rapporti politici.
***
9.3 - Cannella ha ricordato ancora un altro episodio
significativo: “quando Berlusconi tenne l’ultimo comizio della sua campagna
elettorale a Palermo presso la Fiera del Mediterraneo, io ero presente su
incarico di Bagarella. Riferii, poi, allo stesso Bagarella di una frase di
Berlusconi in cui si manifestava un vago proposito di utilizzare i voti ‘contro
la delinquenza’. Bagarella mi disse che era una frase ‘obbligata’ per
l’opinione pubblica e per i giornalisti, dato che era stato contestato al
Berlusconi che non parlava mai di mafia; ma in quella stessa occasione mi
assicurò, ancora una volta, che lo stesso aveva preso ‘impegni seri’ con noi
intendendo con tutta cosa nostra”.
Le vicende così
sintetizzate da Cannella sono state approfondite in seguito alle specifiche
domande rivoltegli dal P.M. nell’interrogatorio del 7/11/1997. Ha affermato
Cannella a proposito delle informazioni da lui apprese circa gli accordi tra
cosa nostra e Berlusconi, e poi circa i contatti curati dai Graviano:
“nel gennaio 1994,
mentre ci trovavamo presso il mio studio ubicato a Palermo, via Nicolò Gallo n.
14, ove Leoluca Bagarella con frequenza quasi quotidiana soleva raggiungermi,
avevo un colloquio con quest’ultimo (…). Nell’occasione chiedevo al mio interlocutore
come mai ‘cosa nostra’ si era determinata a commettere le stragi in Sicilia nel
92 e quelle successive nel continente nel 1993 e quali garanzie avevano avuto
loro dal mondo politico e istituzionale per evitare le prevedibili conseguenze
negative ricollegabili a tali fatti eclatanti (…).
A fronte di tale
mio articolato ragionamento, il Bagarella replicò, per tranquillizzarmi,
dicendomi di non preoccuparmi perché avevano avuto ‘delle garanzie’ e che si
trattava solo di vedere se gli impegni presi sarebbero stati mantenuti subito
dopo le elezioni. Non mi precisò, in questa sede, da chi erano state date le
garanzie, ma mi assicurò che, comunque, ‘l’operazione era stata studiata bene’
e che vi era la possibilità di accollare le stragi a organismi terroristici del
tipo ‘Falange Armata’. Evidenzio che in quell’occasione non vi era nessuna
altra persona presente”.
Cannella null’altro di
più specifico avrebbe saputo sugli accordi di cui gli parlò Bagarella.
Quest’ultimo gli disse
pure genericamente che i Graviano avevano dei legami con Caltragirone e con
Dell’Utri, ma che li avevano gestiti “sconfinando”, senza aggiungere
nient’altro di più preciso.
***
9.4 - Una delle fonti del collaboratore è indicata in Cesare
Lupo; il suo spessore criminale anche all’interno di “cosa nostra” e i rapporti
di quest’ultimo con i Graviano, dei quali ha agevolato la latitanza tra la fine
del 1992 e il 1993, sono stati oggetto di approfonditi accertamenti
investigativi (cfr. la scheda dela DIA di Palermo in data 20/11/1998, nonché i
numerosi provvedimenti giudiziari che lo riguardano, contenuti nel faldone 3/A,
carpetta A).
Appare evidente che le
dichiarazioni di Cannella segnano una progressione che può destare qualche
sospetto alla luce del comportamento da lui tenuto in un altro procedimento, i
cui atti sono stati scrupolosamente acquisiti dal P.M., e che riguarda delle
accuse “de relato” da lui formulate a carico del dott. Croce dopo una
serie di incontri con altri collaboratori e con la finalità di accreditarsi
dinanzi alle Autorità inquirenti (cfr. decreto di archiviazione del GIP di
Caltanissetta del 6/7/1999).
Va tuttavia rilevato
che, sulla vicenda del sostegno di “cosa nostra” a “Sicilia Libera” e
successivamente dell’opzione di sostenere invece il movimento “Forza Italia”,
si sono raggiunti sufficienti elementi di conferma in forza delle dichiarazioni
di numerosi altri collaboratori di giustizia, le cui assoluta convergenza sul
punto è stata tra l’altro già evidenziata dalla Corte di Assise di
Caltanissetta nella sentenza più volte citata relativa alla strage di Via
D’Amelio.
Restano ancora vaghe
le dichiarazioni, peraltro tardive, circa la sussistenza di accordi pregressi
tra Bagarella e i promotori del movimento poi denominatosi “Forza Italia”,
dichiarazioni queste che avrebbero ben maggiore rilievo per sostenere l’ipotesi
accusatoria del presente procedimento.
10. Le dichiarazioni di Gioacchino Pennino
Pennino ha reso
dichiarazioni con le quali ha riferito di notizie apprese all’interno di ‘cosa
nostra’ e da soggetti qualificati in ordine ai rapporti intrattenuti da Mangano
con Berlusconi e dai Graviano con Dell’Utri (verb. 3/3/1998).
Specificamente
interrogato sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio in data 13/3/1998, Pennino
ha escluso di essere a conoscenza di fatti specifici, mentre ha sottolineato di
aver appreso da due fonti che Silvio Berlusconi era il mandante delle stragi
del 1993: la prima fonte si identificava nel dottore Giuseppe Ciaccio, uomo
d’onore di una ‘famiglia’ dell’agrigentino, di professione radiologo; la
seconda era Pinuzzo Marsala, uomo d’onore della ‘famiglia’ di Santa Maria di
Gesù.
Dalle indagini del
gruppo “Falcone e Borsellino” (nota in data 17/6/1998), è emerso che Giuseppe
Ciaccio era effettivamente un radiologo, già residente a Palermo, ma di origine
agrigentina, fin dal 1974 sottoposto ad accertamenti anche in seguito alle
dichiarazioni del collaboratore Leonardo Vitale che lo indicò come affiliato a
“cosa nostra”. Egli era deceduto il 2/8/1995 (su Ciaccio cfr. pure nota DIA in
data 11/11/1998).
Del pari deceduto
l’altro soggetto che avrebbe fornito notizie a Pennino, Giuseppe Marsala. Già
sottoposto a procedimento penale, ma poi prosciolto per favoreggiamento a
beneficio di Bonura Luigi, all’epoca indagato per detenzione e spaccio di
stupefacenti, Marsala risultava avere contatti frequenti con il Sen. Vincenzo
Inzerillo e con il Sen. Cerami,
personaggi indicati da vari collaboratori di giustizia come interlocutori di
esponenti di “cosa nostra”; in data 5/4/1997, Marsala si suicidò lanciandosi
dal balcone della propria abitazione.
In data 15/12/1997,
Marsala era stato sottoposto a custodia cautelare in forza di provvedimento del
GIP di Palermo basato sulle dichiarazioni di Pennino e sui riscontri raccolti
dagli investigatori; i familiari riferirono dopo il suicidio che, in seguito
all’emissione di quel provvedimento, Giuseppe Marsala era caduto in
depressione.
Le dichiarazioni di
Pennino, oggetto dell’odierna valutazione, sono “de relato” e del tutto
generiche; l’impossibilità di escutere le fonti di esse, l’insussistenza di
elementi per giungere a ricavare quali fossero le circostanze per cui Ciaccio e
Marsala potevano essere a conoscenza di tali fatti, la mancanza di elementi
idonei a prefigurare in capo a costoro un ruolo criminale di tale levatura da
accedere a queste informazioni rendono del tutto inutilizzabili le propalazioni
in esame.
11. Le dichiarazioni di Maurizio Avola
11.1 - Maurizio Avola, collaboratore di giustizia già
appartenente alla “famiglia” Santapaola di Catania (i suoi legami con Aldo
Ercolano e Nitto Santapaola erano stati già ampiamente accertati dall’AG di
Catania prima della sua collaborazione), sentito dalla Corte di Assise di
Caltanissetta nel proc. c. Agate Mariano + 26 per la strage di via D’Amelio
(ud. 9/4/1999), ha dichiarato di essere stato in contatto stabile con Marcello
D’Agata e attraverso questi ed altri affiliati del gruppo catanese con “cosa
nostra” palermitana.
Ha detto di aver
contribuito alla preparazione di attentati che si sarebbero dovuti eseguire a
Firenze tra il 1992 e il 1993. Sul punto
le sue dichiarazioni sono state confermate dagli accertamenti del P.M. che
hanno riscontrato una presenza di Avola a Firenze nel maggio 1992 (nota DIA del
23/10/1999) e sono state valorizzate nella sentenza della Corte di Assise di
Firenze, più volte citata.
Ha riferito che nel
mese di settembre del 1992 si tenne una riunione a Catania, zona Zia Lisa, dove
trascorreva la latitanza Nitto Santapaola; vi parteciparono Riina, Eugenio Gallea,
Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Alfio Fichera e lo stesso Avola. Si discusse
della nascita di un partito nuovo: in proposito Gallea che aveva partecipato
poco tempo prima ad un’altra riunione tenutasi nell’ennese “portava come
novità che erano nate delle alleanze, che doveva nascere questo partito nuovo e
… si dovevano creare visi nuovi”.
D’Agata era
diffidente, ma Gallea dava assicurazioni del fatto che la cosa era gestita
personalmente da Riina.
Lo scopo era quello di
frenare le iniziative giudiziarie e legislative che avevano fortemente
intaccato il potere di “cosa nostra” e che erano state scandite dall’esito del
maxiprocesso, dalla disciplina a favore delle collaborazioni con la giustizia e
poi dal regime penitenziario instaurato dal noto art.41bis O.P.
Avola ha affermato di
aver appreso da D’Agata che per sostenere il nuovo partito era necessario
portare avanti un attacco violento allo Stato e questo attacco era stato
delegato a “cosa nostra” già all’inizio del 1992, prima delle stragi di Capaci
e di Via D’Amelio. Nulla seppe su quale fosse tale partito nuovo; nel 1994,
mentre era detenuto, apprese dalla moglie che gli esponenti di “cosa nostra”
avevano ordinato agli affiliati di votare “Forza Italia”.
