Torna alla home page

Leggi i precedenti di Elio Veltri

Scrivi a Elio Veltri

 

 

Toghe rosse anche a Brescia?

Di Elio Veltri


Questa volta Pecorella, l'Avvocato, fra gli avvocati di Berlusconi e di Previti, l'ha fatta grossa. Non mi riferisco all'accusa che gli viene contestata dalla procura di Brescia: fedele ad un comportamento rigorosamente «garantista» che ho sempre mantenuto, non conoscendo i fatti e le carte, mi guardo bene dal pronunciare condanne anticipate o dal sollecitare processi nel salotto di Vespa, come usano gli amici di Pecorella con gli avversari. Mi riferisco al tentativo un po' goffo di Pecorella di difendersi, affermando che si tratta di un «avviso di garanzia a orologeria perché si vogliono bloccare le riforme della giustizia» in calendario per settembre.
Con questa dichiarazione Pecorella mette le mani avanti e in un colpo solo, o meglio, con una sola dichiarazione, se si preferisce, smentisce se stesso, l'avvocato Ghedini, gli avvocati di Previti nei processi milanesi, Taormina, Berlusconi, Previti e tutta la compagnia che per anni è corsa a Brescia, terra promessa della giustizia, per incastrare l'odiato Di Pietro e gli altri magistrati del pool, spostare indagini e processi da Milano, sottrarre ai giudici naturali di Milano i processi in corso per corruzione dei giudici romani. Vale la pena ricordare alcuni fatti perché la memoria rende non solo chiaro il tentativo, secondo lo stile della Casa, anche di Pecorella, ahimè, di delegittimare le indagini che lo riguardano, ma evidenzia gli enormi conflitti di interesse dei maggiori esponenti di Forza Italia. Se non ricordo male iniziò Taormina, avvocato del potentissimo (in quel tempo) generale della guardia di Finanza Cerciello, il quale nel 1994, chiese e ottenne di spostare indagini e processo sulla guardia di finanza a Brescia, assestando il primo durissimo colpo a Mani Pulite, quando sembrava che l'inchiesta milanese non conoscesse ostacoli. Forse, poi, l'avvocato di Cerciello rimase deluso perché il suo assistito subì ugualmente alcune condanne pesanti per corruzione. Venne poi la volta dei tentativi ripetuti per incastrare Di Pietro: Gorrini, Rea, D'Adamo, lo stesso Berlusconi e Previti, fiduciosi nella giustizia bresciana, non politicizzata, «libera e indipendente», diversamente da quella milanese, al servizio delle Toghe Rosse, hanno consumato le gomme delle loro potenti automobili per accusare di ogni scelleratezza i magistrati del Pool di Milano. Non solo Di Pietro, ma Davigo e gli altri sono stati iscritti decine di volte nei registri degli indagati e sempre prosciolti, con grande delusione degli accusatori. La fiducia nella magistratura della «leonessa», però, non si deve essere incrinata più di tanto, se Previti prima e Berlusconi dopo e i loro avvocati, hanno fatto il diavolo a quattro per sottrarre ai giudici milanesi i processi più delicati e rischiosi e da ultimi quelli in corso. Pecorella, pur di spostare a Brescia il processo nel quale difende Berlusconi, prima ha assecondato il tentativo di paralizzare il collegio giudicante con lo spostamento del giudice Brambilla, poi è andato a pescare nelle carte, unico caso in tredici anni, la presunta incostituzionalità dell'articolo 45 del codice di procedura penale per il fatto che la legge delega del 1987 per la riforma del codice prevedeva tra le cause di remissione (spostamento dei processi) il legittimo sospetto e, infine, non del tutto certo che la Corte Costituzionale gli avrebbe dato ragione, ha difeso, cambiando vestito, da avvocato difensore di Berlusconi a Presidente della commissione giustizia della Camera, la legge Cirami sul legittimo sospetto, manifestando l'incrollabile volontà di accelerarne i tempi di approvazione. Un avvocato-parlamentare tanto autorevole che fa tutto questo per spostare dalla sede naturale di Milano il processo al suo illustre assistito, deve avere una fiducia totale nella magistratura del palazzo di giustizia di Brescia. E invece no! La fiducia crolla e scatta l'opera di delegittimazione dei magistrati di Brescia appena viene indagato. Naturalmente Pecorella è solo indagato. Ma è anche Presidente della commissione giustizia della Camera. Sta alla sua sensibilità se rimanere o lasciare. Inoltre, le cose si complicano se viene approvata la legge sul legittimo sospetto perché in quel caso il processo di Milano, proprio per legittimo sospetto, non potrebbe essere trasferito a Brescia, ma altrove. Quello di Pecorella è l'ennesimo caso in cui, nei paesi europei di media decenza politica, si lascia, non perché lo preveda qualche legge, ma perché lo standard di etica pubblica e la correttezza deontologica degli interessati lo impongono. Nel nostro paese, invece, per la classe dirigente che ci governa e, purtroppo, anche per le persone che hanno un passato rispettabile e ora ne fanno parte, sono concetti del tutto desueti.

23 agosto 2002

 

 

 

 

Redazione

Sito ottimizzato per una risoluzione 800x600