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Se Berlusconi fosse francese
di Elio Veltri
Il ministro francese
dell’Economia Hervé Gaymard, quarantaquattrenne,
amico di Chirac, padre di 8 figli, è stato costretto
alle dimissioni, da un’azione congiunta della
stampa, dell’opposizione socialista e del segretario
del suo partito. Cosa aveva combinato di tanto grave
da essere costretto a lasciare?
Aveva occupato per cinque giorni, a carico dello
Stato, un appartamento di 600 metri quadrati e aveva
raccontato un paio di bugie, affermando
pubblicamente di essere nullatenente, mentre era
proprietario di due case, una di 200 metri quadrati
a Parigi, fittata ad un amico e l’altra in Bretagna.
Insomma, nella Francia governata dal centrodestra,
un solo caso simile alle centinaia della affittopoli
italiana, ha costretto un ministro giovanissimo e
con un grande avvenire, a troncare la carriera
politica.
Gli inviati dei nostri giornali, vedi Corriere della
sera, hanno trattato l’argomento con grande
severità, il che evidenzia ancora di più quanto
comunemente avviene nel nostro Paese dove, casi
analoghi, moltiplicati per centinaia, riservano a
chi li solleva, trattamenti sprezzanti e, comunque,
finiscono sempre in gloria e a tarallucci e vino.
Negli stessi giorni, nella stessa Europa, nel Paese
fratello e cioè nel nostro, una storia di ben altra
portata, coinvolge l’intera famiglia (quella che
conta) del capo del governo. I magistrati di Milano
che indagano da alcuni anni sull’acquisto di enormi
quantità di film americani da parte di Mediaset,
scoprono che con una serie di operazioni,
utilizzando società off shore collocate nelle
isole Vergini, il capo del governo è riuscito a
trasferire centinaia di miliardi ai due primogeniti,
Marina e Piersilvio, con l’aiuto di Livio Gironi,
tesoriere della Fininvest, senza pagare le tasse. I
magistrati milanesi, Alfredo Robledo e Fabio De
Pasquale, che indagano 14 persone, tra le quali
Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e i due figli
maggiori del capo del governo, per i reati di
appropriazione indebita, frode fiscale, falso in
bilancio e riciclaggio, hanno fatto centro,
raccogliendo la testimonianza dell’avvocato inglese
David Mackenzie Mills, anch’egli indagato, il quale
racconta: «In una villa, che credo fosse la casa di
Berlusconi, Gironi mi disse che bisognava fare
un’operazione il cui scopo fondamentale era
destinare una parte del patrimonio privato di Silvio
Berlusconi ai figli del suo primo matrimonio.
Il documento l’ho scritto io - dice Mills - con le
indicazioni che mi ha dato Gironi. Fu lui a dirmi
che la cosa doveva restare assolutamente riservata e
quindi era necessaria una banca fuori d’Italia. Fu
sempre Gironi a sottolineare che i figli sarebbero
stati i beneficiari ma la gestione pratica doveva
essere soggetta al consenso di Silvio Berlusconi,
che nel documento viene denominato X». «Mi è stato
anche detto - prosegue l’avvocato inglese - che il
documento non sarebbe stato firmato da Silvio
Berlusconi, ma dai due figli, che così avrebbero
assunto il doppio ruolo di costituente e di
beneficiario. Inoltre si voleva legare la
possibilità di compiere atti di disposizione al
consenso di alcune persone di fiducia di Silvio
Berlusconi: intendo dire Gironi, Foscale e
Confalonieri che rappresentavano la volontà di
Berlusconi». La storia ha anche un’appendice: plichi
contenenti documenti delle rogatorie aperti dai
funzionari del ministero di Castelli prima che li
vedessero i magistrati titolari delle indagini;
ostacoli alla richiesta di rogatorie alle Bahamas,
che poi hanno risposto ugualmente; testimonianze di
una dozzina di dipendenti di Mediaset i quali hanno
detto ai magistrati che negli anni 80 e 90 era
usuale gonfiare i prezzi di acquisto dei film
americani per evadere il fisco e costituire fondi
neri. Insomma un impero, che nella ipotesi più
benevola, è diventato tale falsificando i bilanci ed
evadendo le tasse.
Con tutta la buona volontà e le attenuanti
possibili, che vanno dalla legittima difesa
dell’evasione (come la definisce il Cavaliere) per
un fisco troppo esoso, ad un infinito amore per i
figli di primo letto, non ce la sentiamo di mettere
sullo stesso piano l’affitto di cinque giorni a
carico dello Stato, dell’improvvido ministro Gaymard
e la Dallas story della famiglia Berlusconi.
Eppure, il povero Gaymard è stato costretto a
dimettersi nonostante gli otto figli da mantenere e
a Berlusconi, nessuno ha osato chiedere le
dimissioni.
Quando si dice che tutto il mondo è Paese si dice
una gran balla. In realtà, l’ultima storia in ordine
di tempo, spiega tutta la contrarietà a ripristinare
una sia pur minima sanzione penale efficace per il
reato di falso in bilancio e la determinazione con
la quale gli uomini di Berlusconi sostengono
l’approvazione immediata della legge «Salva-Previti»,
perché si arrivi alla prescrizione di tutti i reati
dei processi in corso.
Naturalmente l’impunità che il capo del governo
assicura a se stesso e ai membri della sua famiglia,
si estende anche ad altri esponenti della
maggioranza. Berlusconi per garantire se stesso deve
garantire anche i suoi collaboratori e così tutto si
tiene. Sirchia, ad esempio, non si dimette. Eppure i
fatti che gli vengono contestati sono certamente più
gravi dell’imprudenza commesa dal ministro francese.
Ma nel nostro Paese nulla oramai fa scandalo e
nessuno pensa seriamente di chiedere conto al capo
del governo e ai suoi collaboratori dei loro
comportamenti.
pubblicato su
l'Unità del 27 febbraio 2005 |