Ha anche parlato del
fatto che vi fu tra la fine del 1992 e i primi del 1993 una riunione in un
albergo romano (l’”Excelsior”), alla quale parteciparono D’Agata, Gallea e
Pacini Battaglia e nella quale fu deciso che “cosa nostra” avrebbe provveduto
all’eliminazione fisica di Antonio Di Pietro per fare un favore a Bettino
Craxi. Avola ne venne a conoscenza perché fu designato quale componente del
commando.
Il P.M. ha disposto
accertamenti per verificare se le persone indicate da Avola avessero
soggiornato contestualmente all’hotel “Excelsior” di Roma tra il 1992 e il 1993
e l’esito è stato negativo (nota DIA del 23/10/1999). Non si è acquisita
pertanto alcuna conferma della circostanza, ma l’accertamento non vale come
smentita in quanto l’incontro non era necessariamente ricollegato al pernottamento
nell’albergo di tutti gli astanti.
Va tuttavia ricordato
che anche Brusca ha riferito di un progetto dei catanesi di uccidere Di Pietro,
illustratogli da Eugenio Gallea (ud. Corte di Assise di Appello di
Caltanissetta 1/7/1999).
***
11.2 - Dopo la pubblica escussione dibattimentale nel
processo c.d. “Via D’Amelio ter”, Avola chiese di essere sentito dal P.M. di
Messina e, nel corso dell’interrogatorio del 25/5/1999, affermò di voler
rendere dichiarazioni circa la “strategia” che condusse alle stragi di Capaci e
di Via D’Amelio, nonché a quelle successive commesse nel Nord-Italia, e
sostenne che tale “strategia” aveva un punto di riferimento nella città dello
Stretto.
“Tutto deriva dai
contatti fra Alfano e Dell’Utri. -
disse Avola riferendo fatti del tutto nuovi - A Messina alla fine del 1991, ci sono stati
degli incontri cui hanno partecipato Alfano, Sparacio, Dell’Utri ed alcuni
uomini d’onore della famiglia catanese di cosa nostra”.
Di Michelangelo
Alfano, Avola dichiarò che, dopo gli attentati alla “Standa” di Catania (quelli
di cui hanno parlato Brusca e Siino con differenti versioni in ordine al loro
movente), egli fece da mediatore per conto della famiglia catanese con Marcello
Dell’Utri e allacciò con lui un rapporto diretto
Dopo quegli incontri,
ed in particolare dopo una riunione avvenuta alla fine del 1991 a Messina tra
Marcello D’Agata, Eugenio Gallea, Santo Battaglia, Alfano, Sparacio e
Dell’Utri, il collaboratore sarebbe venuto a sapere da D’Agata che “cosa
nostra” voleva consentire ad una forza politica nuova di assumere posizioni di
potere, affinchè la rappresentasse in luogo dei precedenti referenti politici
che l’avevano tradita; il progetto prevedeva l’eliminazione di personaggi
pubblici particolarmente rappresentativi tra politici e magistrati.
Successivamente nel
febbraio-marzo 1992 ebbe luogo la riunione di “Zia Lisa”, di cui Avola aveva
prima parlato alla Corte di Assise nissena, collocandola invece nel settembre
1992, cioè in epoca successiva alle stragi di via D’Amelio e di Capaci.
Il collaboratore
spiegò la sua nuova versione, dicendo che sino ad allora aveva taciuto alcune
circostanze e aveva falsamente datato la riunione di “Zia Lisa” per il timore
di essere coinvolto nella strage di Capaci.
Affermò che dopo l’incontro di Messina tra esponenti di
“cosa nostra” e nuovi referenti della politica vi era stata una riunione ad
Enna, alla quale avevano partecipato Gallea e tutti i rappresentanti
provinciali di “cosa nostra” per discutere del progetto di sostegno alla
nascente forza politica.
Gallea a “Zia Lisa”
portò poi il resoconto del “summit” ennese.
Avola aggiunse che già
dai primi mesi del 1992 Falcone era stato individuato come obiettivo e D’Agata
gli aveva detto che era in corso la fase preparatoria dell’attentato. Avola
sostenne inoltre che in quel periodo curò il trasporto di un certo quantitativo
di esplosivo insieme a D’Agata da Catania a Termini Imerese con la
consapevolezza che sarebbe servito alla strage di Capaci. Disse di essere stato
contattato per far parte del commando ma che poi non vi partecipò.
I rapporti tra Alfano
e Dell’Utri, i contatti tra i due al fine di sostenere una nuova formazione
politica e le riunioni avvenute a Messina, di cui ha parlato Avola, sono stati
confermati dal collaborante Luigi Sparacio, ma in una complessiva ricostruzione
per molti versi generica e non scevra di contraddizioni (cfr. verb. 1/4/1999
P.M. Messina).
***
11.3 - A seguito di queste nuove propalazioni di Avola sui
temi del presente procedimento, il P.M. nisseno lo convocò in data 25/9/1999
per interrogarlo sulle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, ma egli, dopo aver
lamentato varie disfunzioni verificatesi nei rapporti tra i suoi familiari e il
Servizio Centrale di Protezione, si avvalse della facoltà di non rispondere e
dichiarò di non voler più collaborare con la giustizia.
Un rapporto della
Direzione della Casa Circondariale di Pescara in data 21/10/1999 segnalò che
egli si era rifiutato di farsi tradurre per un altro interrogatorio e aveva
manifestato la volontà di interrompere la sua collaborazione sempre in
relazione alle sue insoddisfazioni circa il tipo di trattamento che stavano
subendo i suoi familiari; aveva pure affermato che non voleva più avvalersi dei
benefici del programma di protezione e che alcune delle dichiarazioni da lui
precedentemente rese erano totalmente false.
Presto Avola riprese
la sua collaborazione e spiegò alla Corte di Assise di Catania (verb. ud.
18/11/1999, proc. c. Ercolano Aldo + 4) che il suo precedente atteggiamento era
stato dovuto ad un momento di sconforto, ma che egli aveva poi deciso di fare
uscire i suoi familiari dal programma di protezione e di continuare a
collaborare con lo Stato senza chiedere alcunchè; in quella occasione affermò
che tutto quanto aveva dichiarato in passato rispondeva a verità.
Il 22/7/2000 il P.M.
interrogò nuovamente Avola, il quale stavolta si disse disponibile a
rispondere. Il P.M. gli chiese spiegazioni su quanto aveva riferito al P.M. di
Messina il 25/5/1999 e Avola confermò la versione resa in quell’occasione e
puntualizzò:
“I primi progetti
erano di colpire in alta Italia, non toccare la Sicilia con le stragi (…) Poi i palermitani hanno deciso così, di dare
questo (…) colpo di mano”.
Spiegò così il fatto
che egli era andato a Firenze a svolgere dei sopralluoghi in epoca antecedente
alla strage di Capaci.
La strategia era
motivata dal fatto che “stava nascendo questo… partito e si doveva
appoggiare questa forza politica nuova che poi doveva aiutare un po’ tutta la
situazione di cosa nostra”.
Avola identificò la
nuova formazione politica nel movimento “Forza Italia”.
“P.M.: Ma lei si
riferisce a Forza Italia perché lo deduce da quello che è successo dopo o
perché le venne detto ad un certo punto… (…)
AVOLA: … è mia
moglie che me lo conferma al colloquio, perché il D’Agata mi manda a dire che
se il partito, il partito era nato…io sto parlando già del 1993… il partito era
nato e tutti sti pentiti ce li legavamo alle caviglie e non ti preoccupare che
Maurizio… esce con i suoi piedi! (…) Era fine ’93.”
Il messaggio
tranquillizzante gli era stato fatto arrivare per distoglierlo da un progetto
di evasione che Avola stava mettendo a punto con altri codetenuti e che poteva
risultare inutile alla luce delle ulteriori evoluzioni.
***
11.4 - Orbene le dichiarazioni di Avola, secondo quanto egli
stesso afferma, si basano prevalentemente sulle confidenze di D’Agata, dal
quale avrebbe attinto tutte le notizie in ordine al ruolo di Dell’Utri, ai
contatti con la famiglia catanese, alla strategia “stragista” di cosa nostra e
agli accordi sul punto tra famiglie catanesi e famiglie palermitane.
Trattasi pertanto di
dichiarazioni “de relato”, che, per avere valenza probatoria, occorrono di
elementi di riscontro particolarmente robusti.
Peraltro proprio i
contenuti delle propalazioni di Avola che hanno maggiore rilievo per il
presente procedimento non sono state affatto costanti e sono segnate dalla
strana iniziativa di riferire i fatti che coinvolgono gli odierni indagati ai
P.M. di Messina e non a quelli che lo avevano sino ad allora interrogato,
nonché dalla successiva ritrattazione e quindi dalla finale conferma a seguito
della decisione di riprendere a collaborare.
12. Le dichiarazioni di Francesco Geraci
Francesco Geraci, collaboratore
di giustizia, che pur non dichiaratosi affiliato formalmente a “cosa nostra” ha
ricostruito le sue numerose attività illecite di sostegno all’organizzazione,
aventi come perno il suo rapporto fiduciario con Matteo Messina Denaro, del
quale ha favorito a lungo la latitanza e la contemporanea operatività
criminale, ha fornito un contributo utile per la ricostruzione degli attentati
di Roma e di Firenze del 1993 (sul punto si confronti la sentenza della Corte
di Assise di Firenze).
In quel contesto al
P.M. fiorentino (verb. 18/9/1994), aveva
dichiarato che Messina Denaro, dopo l’omicidio Lima, aveva commentato,
riferendosi a persone a lui ignote: “così vediamo con questa botta, cosa ne
pensa”.
Ha pure affermato che
prima degli attentati di Roma e Firenze lo stesso Messina Denaro gli aveva
chiesto cosa ne pensasse se l’organizzazione avesse ucciso una serie di
politici e giornalisti importanti (fece i nomi di Martelli, Costanzo, Baudo e
Santoro) per spingere lo Stato a trattare; sull’argomento si ritornò nel corso
di una riunione con Mariano Agate e, dopo l’arresto di Riina, Gioacchino La
Barbera disse a Geraci: “facendo questi attentati e ‘ste cose tu non pensi
che ci sarà qualcheduno che va ‘nni Riina e ci va dice mettemunni d’accordo
ccà, finemula…”.
