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Il ponte? Meglio
il pozzo
di Elio
Veltri
In Sicilia
gli agricoltori sono scesi in piazza perché manca l’acqua e sono a
rischio anche gli animali e i raccolti. Totò, vasa-vasa, di cognome
Cuffaro, presidente del governo regionale siciliano, ora chiede
l’intervento dell’esercito per controllare la rete idrica. L’ultima volta
che aveva parlato dell’acqua che manca, lui che è anche commissario del
governo alla sete, aveva detto che le navi che trasformano l’acqua del
mare in acqua dolce e potabile, non ci sono.
È stato
tutto uno scherzo. Anche l’incontro del 16 maggio con il capo del
governo, sempre sorridente e pronto a promettere miracoli, nel quale
l’ineffabile e furbacchione Totò aveva preannunciato l’arrivo delle navi
al largo delle coste siciliane, pronte a dissetare gli assetati
corregionali e a permettere una doccia ai più fortunati, era una
sceneggiata. Contrordine, si cambia: «Quelle navi il mio governo - ha
detto Totò - non le ha mai chieste, costa troppo dissalare l’acqua del
mare e la Regione non se lo può permettere e non vuole sciupare denaro».
In Sicilia
bisogna scegliere: il Ponte o l’Acqua. Ogni governo di buon senso sceglierebbe
l’acqua. Ma chi si accorgerebbe in giro per il mondo se venisse costruito
qualche acquedotto in più e se venissero scavati un po’ di pozzi o
completata qualche diga dove l’acqua c’è?
Diciamo la
verità: non se ne accorgerebbe nessuno. Del ponte più grande del mondo,
invece, ne parlerebbero tutti. Berlusconi vuole il suo ponte mussoliniano
in modo che i giornali e le televisioni ne parlino e lo intervistino. Il
governo ha promesso strade, autostrade, ferrovie e quanto altro per la
modica cifra di 47 miliardi di euro.
Ma il vero
monumento, scrive Piero Bianucci, sulla “Stampa”, che il «presidente
operaio» vuole lasciare ai posteri, «la sua grande muraglia cinese» è il
ponte di Messina.
D’altronde,
in Sicilia, le tradizioni contano e anche le abitudini della mafia. La
mafia sulla sete dei siciliani campa da sempre. Sulla costruzione del
ponte si ingrasserebbe ancora di più. Considerato lo stravolgimento della
legge Merloni riguardante l’aumento della quota di subappalti voluto da
Lunardi e il ripristino della licitazione privata che permette alle
amministrazioni di invitare le ditte di fiducia, voluto da Cuffaro, le
imprese mafiose hanno una corsia preferenziale sia per il reperimento
dell’enorme quantità di materiale necessario che per i lavori di costruzione
del ponte. Insomma, alla mafia vanno bene entrambe le cose: la sete dei
siciliani e la costruzione «del ponte di gomma».
Il
governo, invece, dovrebbe scegliere secondo una scala di priorità, tenuto
conto delle risorse disponibili e dei bisogni reali e urgenti dei
cittadini. Ma se la corsa al ponte è corsa all’immagine e alla
propaganda, la sete dei siciliani può attendere e si farà di tutto per
accelerare i lavori della megaopera di regime. Considerato, però, che il
paese ha già conosciuto tragedie come quella del Vajont, dovuta a
dissennatezza e alla volontà di favorire gli interessi dei soliti noti, è
necessario che l’opposizione si attrezzi e vigili sui contenuti del
progetto riguardanti la sicurezza, la spesa complessiva dell’opera, i
costi di gestione e di manutenzione. Tutte cose per le quali la fretta è
cattiva consigliera.
Il governo
e il nuovo presidente della società concessionaria, Giuseppe Zamberletti,
sono già stati allertati dai risultati delle ricerche di studiosi
dell’Enea e di alcune università ed è bene che ne tengano conto. Fabrizio
Antonioli e Stefano Sylos Labini, geologi dell’Enea, insieme a Luigi
Ferranti, del dipartimento di scienze della terra di Napoli, hanno
condotto una ricerca sulle coste calabrese e siciliana con il sistema
satellitare Gps (global positioning system) e hanno concluso che in un
secolo le due coste si allontanano di un metro. Altri studiosi come
Anzidei e collaboratori dell’Istituto nazionale di Geofisica, diretto dal
prof. Boschi, sono pervenuti alle stesse conclusioni.
Il
“Giornale” (30 maggio) ha scritto che il ponte meritandosi l’appellativo
di «ponte di gomma», assorbirà oscillazioni fino a sette metri. Se così
è, non si capisce perché i dati molto più prudenti pubblicati dai
ricercatori dell’Enea siano stati contestati e per quale ragione il
presidente dell’Enea avrebbe negato ai suoi ricercatori il consenso a
partecipare a una nota trasmissione Rai di informazione.
La verità
è che di fronte ai dati pubblicati, Lunardi e Zamberletti dovrebbero
procedere con i piedi di piombo. Gli studiosi dell’Enea, infatti,
consigliano di monitorare con scrupolo i luoghi sui quali vengono
costruiti i piloni del ponte, per evitare in futuro amare sorprese.
I dati
geologici devono essere certi perché solo così si potranno evitare
costose varianti in corso d’opera, costi di gestione eccessivi, ma,
soprattutto, non si correranno rischi per il passaggio dei treni ad alta
velocità.
Anche il
prof. Majowieschi, in una intervista a l’Unità, ha richiamato
l’attenzione sui «rischi che riguardano i piloni e i possibili
spostamenti fra le due coste e le sollecitazioni a cui vanno soggetti dai
binari e dal passaggio dei treni i giunti saldati».
Per
concludere: oggi è l’acqua la priorità assoluta in Sicilia e nelle altre
regioni meridionali e non dovrebbe essere difficile capirlo, anche perché
il rischio di manifestazioni di massa di cittadini arrabbiati e assetati
che hanno votato per il Polo è a portata di estate. Quanto al Ponte sullo
Stretto, un progetto di tali dimensioni, considerato da una parte
consistente del paese né prioritario né necessario, non può essere varato
alla garibaldina per mere ragioni di immagine. Perciò farebbe bene
l’Autorità di vigilanza, prevista dalla legge Merloni, ad attivarsi in
maniera preventiva, per non doverlo fare quando i buoi saranno scappati
dalla stalla.
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