Il dato emergente
dalle dichiarazioni di Geraci, che assume particolare rilevanza per questo
processo, consiste nel fatto che il collaboratore riferisce circostanze idonee
a dimostrare che i progetti “eversivi” gli vennero manifestati già prima delle
strage di Capaci e che lo stesso Geraci soggiornò a Roma partecipando a vari
tentativi di pedinamento sia dell’on. Martelli sia del dott. Falcone (sul punto
cfr. pure verb. P.M. di Firenze in data 23/9/1996); giova pure evidenziare che
tali dichiarazioni sono ampiamente riscontrate, come si ricava dalla sentenza
della Corte di Assise di Firenze
13. Le dichiarazioni di Ezio Cartotto
13.1 - Un
ulteriore profilo dell’indagine del P.M., volto a valutare la fondatezza dell’ipotesi
accusatoria, ha avuto riguardo alla determinazione dell’epoca in cui Berlusconi
e Dell’Utri intrapresero iniziative di carattere politico, che avrebbero potuto
renderli interlocutori di “cosa nostra” alla ricerca di nuovi referenti. A
questi fini è stata concentrata l’attenzione sul giornalista Ezio Cartotto.
Cartotto è un personaggio che ha operato per conto degli odierni
indagati concorrendo alla formazione del movimento politico “Forza Italia”;
tale suo ruolo è emerso già da taluni accertamenti della Guardia di Finanza di
Torino, risalenti al 1996, e sui quali si ritornerà dopo aver esaminato le sue
dichiarazioni che hanno assunto maggiore rilievo nel presente procedimento.
Occorre evidenziare che Cartotto al P.M. di Palermo (verb. 20/6/1997) ha
riferito che tra maggio e giugno del 1992 era stato contattato da Marcello
Dell’Utri, il quale lo mise a parte di un suo progetto politico; egli sosteneva
che, di fronte al venir meno dei referenti politici del gruppo FININVEST, era
necessario adoperarsi per evitare un’affermazione delle sinistre che avrebbero
certamente creato gravi difficoltà per questo gruppo.
Poiché tale sua idea non era condivisa all’interno della FINIVEST,
Dell’Utri lo invitò ad “operare come sotto il servizio militare e cioè preparare
i piani, chiuderli in un cassetto e tirarli fuori in caso di necessità”.
***
13.2 - Cartotto
spiegherà poi al Tribunale di Palermo (verb. 4/5/1998, proc. a carico di
Dell’Utri Marcello e di Cinà Gaetano) e al P.M. di Caltanissetta (verb.
16/7/1999) che aveva conosciuto Dell’Utri già negli anni “70; all’epoca lo
incontrava tra l’altro ai congressi della Democrazia Cristiana.
Sulle attività e le posizioni politiche assunte in quel periodo da
Dell’Utri, il teste ha fornito indicazioni diverse; ha detto all’Ufficio
requirente nisseno che mentre egli faceva parte della c.d. “Base”, facente capo
alla sinistra democristiana, Dell’Utri gli diceva di essere vicino al gruppo di
Ciancimino in Sicilia. Al Tribunale di Palermo Cartotto ha dichiarato invece
che Dell’Utri non svolgeva attività politica militante nel gruppo di
Ciancimino, ma che semplicemente si informava con particolare interesse su
questo personaggio politico e sul suo intendimento di fondare una corrente. La
difformità tra le due versioni è stata da lui giustificata con un difetto di
memoria.
Cartotto ha dichiarato di aver conosciuto anche Berlusconi sin dagli
anni “70 e di avere seguito l’evoluzione dei rapporti tra lui e Dell’Utri. In
una prima fase Dell’Utri aveva lavorato alle dipendenze di Berlusconi con ruoli
di secondo piano, poi era uscito dal gruppo e si era messo a lavorare con
Rapisarda; quindi nel 1978 Dell’Utri aveva cercato di tornare con Berlusconi
riuscendovi di lì a poco e assumendo nel gruppo una posizione di maggiore
rilievo, quale responsabile di PUBLITALIA.
Cartotto ha anche riferito che nel periodo in cui Dell’Utri non
lavorava più con lui, Berlusconi aveva manifestato preoccupazioni per i
pericoli di rapimenti di familiari; Cartotto allora si curò di mettere in
contatto l’imprenditore con il dott. Allegra, allora capo dell’Ufficio politico
della Questura di Milano, che gli suggerì di incaricare della sua protezione un
certo Quartarone, il quale tuttora lavora per Berlusconi (sul punto cfr. pure
il verb. P.M. Caltanissetta 16/7/1999).
Il giornalista sin dal 1981 più volte aveva curato incontri e
predisposto conferenze per il personale delle imprese facenti capo alla
FININVEST su richiesta di Dell’Utri in ordine a problematiche politiche; questa
attività divenne più frenetica dal settembre del 1992.
Fu in quel periodo che Dell’Utri lo invitò a svolgere opera di vera e
propria consulenza politica per lavorare ad un progetto di individuazione di
nuovi referenti per il gruppo di Berlusconi. Cartotto ha dichiarato al P.M. di
Palermo (verb. 20/6/1997 P.M. Palermo) di essere stato assunto da PUBLITALIA e
di aver cominciato a lavorare in un ufficio all’ottavo piano nei pressi di
quello di Dell’Utri insieme ad una serie di collaboratori messigli a
disposizione da quest’ultimo.
Del suo ingresso nel gruppo, secondo Cartotto, Berlusconi ebbe
sicuramente contezza con la sua ufficiale assunzione nel settembre 1992.
***
13.3 - Su
questi primi contatti con Dell’Utri e sul suo ruolo nella realizzazione di un
nuovo progetto politico Cartotto ha fornito indicazioni diverse al P.M. di
Caltanissetta (verb. 16/7/1999 P.M. Caltanissetta), affermando che il progetto
non gli fu proposto da Dell’Utri e che invece fu studiato insieme da loro due :
“il dott. Dell’Utri mi chiese con preoccupazione di
aiutarlo a capire sulla base della mia esperienza i possibili scenari politici
in movimento. Il dott. Dell’Utri aveva vissuto in modo molto sofferto tutte le
vicende che avevano riguardato la regolamentazione della materia
radio-televisiva in Italia, in quanto Publitalia con il suo grande fatturato
viveva come fornitrice di servizi per le televisioni commerciali del gruppo
Fininvest. Solo qualche anno prima cinque ministri della sinistra della D.C.
(tra cui l’on.le Martinazzoli) si erano dimessi per protesta contro la
regolamentazione radiotelevisiva decisa in sostanza dal c.d. CAF
(Craxi-Andreotti-Forlani). In questa mutata situazione politica Dell’Utri
vedeva gravi rischi in negativo per il gruppo Finivest e della Pubblitalia di
questa regolamentazione(…).
Dell’Utri voleva perciò un’analisi fatta da me per
parare con delle iniziative i pericoli di questa situazione (…).
Sollecitato dal P.M. a chiarire i motivi della differente ricostruzione
sul punto, Cartotto ha sostenuto di non ravvisare contraddizioni con quanto
riferito in precedenza, puntualizzando:
“in realtà, il dott. Dell’Utri mi prospettò la
necessità di individuare nuovi referenti per il gruppo FINIVEST in quanto
quelli tradizionali non rappresentavano una capacità adeguata alle esigenze”.
Dopo aver ricevuto l’incarico di disegnare possibili scenari idonei a
raggiungere l’obiettivo fissato da Dell’Utri, Cartotto si mise subito al
lavoro.
“Ricordo -
ha riferito ancora il teste - che gli prospettai la possibilità di trovare
intese con i partiti di sinistra. Questa ipotesi la scartò in quanto tali forze
politiche avevano un rapporto privilegiato con i gruppi imprenditoriali
concorrenti riconducibili a “Repubblica” e a “L’Espresso” che non avrebbe mai
consentito di raggiungere lo scopo. Gli sottoposi l’ulteriore possibilità di
coinvolgere o comunque di dar vita ad un legame con la Lega Nord, partito
emergente in continua crescita. Dell’Utri si manifestò più possibilista innanzi
a questa via, anche se in definitiva ritenne di scartarla perché si trattava di
uomini nuovi che non presentavano adeguata affidabilità. Mostrò, invece,
maggiore interesse per la terza ipotesi che gli suggerii, vale a dire il
cambiamento all’interno dei partiti tradizionali. Pensavo alla scissione della
DC, come si era ventilato da alcuni settori del medesimo partito, con la
creazione di una DC del nord da contrapporsi a quella del sud. Il dott.
Dell’Utri nell’aderire a questa proposta disse che si rendeva necessario creare
un aggregato di quel partito anche al sud. Tuttavia in concreto l’idea non
sembrava percorribile perché il potere non poteva essere ceduto da coloro che
lo detenevano. Conclusivamente mostrò di voler privilegiare la quarta via che
gli avevo prospettato, vale a dire quella della creazione di un gruppo
contenitore. Preciso che tutti questi discorsi che ho riassunto si sono
sviluppati nell’arco di un paio di mesi, durante gli incontri che avevamo al
Palace Hotel di Milano. Ricordo di aver predisposto degli appunti nei quali avevo
esposto le linee delle proposte di cui ho detto.
Con certezza posso dire che Dell’Utri decise di dar
corso all’iniziativa “contenitore” nel giugno 1992.”
Sul punto in realtà la contraddizione di Cartotto si rivela apparente,
ove si tenga conto di quanto egli ha dichiarato al P.M. di Torino, quale
indagato di reati tributari. Nel verbale dell’8/2/1996, egli aveva difatti
affermato che, dopo una lunga serie di incontri con Dell’Utri per confrontarsi
su tali argomenti, all’incirca a settembre del 1992, stipulò un contratto con
PUBLITALIA “secondo il quale il dott. Dell’Utri mi chiese di fare
un’operazione di ‘marketing sociale’, a seguito della quale potevano anche
nascere possibilità di lavoro per PUBLITALIA, ma che consisteva soprattutto in
una serie quanto più vasta possibile di contatti con gruppi o associazioni al
fine di verificare l’opinione che costoro avevano della situazione sociale e
politica, al fine di creare o migliorare i rapporti di queste associazioni,
enti e gruppi con il gruppo FINIVEST attraverso la PUBLITALIA”.
Già allora Cartotto aveva dichiarato che in questo contesto egli aveva
avviato incontri su tematiche politiche con i vertici della FINIVEST.
Al P.M. nisseno ha spiegato con maggiore dettaglio:
“Il dottor dell’Utri decise di affidarmi il compito di
dar vita ad un “processo” accelerato di formazione e di trasformazione dei
quadri dirigenti del gruppo Fininvest in dirigenti politici, a far data dalla
ripresa del lavoro dopo la sospensione feriale estiva. Preciso di essere stato
invitato a metà settembre nel 1992 a Montecarlo, assieme agli ospiti
istituzionali del gruppo, alla tradizionale convention annuale. Fui invitato a
partecipare, “per sentire il polso” ai vari dirigenti del gruppo.”
Di questa convention, Cartotto aveva pure parlato al P.M. di Palermo,
dicendo che nel corso di essa Berlusconi invitò i suoi dipendenti a prepararsi
a qualsiasi evenienza per combattere i “nemici” che oramai contavano molto di più
degli “amici” che in passato li avevano aiutati.
Da quel momento Cartotto cominciò a partecipare ad incontri con
Berlusconi e Dell’Utri per studiare un progetto politico alternativo alle
sinistre.
***
13.4 - Secondo
il teste, il gruppo di Berlusconi era profondamente diviso in “falchi”, tra i
quali Dell’Utri, e “colombe”, tra i quali Fedele Confalonieri e Gianni Letta; i
primi propugnavano un diretto coinvolgimento del gruppo in politica, i secondi
ritenevano che tale scelta avrebbe avuto effetti disastrosi.
Ai “falchi”, nel 1993, si associarono anche Cesare Previti ed Ennio
Doris (presidente di “Programma Italia”), man mano che vennero a conoscenza del
progetto.
Alle “colombe” si aggregarono gli “opinionisti” del gruppo, come Indro
Montanelli, Federico Orlando, Maurizio Costanzo e Giorgio Gori.
Cartotto ha riferito di aver curato dall’ottobre 1992 in poi una serie
di contatti per la FINIVEST con la Confartigianato, la Coldiretti, i sindacati
autonomi e una parte della CISL e di aver verificato l’esigenza di tutte queste
forze di avere un referente politico nell’area del centro.
Ha poi sostenuto che nell’aprile del 1993 fu convocato da Berlusconi,
il quale gli disse che aveva necessità di prendere una decisione definitiva,
optando tra la proposta di Dell’Utri e quella di Confalonieri.
Alla riunione prese parte, oltre a Cartotto e a Berlusconi, anche
Bettino Craxi, invitato per la sua particolare competenza politica e per la sua
risalente amicizia con il presidente della FININVEST, mentre non furono
invitati i sostenitori delle opposte posizioni tra le quali l’imprenditore
lombardo avrebbe dovuto scegliere.
Si valutò in quell’occasione l’idea che il gruppo di Berlusconi
appoggiasse direttamente alcune forze politiche, sostenendo una nuova
aggregazione politica; una ragione di contrasto tra Craxi e Berlusconi fu la
possibile alleanza in un nuovo contenitore politico con l’allora MSI, che a
dire del primo avrebbe fatto perdere i voti di centro e avrebbe ricompattato la
Lega Nord (anziché scardinarla, come secondo lui sarebbe stato auspicabile), ma
ad avviso del secondo sarebbe stata utile nella prospettiva di raccogliere in
un unico fronte tutte le forze non comuniste.
Craxi comunque diede il via libera al progetto di Berlusconi.
Successivamente Berlusconi comunicò a Previti e a Dell’Utri di aver
deciso che il gruppo si sarebbe direttamente impegnato nella battaglia
politica. Così continua la ricostruzione di Cartotto:
“Si decise in quell’occasione di fare (come venne
detto) un “giro d’Italia” di tutte le aziende clienti del gruppo, per
sensibilizzarle sulle iniziative politiche da assumere. Previti diede il pieno
appoggio all’iniziativa manifestando però dei dubbi su eventuali ipotesi di
leader di questo nuovo movimento. Sin da allora del resto Berlusconi aveva
evitato accuratamente di fare il proprio nome come leader di questa nuova forza
politica.
Si pensava infatti ad alcuni ex DC come Martinazzoli e
Segni o ad un ex PSI come Amato.”
(verb. P.M. Palermo in data 20/6/1997).
Frattanto venivano coltivati i rapporti del gruppo FINIVEST con la Lega
Nord, particolarmente curati da Dell’Utri che - secondo Cartotto - aveva in
mente un progetto simile a quello di Craxi, cioè portare dalla propria parte un
settore della Lega Nord e quindi arrivare ad esautorare Bossi.
Cartotto continuò a sondare varie forze sociali per valutare la
possibilità di un loro coinvolgimento nel nuovo progetto politico sino a quando
tra il luglio e l’agosto 1993 vi fu “il salto definitivo”.
“Nel luglio ’93, presso lo studio del notaio Roveda di
Milano, venne costituita l’associazione “Forza Italia! Associazione per il buon
governo”. In questo periodo vennero abbozzati i progetti politici della nuova
forza e vennero coinvolte persone esterne al gruppo come Urbani, Ciaurro e
Calligaris. Nell’agosto del 1993 quindi si arrivò ad una riunione dei
principali dirigenti Fininvest e degli altri esterni aderenti al progetto nel
corso del quale la decisione venne comunicata a Confalonieri e a Letta.” (verb. P.M. Palermo in data 20/6/1997).
Cartotto ha pure parlato di uno scontro tra Confalonieri e Berlusconi a
seguito di quella riunione; Confalonieri aveva difatti ancora contestato
l’utilità del coinvolgimento diretto del gruppo nella lotta politica, perché la
sua forte presenza nel settore della comunicazione avrebbe potuto da una parte
influenzare pesantemente la libera scelta dei cittadini e dall’altra parte
porre i politici “amici” in una posizione assai scomoda dinanzi all’opinione
pubblica e nell’impossibilità di favorire la FINIVEST.
Tuttavia il timore dell’ascesa al potere di forze non democratiche in
conseguenza, oltre che del venir meno di tutto un ceto politico, anche delle
stragi del 1992 e del 1993, che avevano compromesso l’ordine pubblico del paese,
dette - secondo Cartotto - una forte accelerazione ai propositi di Berlusconi e
contribuì all’adozione del c.d. “Progetto Botticelli”, fino ad allora rimasto
segreto e quindi sconosciuto anche allo stesso Cartotto, che così lo ha
illustrato al P.M. di Palermo:
“Il progetto Botticelli prevedeva di trasformare
alcuni dirigenti d’azienda in dirigenti del nascente partito politico. Dietro
questo progetto c’era sempre il Dell’Utri, come può evincersi dal fatto che
tutti i dirigenti del nuovo movimento sono stati arruolati dalle strutture di
PUBLITALIA.
Questo progetto confliggeva con quello originale che,
come ho detto, prevedeva il coinvolgimento di forze sociali esterne alla FININVEST,
la creazione di un nuovo soggetto politico con il semplice sostegno aperto da
parte della FININVEST. Questo progetto implicava chiaramente la costituzione di
un soggetto politico certamente di centro, e prevedeva anche il tentativo di
coinvolgere una parte della sinistra moderata (come per esempio Amato).
Il progetto Botticelli, invece, era decisamente
sbilanciato a destra, e prevedeva il coinvolgimento sia della Lega che dei
missini”. (verb. P.M. Palermo in data
20/6/1997).
Di quel progetto Cartotto aveva pure ampiamente riferito al P.M. di
Torino (verb. 16/2/1996), precisando tra
l’altro che esso prendeva il nome dall’edificio di Segrate dove, negli uffici
della FINIVEST concessi in affitto da PUBLITALIA, si svolgevano le riunioni tra
coloro che condividevano il progetto stesso. Cartotto ha raccontato prima al
P.M. torinese poi al P.M. di Palermo di essere stato presto estromesso da
questo progetto proprio perché egli e le persone a lui legate erano esterne
all’azienda e non potevano essere ammesse perché mancava loro il requisito
principale richiesto: cioè un legame di dipendenza con l’azienda.
Cartotto chiese spiegazioni della sua estromissione a Berlusconi, il
quale gli disse che Dell’Utri lo aveva messo dinanzi al fatto compiuto, ma poi
lo invitò a tornare ad occuparsi del progetto come suo consigliere personale.
Si rese però conto che il suo posto era stato assegnato a Domenico Mennitti del
MSI, sicchè decise di allontanarsi definitivamente dal progetto, pur rimanendo
sempre in contatto con Berlusconi.
Sul punto al P.M. di Caltanissetta ha fornito indicazioni omogenee; pur
non parlando esplicitamente di “Progetto Botticelli”, Cartotto ha raccontato
nel verbale del 16/7/1999 di avere direttamente partecipato ad attività
finalizzate a trasformare i dirigenti di azienda in dirigenti politici e ha
aggiunto che “una volta compiuta la trasformazione dei quadri dirigenziali
del gruppo in esponenti politici titolari di incarichi e cariche istituzionali
il mio apporto si sarebbe dovuto concretizzare con una collaborazione non più
interna alla struttura imprenditoriale, bensì con un rapporto di consulenza con
la presidenza del Consiglio dei Ministri. Io accettai l’incarico che non si
concretizzò a causa della caduta del governo”.
Giova pure ricordare che al P.M. di Palermo Cartotto ha riferito che
Berlusconi comunicò formalmente ai suoi collaboratori la decisione di diventare
egli stesso il leader del nuovo movimento subito dopo il Natale 1993, durante
una grande riunione che si tenne ad Arcore.
***
13.5 - Cartotto
non ha fatto mistero delle sue ragioni di malumore nei confronti di Dell’Utri e
di Berlusconi per la sua esclusione, nonostante le precedenti promesse, prima
da alcuni delicati incarichi e poi dalle liste elettorali del nuovo movimento;
ha tuttavia sostenuto di non essere stato condizionato da motivi di astio nel
riferire quanto a sua conoscenza sulla genesi del movimento “Forza Italia”.
In ogni caso va rilevato che i contatti di Cartotto con la FINIVEST,
con Berlusconi e con Dell’Utri per lo svolgimento di conferenze ed attività di
consulenza politica sono stati ampiamente asseverati non solo dalle stesse
dichiarazioni spontanee di Dell’Utri nell’ambito del processo a suo carico
dinanzi al Tribunale di Palermo (cfr. verb. ud. 4/5/1998), ma anche da una
serie di altre attività di indagine.
La figura di Cartotto è difatti emersa nell’ambito delle investigazioni
svolte dalla Procura della Repubblica di Torino - Gruppo reati tributari (proc.
n.4488/95), i cui atti sono stati acquisiti in questo procedimento.
Cartotto era coinvolto in una serie di false fatturazioni finalizzate
alla corresponsione di compensi in suo favore per attività di consulenza
risalenti alla seconda metà del 1993 e consistita nella tessitura di una rete
di contatti con varie associazioni che avrebbero dovuto sostenere
l’associazione “Forza Italia”.
Tra i documenti sequestrati dagli investigatori vi sono alcune lettere
estremamente significative del tipo di attività in corso. Ad esempio in quella
del 25/1/1994, indirizzata a Silvio Berlusconi e a firma di Giuseppe Resinelli
(già Sindaco di Lecco, rappresentante del Circolo Milano 2000 e del consorzio
Gestione parco Adda), nonché di Giuseppe Pizzetti, dipendente della
Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti, si leggono frasi estremamente
indicative dell’attendibilità del Cartotto sul suo diretto rapporto con
Berlusconi e sui suoi compiti in ordine alla creazione di un movimento politico
che avesse come punto di riferimento l’imprenditore milanese, nonché infine sul
suo progressivo allontanamento dal progetto da parte dei vertici della
FINIVEST, a beneficio di altri soggetti.
Può citarsi a titolo esemplificativo il seguente passaggio: “dopo
l’incontro ad Arcore del 14 dicembre u.s. con Lei e con il dottor Cartotto, nel
corso del quale eravamo stati esortati a proseguire il lavoro intrapreso con le
associazioni, le categorie, le persone che fin dal giugno scorso avevamo
avvicinato, nella prospettiva che Ella assumesse la guida di un movimento,
ovvero di un partito politico, prospettiva poi concretizzatasi con la creazione
di ‘Forza Italia’…”.
Resinelli e Pizzetti lamentavano poi nel corpo della missiva che la
loro azione, pure insistentemente richiesta, non era stata coordinata con
quella di “coloro che già operano nei diversi ambiti territoriali e della
società civile”, e che in loro favore non erano stati poi onorati gli
impegni economici né erano state liquidate le spese sostenute.
Sempre in questo contesto, la Procura di Torino aveva accertato
elementi idonei a confermare l’attendibilità di Cartotto circa i suoi rapporti
con Dell’Utri, sulla base di documentazione sequestrata presso la segreteria
dello stesso Dell’Utri (nota della Guardia di Finanza in data 22/1/1996).
Diversi altri testi, tra i quali il sopra citato Resinelli (verb. 2/2/1996),
professionisti come Giovanni Mucci (verb. 22/2/1996) e Rodolfo Garofalo (verb.
2/2/1996), hanno confermato sia i forti contatti di Cartotto con gli ambienti
politici e delle associazioni, sia i suoi privilegiati rapporti e le sue collaborazioni
con Dell’Utri e Berlusconi.
Cartotto ha infine messo a disposizione diversi documenti del suo
archivio che attestano lo svolgimento di questa attività di consulenza politica
e di cura delle relazioni esterne a fini di ‘marketing sociale’, già sin dagli
inizi dell’estate 1993 (cfr. atti acquisiti dal P.M. di Torino ed inseriti ai
ff. 159 e ss. del faldone 4/a).
Particolarmente interessanti sono le note da lui stesso redatte e
indirizzate a Berlusconi, contenenti le analisi politiche di cui ha parlato nei
verbali sopra esaminate.
14. Le dichiarazioni del Sen. Francesco Cossiga
14.1 -
L’Ufficio requirente ha sentito a sommarie informazioni il Sen. Francesco
Cossiga (verb. 23/3/2000), in ordine alle vicende istituzionali italiane degli
anni tra il 1992 e il 1994. La sua innegabile esperienza politica ai massimi
livelli lo rende fonte di particolare interesse, come pure rilevato dal P.M.
che ha fondato taluni passaggi argomentativi della sua richiesta di
archiviazione sulle dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica.
Cossiga ha ricordato che, poco prima della strage di Capaci, il
23/4/1992, si era dimesso dalla carica di Presidente della Repubblica perché
era entrato nel c.d. “semestre bianco”, stava subendo un procedimento di
“impeachment” per iniziativa dei partiti di sinistra e non avrebbe avuto i
necessari poteri per gestire la crisi di governo in corso. Le indagini della
Procura di Milano nel frattempo avevano già intaccato un sistema partitico, ad
avviso di Cossiga già indebolito, dopo la caduta del muro di Berlino, dal venir
meno della tradizionale contrapposizione ideologica tra schieramenti. Ha
affermato il Senatore a vita:
“La disgregazione dei singoli partiti nelle loro
strutture personali, organizzative ed elettorali cominciano a manifestarsi con
Tangentopoli. La persona beneficiata da questo mutamento va identificata
nell’on.le Berlusconi, il quale ebbe la capacità di creare un contenitore in
cui quadri intermedi ed elettori dei vecchi partiti trovassero identità e
sicurezza. Quella di Berlusconi è stata un’iniziativa quasi estemporanea che
consentì di neutralizzare i partiti della sinistra che erano rimasti
sostanzialmente intatti e dalla caduta del muro di Berlino e dal primo avvento
di Tangentopoli.
La decisione di scendere in politica di Berlusconi,
per quanto mi consta, va collocata in un periodo di tempo di circa due-tre mesi
prima delle elezioni del 1994. Ciò posso dire con assoluta certezza perché ebbi
parte nello sviluppo dei rapporti tra l’on.le Berlusconi e il leader del P.P.I.
In particolare, l’on.le Berlusconi aveva pensato che la funzione di antagonista
della sinistra potesse essere svolta dall’area del P.P.I. riconducibile a
Martinazzoli. Si rese, però, conto che ciò non poteva realizzarsi, in quanto
diversa era la visione della funzione che tale leader politico aveva del P.P.I.
rispetto a quella dell’on.le Berlusconi. Solo nel momento in cui constatò tale
iato si determinò a scendere direttamente in politica. Mi risulta che egli era
disposto anche a devolvere a favore del partito popolare di Martinazzoli la
struttura riconducibile a Forza Italia che aveva iniziato a creare a far data
dall’estate del 1993. I collaboratori aziendali di Berlusconi erano scettici
dinanzi alla sua iniziativa di assumersi una responsabilità politica diretta.
Mi viene richiesto di indicare chi siano stati i collaboratori che mostravano
di non credere alla sua intuizione. Ed io dico praticamente tutti”.
***
14.2 -
L’occasione che ha consentito al sen. Cossiga di apprendere tali notizie non è
stata adeguatamente esplicitata; egli non ha riferito - in quanto il P.M. non
gli ha posto domande in tal senso - in quale periodo egli curò i contatti tra
Berlusconi e Martinazzoli, per quali ragioni Berlusconi lo scelse come suo
emissario nella trattativa, con quali modalità tale trattativa si articolò,
quale era il concreto progetto politico del quale l’ex Presidente della
Repubblica sarebbe stato auspice (circostanza quest’ultima di un certo rilievo
anche in considerazione del fatto che nel recente passato - come ricordato da
Cartotto ed emergente dalla nota della DIA del 5/2/1998 - Martinazzoli era
stato uno dei ministri della DC che, in polemica con un provvedimento del
Governo favorevole al gruppo di Berlusconi, si era dimesso dalla sua carica).
Ciò posto va tuttavia segnalato che dall’ampia raccolta dei dispacci
dell’agenzia ANSA degli anni 1992-1994, acquisita agli atti (fald. 4 carpetta
A), si ricava che effettivamente il dibattito politico della fine del 1993
aveva ad oggetto una serie di consultazioni di Berlusconi con vari esponenti
politici, tra i quali con maggiore evidenza si segnalavano l’on. Segni e l’on.
Martinazzoli. Inoltre l’indiscutibile esperienza e la particolare autorevolezza
politica del Sen. Cossiga spiegano la circostanza che egli sarebbe stato
interessato da Berlusconi o da persone a lui vicine affinchè venissero
stipulati accordi politici con personaggi già da tempo impegnati nella vita
pubblica del Paese.
Questo Ufficio ritiene tuttavia che tra le dichiarazioni di Cartotto e
quelle del sen. Cossiga non vi possa essere il contrasto ventilato dal P.M.
nella richiesta di archiviazione.
E difatti, se non vi è alcun dubbio che, come riferito dall’ex
Presidente della Repubblica, la formalizzazione del diretto impegno politico di
Berlusconi avvenne agli inizi del 1994 (l’ANSA ne dette notizia il 26 gennaio
di quell’anno), d’altro canto le dichiarazioni di Cartotto, ampiamente
compatibili tutta la documentazione acquisita dal P.M. di Torino, dimostrano
che all’interno delle aziende di Berlusconi sin dal 1992 venivano studiate
iniziative finalizzate ad incidere sugli scenari politici in fase di
progressiva e non prevedibile trasformazione, al fine di evitare l’affermazione
di gruppi politici o finanziari, oramai dichiaratamente interessati a colpire
la loro realtà economica.
E sulle attività interne al gruppo FININVEST, così come sugli
orientamenti vari dei suoi esponenti ovviamente poteva essere meglio informato
chi in quel periodo vi aveva operato dall’interno quale consulente politico da
epoca ben più risalente a quella in cui il Sen. Cossiga - da esterno - fu
coinvolto nella gestione dei rapporti tra Berlusconi e Martinazzoli.
Peraltro, come già ricordato da Cartotto, l’associazione denominata
“Forza Italia! Associazione per il buon governo” fu costituita il 29/6/1993 a
Milano (atto notar Roveda, acquisito al fascicolo) da alcuni noti
professionisti, alcuni inseriti nelle aziende controllate da FINIVEST, altri
comunque vicini a Berlusconi; e dall’esame della ricerca sui dispacci ANSA,
svolta dagli investigatori, si ricava che fin dai primi mesi del 1993 il
dibattito politico era animato dalle ventilate ipotesi circa la creazione di un
non meglio definito “partito di Berlusconi”.
15. Le indagini su Marcello Dell’Utri e Silvio
Berlusconi
15.1 - Snodo
rilevante dell’indagine, anche sulla base delle dichiarazioni dei
collaboratori, è stato l’accertamento di elementi obiettivi in ordine a
rapporti o connessioni di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e persone ad
essi collegate con la criminalità organizzata di tipo mafioso.
Sul punto già una nota dello SCO della Polizia di Stato in data
18/2/1994, su delega del Procuratore di Firenze, evidenziava che agli atti del
suo ufficio nulla emergeva in relazione a Berlusconi, a proposito del quale
veniva solo segnalato che egli era stato in passato oggetto di investigazione
per la sua appartenenza alla loggia massonica P2 e per i suoi accertati
collegamenti con il faccendiere Flavio Carboni; tali vicende venivano ricostruite
dagli investigatori in base a diversi atti (allegati alla nota), perlopiù
formati da organismi parlamentari di inchiesta.
Venivano viceversa evidenziati i rapporti dei fratelli Marcello e
Alberto Dell’Utri con esponenti di “cosa nostra” siciliana, emersi nell’ambito
di precedenti indagini per traffico di stupefacenti.
Successive investigazioni hanno accertato che Dell’Utri intratteneva
rapporti non solo con esponenti del mondo finanziario e con figure di primo
piano del mondo politico (ad esempio Aristide Gunnella e Bettino Craxi), ma
anche con personaggi palermitani poi fatti oggetto di indagine per reati
connessi con le attività dell’organizzazione mafiosa “cosa nostra”; tra i nomi
apparentemente riconducibili a soggetti vicini alla predetta organizzazione
quello di Mandalari, identificabile secondo gli investigatori nel
commercialista Giuseppe Mandalari, quello di Gaetano Cinà, divenuto poi
coimputato del Dell’Utri in un procedimento pendente dinanzi all’A.G. di
Palermo, e quello di Mangano Vittorio, identificabile secondo gli investigatori
nel pregiudicato al quale i collaboratori hanno fatto riferimento;
relativamente al Mandalari risultano annotazioni nel periodo di luglio 1992;
relativamente al Mangano risulta un’annotazione del 2/11/1993 - probabilmente
fatta da personale di Dell’Utri - con
dicitura: “Mangano Vittorio sarà a Mi X parlarle problema personale” (nota della DIA in data 4/4/1995).
Sulla figura criminale di Vittorio Mangano, il fascicolo offre numerosi
elementi, contenendo le informative che lo riguardano e che sono state nel
tempo elaborate dagli inquirenti; basterà per tutti richiamare il rapporto
giudiziario in data 7/2/1983, congiuntamente redatto dalla Criminalpol della
Lombardia, del Lazio e della Sicilia, nonché dalla Questura di Roma a carico di
Bono Giuseppe + 159 per associazione mafiosa e associazione finalizzata al
traffico di stupefacenti. In tale documento Mangano veniva individuato, sulla
base di copioso materiale probatorio, come capo di un gruppo dedito al traffico
di stupefacenti su scala nazionale, saldamente collegato alla mafia
palermitana.
Lo stesso Dell’Utri in altri procedimenti (verb. P.M. Palermo
26/6/1996) ha ammesso di aver conosciuto Mangano, di avere avuto con lui
rapporti ottimi, di averlo segnalato a Berlusconi perché fosse assunto alle sue
dipendenze; ha aggiunto di sapere che anche dopo la cessazione di questo
rapporto di lavoro Mangano continuò a frequentare la scuderia di Arcore dove
teneva a pensione un suo cavallo di nome “Epoca”. Ha infine riferito di averlo
incontrato ancora altre volte tra la fine degli anni “80 e gli inizi degli anni
”90, perché dopo la sua scarcerazione Mangano di tanto in tanto andava a
trovarlo a Milano.
Mangano, sentito dal P.M. di Palermo il 29/6/1996, ha confermato le
circostanze, affermando che nel 1973 Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà gli
proposero il lavoro ad Arcore presso Berlusconi, indicatogli come un amico di
Dell’Utri che aveva da poco acquistato una proprietà con annessa villa e che
aveva bisogno di un fattore. Ha tenuto a precisare di non avervi svolto
attività come stalliere, bensì appunto come fattore.
Quando si trasferì a villa San Martino ad Arcore, essa era ancora in
ristrutturazione e per un certo periodo vi abitò soltanto lui con la sua
famiglia; dopo qualche tempo venne ad abitarvi anche la famiglia di Berlusconi.
Ha dichiarato inoltre che durante la sua permanenza ad Arcore fu
arrestato in esecuzione di un ordine di carcerazione e, dopo essere stato
scarcerato, vi fece rientro. Passò poco tempo e sulla stampa vennero pubblicati
articoli che lo descrivevano come un pericoloso soggetto collegato con ambienti
mafiosi.
“Mi preoccupai molto” - ha dichiarato Mangano - “soprattutto per la
situazione in cui mi sarei trovato con il dott. Berlusconi la cui immagine
sarebbe stata offuscata da quell’articolo. Ne parlai quindi con il dott.
Dell’Utri che mi fissò un appuntamento con il dott. Confalonieri. Nel colloquio
con quest’ultimo, io espressi la mia intenzione di lasciare villa San Martino
per lo stato di disagio che si era creato. Il Confalonieri, appresa la mia
intenzione, mi lasciò libero di decidere e non mi chiese di andarmene”.
Mangano ha pure riferito della telefonata intercettata tra lui e
Dell’Utri nella quale si parlava dell’acquisto di un cavallo e ha escluso che
il riferimento fosse criptico, in quanto a suo dire egli doveva vendere alcuni
animali troppo costosi da mantenere; ha aggiunto che in realtà egli intendeva
scherzare con Dell’Utri poiché era ben a conoscenza del fatto che il suo interlocutore
non era interessato all’acquisto.
Ha poi tentato di smentire Dell’Utri affermando: “non ho mai
incontrato né telefonato né cercato il Dell’Utri dopo il 1990. Non avrei mai
cercato di incontrarmi con lui dopo essere stato condannato per gravi reati.
Cercandolo, avrei potuto soltanto portargli guai dopo tutto quello che è
successo”.
Le dichiarazioni di Mangano su quest’ultimo punto appaiono inattendibili,
proprio perché dalle stesse risultanze dell’agenda di Dell’Utri emergono
appunti relativi alla fissazione di incontri tra loro; lo stesso Dell’Utri ha
ammessi tali incontri, pur riconducendoli a rapporti di mera cortesia.
Questi dati confermano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
i quali riferiscono circostanze specifiche in ordine al mantenimento di
contatti con Dell’Utri da parte di Mangano. Non forniscono utili ed esplicite
conferme in ordine alle ragioni per le quali tali rapporti venivano mantenuti
dopo il 1990 dal Mangano.
Rimane in ogni caso oscuro il motivo per il quale il Mangano, già a
conoscenza della versione fornita da Dell’Utri in ordine ai loro incontri,
abbia voluto egualmente negarli.
***
15.2 - Per
quanto attiene agli altri eventuali contatti con personaggi siciliani, sempre
da un block notes di Dell’Utri, tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio
datato 3/2/1994, risultano diverse annotazioni relative a contatti intrapresi
dall’avvocato catanese Nino Papalia, sottoposto ad indagine dalla DDA di
Catania per traffico d’armi. In una di queste (foglio 3/2/1994) leggesi: “Avv.
Papalia per candidature su Catania”.
La DIA ha pure segnalato, nella nota del 4/4/1996, che sull’”elenco
agenda 12/5/1993”, sequestrata presso l’abitazione di Dell’Utri (Villa La
Comacina), è stato rinvenuta l’annotazione di due numeri telefonici di Perrin
Patrick, persona che sulla base di investigazioni eseguite in altri
procedimenti, risulta essere stato in contatto con Licio Gelli, essere stato
poi implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas ed in epoca
risalente al 1982 essere stato oggetto di ricerche internazionali per la rapina
di un portavalori insieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi
esponenti del clan Santapaola di Catania.
E’ inoltre emerso che Dell’Utri ha fatto brevi soggiorni presso l’Hotel
Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e
nell’ottobre 1992. Non sono invece emersi dati utili in ordine a manifestazioni
di propaganda elettorale che abbiano avuto luogo in territorio siciliano nel
1992 con la partecipazione di Dell’Utri e di Berlusconi.
Su delega del P.M., inoltre la DIA ha elaborato i traffici telefonici
di Marcello Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a “cosa nostra”
(come ad esempio Salvatore Scardina e Rosario Cattafi), individuando diversi
punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine; non
sono stati ricavati specifici elementi meritevoli di ulteriore approfondimento
(cfr. fald. 3, carpetta B; fald. 3/B, carpetta D)
***
15.3 - Le
indagini si sono rivolte poi verso le attività economiche e le imprese
riconducibili al c.d. Gruppo Finivest; in particolare, il P.M. ha dapprima
richiesto al ROS di predisporre un elenco di tutte le imprese che erano state
già oggetto di attenzione investigativa in relazione ai fenomeni di
condizionamento mafioso della libera concorrenza e degli appalti; l’elenco è
stato predisposto e trasmesso con nota dei ROS di Caltanissetta in data 3/2/1999.
E’ stata quindi richiesta un’accurata indagine sul gruppo societario
facente capo alla Finivest: in evasione della delega la DIA ha trasmesso con
nota del 26/2/1999 due volumi contenenti le schede delle 401 società che tra
l’1/9/1991 e il 31/12/1993 operavano nel gruppo FINIVEST.
Il P.M. ha delegato quindi la DIA in data 10/3/1999, affinchè
procedesse a verificare la sussistenza, tra le imprese indicate dai ROS e le
imprese facenti capo al gruppo FINIVEST, di “dati di similitudine per quanto
attiene ai soci di maggioranza, agli amministratori, ai componenti del collegio
sindacale, ovvero se siano riscontrabili fenomeni di associazioni d’imprese,
fusioni, trasformazioni o inglobamenti di sorta tra le imprese indicate nei
rispettivi elenchi, e ciò a far data dal 1987 e sino al 1994”.
Nella nota del 30/7/1999 (fald. 3/A), la DIA ha evidenziato la
sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di
interesse degli odierni indagati ed altre società facenti capo a soggetti con
ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e
dalle direttive di “cosa nostra”; in particolare Filippo Salamone e Giovanni
Miccichè, ambedue indagati in procedimenti penali relativi a fatti di condizionamento
mafioso della libera concorrenza e della regolarità degli appalti pubblici,
risultavano titolari di quote nella Tecnofin Group s.p.a. che aveva costituito
con la CO.GE S.p.A. (controllata dalla Paolo Berlusconi finanziaria s.p.a.) la
Tunnedil s.c.a.r.l. per la realizzazione di una galleria naturale e relativi
raccordi sulla strada provinciale di Favignana (appalto questo sul quale la
Procura di Firenze, nell’ambito del procedimento relativo alle stragi del 1993,
ha svolto ampia attività di indagine per cercare riscontri a propalazioni di
collaboratori senza conseguire risultati specifici; fald. 3/B carpetta A).
La suddetta CO.GE s.p.a. risultava aver avuto tra i suoi azionisti nel
periodo 1990-1993, oltre alla “Paolo Berlusconi Finanziaria s.r.l., anche una
serie di persone fisiche tra le quali tale Salvatore Simonetti, nato a San
Giuseppe Jato il 4/7/1952, ma residente a Roma sul quale il P.M. appuntava la
sua attenzione, disponendo ulteriori approfondimenti con delega del 30/7/1999.
La DIA accertava che Salvatore Simonetti non era imparentato con i
Simonetti di San Giuseppe Jato (Giovanni e Domenico), già noti alle autorità
giudiziarie palermitane perché vicini a “cosa nostra” e prestanomi di Riina e
dei Brusca; tuttavia egli risultava essere stato cointeressato in diverse
società insieme a soggetti già sottoposti ad indagine per reati connessi
all’organizzazione “cosa nostra”, come i già menzionati Salamone e Miccichè e
come Giovanni Gentile, legato al noto capomafia di Trapani, Vincenzo Virga
(cfr. nota DIA del 20/3/2000).
In proposito va rilevato che Gentile era uno dei soci della IM.PRE.GET.
s.r.l., altra società che confluì nella Tunnedil s.c.a.r.l. per il lavoro sulla
galleria di Favignana.
Giova altresì ricordare che, secondo le dichiarazioni di Angelo Siino e
di Giovanni Brusca, già positivamente vagliate da altre autorità competenti a
conoscere dei relativi fatti-reato, Salamone aveva partecipato con ruolo di
organizzatore alla formulazione e alla rigorosa applicazione del c.d. “patto
del tavolino”, in base al quale gli appalti in territorio siciliano venivano
gestiti dallo stesso Salamone, da Antonino Buscemi (imprenditore vicino a Riina
e titolare al 50% della “Reale Costruzioni” facente capo al gruppo Ferruzzi) e
da Giovanni Bini (uomo di fiducia di Buscemi, che svolse il ruolo di
rappresentante delle società facenti capo al gruppo Ferruzzi in Sicilia); il
“patto” garantiva i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei
lavori di maggiore valore, il controllo su di essi di “cosa nostra”, il
recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che
assicuravano gli appalti.
Sempre tra i soci della CO.GE., emergeva anche tale Giorgio Mori; il
P.M. nella sua richiesta di archiviazione segnala un legame parentale di costui
con il Gen. Mori, uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino
all’epoca delle stragi, ma conclude, condivisibilmente, che il collegamento non
è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto
contatti con Berlusconi e dell’Utri e quindi potesse essere stato
“ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di “cosa nostra”.
La nota della DIA del 30/7/1999 evidenziava altresì che la famiglia
Rappa, alcuni componenti della quale sono stati indagati per reati di
associazione mafiosa, di estorsione e di
riciclaggio (sul punto vi è copiosa documentazione giudiziaria trasmessa dalla
DIA con nota del 20/3/2000), erano titolari della CIPEDIL s.p.a. (già oggetto di
indagine dei ROS) ed erano stati cointeressati nella “Sicilia televisiva
s.p.a.”, nella quale erano poi subentrati amministratori facenti capo alla
“Fininvest” e che è stata ancora in seguito incorporata in “Rete quattro
s.p.a.”.
***
15.4 - Il
P.M. ha evidenziato nella sua richiesta di archiviazione che su questi rapporti
di affari e su queste cointeressenze si è spostata l’attenzione del suo Ufficio
al fine di individuare i mandanti c.d. “esterni” delle stragi del 1992.
Lasciando al P.M. le valutazioni di sua competenza in ordine all’utilità
di tali dati per individuare eventuali ulteriori piste investigative diverse da
quelle sinora perseguite, rileva l’Ufficio che tali accertati rapporti di
società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione
collegati all’organizzazione “cosa nostra” costituiscono dati oggettivi che -
in uno agli altri elementi relativi ai contatti e alle frequentazioni di
Dell’Utri con esponenti della stessa cosca - rendono quantomeno non del tutto
implausibili nè peregrine le ricostruzioni offerte dai diversi collaboratori di
giustizia, esaminate nel presente procedimento, in base alle dichiarazioni dei
quali si è ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente
contattabili dal gruppo criminale; vi è insomma da ritenere che tali rapporti
di affari con soggetti legati all’organizzazione abbiano quantomeno legittimato
agli occhi degli “uomini d’onore” l’idea che Berlusconi e Dell’Utri potessero
divenire interlocutori privilegiati di “cosa nostra”.
A ciò si aggiunga che altri soggetti comunque legati al gruppo
Fininvest avevano intrattenuto rapporti di affari con personaggi di “cosa
nostra” (sul punto si fa richiamo ai numerosi atti contenuti nei faldoni 4/A1,
4/A5, 4/A6, relativi a Massimo Maria Berruti, la persona che secondo Siino avrebbe
fatto da intermediario con Berlusconi per una delle trattative finalizzate a
propugnare una legislazione più favorevole a “cosa nostra”).
Infine il gruppo Fininvest, nella sua progressiva espansione nel
settore televisivo, incorporò tra l’aprile e il novembre del 1991 ben cinque
società che avevano sede a Palermo (“Rete Sicilia s.r.l.”, la già citata
“Sicilia Televisiva s.p.a”, “Sicil Tele s.r.l.”, “Trinacria TV s.r.l.”, “CRT
Sicilia Color s.r.l.”; cfr. nota della DIA in data 15/3/2000); la circostanza rende
pure plausibile che “cosa nostra”, in quel periodo fortemente radicata sul
territorio e certamente capace di condizionare le attività economiche in esso
operanti, non rimanesse inerte dinanzi all’avanzare di una realtà
imprenditoriale di quelle proporzioni, perlopiù facente capo ad un gruppo nel
quale si muovevano soggetti già considerati facilmente avvicinabili in forza di
pregressi rapporti.
Vi è poi la vicenda relativa agli attentati alla “Standa”, in relazione
ai quali discordanti sono state le notizie fornite dai collaboratori; tutti
d’accordo nell’indicare come essi perseguissero finalità estorsive, secondo
alcuni di costoro ulteriore scopo era quello di promuovere un contatto con
Berlusconi o con Dell’Utri da utilizzare anche per ottenere sostegno agli
interessi dell’associazione. Brusca ha escluso invece tale ulteriore finalità
e, sebbene sui tentativi di “cosa nostra” di avviare relazioni con gli odierni
indagati egli sia apparso a questo Ufficio reticente, non si può escludere che
sul punto le sue affermazioni siano veritiere.
Difatti, delle due l’una: o Berlusconi e Dell’Utri versavano già da
tempo a “cosa nostra” dei contributi, come molti collaboratori hanno riferito,
e allora il rapporto già sussisteva e non era necessario propiziarlo con altre
iniziative, oppure non vi era alcun rapporto pregresso (pertanto le convergenti
dichiarazioni dei collaboratori non sarebbero credibili) e allora gli attentati
di Catania potevano essere utili.
Si propone una terza alternativa, che nella contraddittorietà delle
indicazioni dei collaboratori rimane solo un’ipotesi; e cioè che gli attentati
dovessero servire a fare maggiore pressione su Berlusconi e dell’Utri, ad
alzare insomma la “posta” e a coinvolgere con un ruolo di rilievo anche le
cosche catanesi.
Va comunque segnalato che, come riferito dalla DIA nella nota del
6/12/1999, non è stato possibile acquisire “elementi utili aventi carattere
esaustivo” in ordine ai viaggi aerei effettuati da Marcello Dell’Utri tra
Milano e Catania nel periodo in cui si sarebbe dovuto incontrare (a Catania o,
secondo Avola, a Messina) per discutere delle richieste degli uomini di “cosa
nostra”.
16. Conclusioni
La ricognizione degli
atti di indagine contenuti nel fascicolo fa emergere, ad avviso di questo
Ufficio, che gli spunti indiziari a sostegno dell’ipotesi accusatoria, per
quanto numerosi, risultano incerti e frammentari, pertanto inidonei a
legittimare l’esercizio dell’azione penale e insuscettibili di ulteriore approfondimento.
Gli esiti dei processi
già celebrati e gli elementi agli atti convergono nel dimostrare che le stragi
di Capaci e di Via D’Amelio maturarono in “cosa nostra”, dopo che i vertici
dell’organizzazione ritennero di aver subito gravi affronti in ragione di nuove
iniziative governative di contrasto della criminalità e dell’esito del
maxiprocesso in Cassazione.
Ai loro occhi si era
determinata un’inedita ed inammissibile saldatura tra i suoi tradizionali
nemici (Falcone e Borsellino) ed i suoi ex amici (tali consideravano Andreotti
e la sua corrente, Martelli e altri esponenti del PSI), da contrastare con ogni
mezzo.
La strategia era
quella di eliminare fisicamente e politicamente tutti costoro; già questo basta
a prefigurare nella logica di “cosa nostra” l’esigenza di avere nuovi
interlocutori. Le trattative difatti sarebbero dovute avvenire con lo Stato, ma
non s’intendeva certamente accettare nuove alleanze a nuove condizioni con
coloro i quali avevano “tradito”.
Si è visto che la
finalità di cercare nuovi contatti e nuovi equilibri fu perseguita a tutto
campo e diverse iniziative furono coltivate: quella che coinvolgeva Bellini,
quella che vide protagonisti gli ufficiali dei ROS, quella a cui alludeva Riina
quando disse a Brusca “si sono fatti sotto”.
Uno dei pensieri
costanti di “cosa nostra” era anche nel 1992 e nel 1993 creare i “contatti
politici”. In questa prospettiva appare compatibile l’interesse e il diretto
coinvolgimento nella creazione di movimenti separatisti, come “Sicilia Libera”,
da utilizzare quale extrema ratio al fallimento di altro tipo di
soluzioni di collateralismo politico, da sempre preferiti da “cosa nostra”.
Dopo la strage di
Capaci, vi erano in cantiere altre attività rientranti nella strategia di
attacco ad esponenti delle forze politiche tradizionali, ma nessuna
particolarmente eclatante. Vi fu poi qualcosa che fece mutare i programmi e il
progetto di uccidere il dott. Borsellino fu eseguito nelle forme ben note
dell’esplosione dell’autobomba in via D’Amelio.
Questo secondo grave
attentato ebbe la prevedibile conseguenza di dare legittimazione ad iniziative
ancora più incisive contro “cosa nostra”, che mai fino ad allora lo Stato aveva
avuto la risolutezza di attuare.
In argomento sono
sempre state avanzate due ipotesi: o l’organizzazione commise il più grave
errore tattico della sua storia in ragione della non più gestibile tracotanza
dei suoi aderenti oppure essa agì convinta che la reazione dello Stato non vi
sarebbe stata.
La prima ipotesi
appare improbabile anche perché contrastante con gli stili tradizionali di
“cosa nostra”, emergenti dagli esiti di innumerevoli processi oramai
appartenenti al notorio, e perché certamente ci fu una circostanza nuova e non
preventivata - la cui natura nessun collaboratore ha saputo svelare - che portò
a far considerare prioritario un’eclatante attentato a Borsellino.
L’unico fatto noto
alla cronaca di quei giorni e che potrebbe spiegare l’accelerazione è la
candidatura di Borsellino alla Direzione Nazionale Antimafia; ma residua
comunque una rilevante sproporzione tra il vantaggio che “cosa nostra” avrebbe
conseguito uccidendo un inquirente di quella autorevolezza e di quelle capacità
e il danno derivante dalla prevedibile reazione dello Stato e dell’opinione
pubblica, dopo che il grave attentato, già di per sé idoneo ad elevare il
livello di allarme per la pericolosità delle organizzazioni criminali, fosse
chiaramente apparso come mirato ad impedire ad un magistrato all’epoca popolarissimo
di svolgere le più alte funzioni investigative nel settore dell’antimafia.
Residua pertanto la
seconda ipotesi che cerca al di là della tracotanza della linea di Riina i
motivi dell’accelerazione e del conseguente abbandono della tradizionale prudenza
tattica di “cosa nostra”. In questo ambito trova cittadinanza l’ulteriore
florilegio di ipotesi secondo le quali l’organizzazione avrebbe agito dopo la
consultazione di soggetti in grado di garantire appoggio per scongiurare una
reazione repressiva; soggetti che avrebbero richiesto, concordato, acconsentito
o consentito i delitti per cui si procede.
E’ del pari credibile
che, se anche i vertici di “cosa nostra” avessero coltivato una strategia di
attacco senza curarsi delle tradizionali regole di prudenza
dell’organizzazione, al fine di sedare le perplessità degli altri affiliati
abbiano potuto ingigantire o solo millantare la sussistenza di appoggi che
garantissero l’immunità.
Così può essere ancora
credibile che dai comportamenti di alcuni soggetti esterni all’organizzazione,
protagonisti delle trattative, gli uomini di “cosa nostra” abbiano tratto
l’erroneo convincimento della necessità di realizzare attentati ancor più
eclatanti.
Ma questa ulteriore
ipotesi potrebbe essere avvalorata, se fosse possibile identificare con
certezza le trattative del Gen. Mori e del magg. De Donno con quelle cui
alludeva Riina, quando disse a Brusca che qualcuno “si era fatto sotto”.
In mancanza di elementi sicuri in questo senso rimane ancora oscuro il motivo
della più volte evidenziata accelerazione.
Gli atti al fascicolo
hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra
uomini appartenenti a “cosa nostra” ed esponenti e gruppi societari controllati
in vario modo dagli odierni indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in
considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere
stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi
interlocutori.
Dalle dichiarazioni di
Cartotto e da altre risultanze è emerso che già nel 1992 Dell’Utri aveva
avviato delle iniziative finalizzate ad incidere sugli scenari politici in
progressiva trasformazione in modo da raccogliere consensi attorno a formazioni
non avverse alla FININVEST. Anche questo attivismo, se ovviamente fosse stato
noto a “cosa nostra”, avrebbe potuto suscitare l’interesse di tale
organizzazione.
Occorre tuttavia
verificare se effettivamente tali contatti vi siano stati e che esito abbiano
avuto.
Orbene le
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che dovrebbero riscontrare tale
ipotesi sono tutte “de relato” e, come si è visto, il più delle volte
generiche ed incerte nei contenuti.
I collaboratori
maggiormente in grado di fornire informazioni precise sulle trattative devono
ritenersi comunque quelli che all’epoca componevano la Commissione, e cioè
Cancemi, reggente di Porta Nuova, e Giovanni Brusca, reggente di San Giuseppe
Jato.
Le progressive e
anguillose propalazioni di Cancemi sono viziate dalla sua costante propensione
a ridimensionare il proprio ruolo nei reati contestatigli; dopo aver fatto
riferimento alle notizie apprese da Ganci su “persone importanti” contattate da
Riina, egli ha poi finalmente ammesso di aver partecipato a riunioni
deliberative e in questo contesto ha detto che sentì parlare Riina di
Berlusconi e Dell’Utri. Non ha spiegato nulla del tipo di accordo che con loro
sarebbe intervenuto e di quale poteva essere l’interesse di costoro alle stragi
per cui si procede.
Brusca dal canto suo
ha dichiarato di non sapere nulla di questi contatti, ma si è anche visto che
le sue propalazioni in ordine al suo coinvolgimento e alle sue conoscenze circa
i contatti politici intrattenuti dall’organizzazione negli anni 1991- 1994 sono
apparse particolarmente reticenti. E tuttavia, se quanto da lui riferito non
vale a dare netta smentita alle dichiarazioni di Cancemi, per altro verso non
consente di dare ad esse alcun riscontro né di superare la loro genericità.
Un movente a carico
degli odierni indagati potrebbe essere prefigurato dalle dichiarazioni di
Siino, anch’esse “de relato”, in ordine al tentativo di
avvicinare Craxi attraverso Berlusconi, tentativo sul quale altri collaboratori
hanno deposto. Esse delineano uno scenario parzialmente diverso: Berruti
avrebbe consigliato a Gioè di mettere in atto azioni eclatanti, idonee a
consentire a Craxi, uomo politico particolarmente vicino a Berlusconi, di
assumere posizioni di vertice e bloccare le azioni di contrasto a “cosa
nostra”.
Ma questo tipo di
ricostruzione, assai difficile da riscontrare con dati estrinseci, fa
riferimento ad un progetto velleitario e di ben scarsa praticabilità nel
periodo delle stragi, quando comunque il ruolo politico di Craxi era irrimediabilmente
compromesso dagli esiti delle indagini della Procura di Milano e dai contrasti
interni al suo partito (sul punto le risultanze di cui alla nota della DIA del
5/2/1998); sicchè non offre elementi di specifica coerenza al quadro indiziario
in esame.
La valutazione -
svolta nei paragrafi precedenti - delle dichiarazioni degli altri collaboratori
di giustizia palermitani e catanesi, come Cannella, Pennino e Avola, che hanno
avuto ruoli di diverso spessore criminale, ha mostrato poi che esse non presentano
in tutta la loro pienezza i requisiti di attendibilità e tale carenza non è
supplita da sufficienti elementi di riscontro estrinseco.
Le indicazioni di altri collaboratori di giustizia (Pietro Romeo e
Giovanni Ciaramitaro; cfr. i verbali di interrogatorio resi al P.M. di Firenze
in fald.2 carpette U e V) in ordine a notizie da loro apprese circa il ruolo di
istigatori assunto dagli odierni indagati nelle stragi del 1993 sono state già
oggetto di procedimento dinanzi all’A.G. di Firenze che, come ricordato nel
par.1, è stato archiviato per l’insufficienza degli elementi a sostenere
l’accusa in giudizio.
Pertanto, a prescindere dal loro valore probatorio, come già
fondatamente sottolineato dal P.M. nella richiesta di archiviazione, non
potrebbero essere utili a sostenere la
diversa ipotesi accusatoria di un concorso di Berlusconi e Dell’Utri nelle
stragi di Capaci e di via D’Amelio.
La friabilità del quadro indiziario impone pertanto l’archiviazione del
procedimento.
P.Q.M.
Visti gli artt. 408 e 411 c.p.p., 125 disp. Att.
c.p.p.,
DISPONE l’archiviazione
del procedimento e la trasmissione degli atti al P.M.
Caltanissetta, 3/5/2002
IL GIUDICE
- dott. Giovanbattista Tona -