LA VIA INTITOLATA a Craxi costituisce
l ’ e s o rdio peggiore del Partito democratico
in Campidoglio. E anche questa
volta, il gesto di buonismo, è seguito
dalla risposta sferzante di Stefania Craxi
la quale pretende da Ve l t roni le scuse
per le monetine lanciate a suo padre davanti
all’hotel Rafael. Evidentemente lei
continua a pensare che anche Veltroni,
da ex comunista, è complice o, addirittura
responsabile in prima persona, delle
disgrazie di suo padre al punto che per
quanto gli ex pci facciano, a parere della
signora, non possono rimediare se non
con una autocritica esemplare.
D’altronde, le ambiguità si pagano, e
quelle dei dirigenti democratici di sinistra
sono pervicaci. Dimenticando che
Craxi è stato condannato con sentenze
definitive per reati comuni, hanno cercato
di distinguere lo statista dal condannato
e dal latitante come se ciò fosse
possibile.
Infatti, è sufficiente leggere la
sentenza della Corte di Appello di Milano
del febbraio 2005, che cito senza
commento, riguardante la condanna di
Maurizio Raggio, per rendersi conto di
come sono andate le cose riguardo ai finanziamenti
al Psi e personali di Craxi.
A pagina 7 si legge: «il giudice di primo
grado tuttavia rileva che nei suoi corposi
memoriali Craxi si è sempre guardato
dall’accennare alla disponibilità dei Conti
International Gold Coast e Costellation
Financiere, che all’epoca non erano ancora
stati scoperti e costituivano per lui
un importante “tesoretto” riposto nelle
fidate mani, prima di Tradati, poi di Raggio».
A pagina 8 si legge: «Quasi in contemporanea
(nel gennaio 1993) vi era
stato l’incontro fra Craxi, Tradati e Raggio.
Nel frattempo l’imputato aveva informato
Craxi del reperimento dell’avvocato
messicano Vallado, disposto dietro
compenso di 110.000 dollari, a fungereda prestanome per lo svuotamnento del
conto International Gold Coast, le cui
giacenze erano finite (sempre nella disponibilità
di Raggio): per metà, sul conto
intestato alla Farbin presso l’istituto Bancomer
delle isole Cayman, previo passaggio
su un conto di transito che la fiduciaria
Javier aveva messo a disposizione
presso la S.B.S. di Ginevra , utilizzando
il nome in codice “Julfer” per individuare i fondi oggetto di trasferimento;
per metà sul conto intestato alla società
panamense Macin Holding presso la
banca Pichet& Cie, indi sul conto intestato
a Higland Retreat Investiment presso
la Pictet Bank Trust di Nassau».
Come si vede, passaggi a non finire
nei paradisi fiscali per far perdere le
tracce del denaro sporco.
A pagina 10 si
legge: «L’imputato ha sostanzialmente
ammesso che nella primavera o forse
nell’estate del 1993 si era recato ad Hammamet
a trovare Craxi, il quale gli aveva
annunciato la disponibilità di una partita
di C.C.T. e gli aveva chiesto di cambiarli.
Le consegne erano avvenute in tre occasioni.
Andata felicemente in porto la prima
operazione, Craxi aveva consegnato a
Raggio altri titoli di eguale natura. Le
nuove consegne erano avvenute nell’autunno-
inverno del 1993 in Francia, presso
un’abitazione che il figlio di Craxi,
Bobo, aveva affittato sulla Costa Azzurra.
Nel complesso, Raggio ammetteva di
avere ricevuto titoli di Stato per un ammontare
quantificabile in poco più di 10
miliardi di lire».
Complessivamente, secondo i giudici
milanesi, il “Tesoretto” era costituito da
22 milioni di franchi svizzeri (conto Costellation),
da 15 miliardi di lire (conto
Gold Coast) e 10 miliardi in C.C.T . «I
responsabili amministrativi del partito
(segnatamente Balzamo) e tutti gli altri
soggetti coinvolti nel sistema delle tangenti
- affermano i giudici - hanno unanimemente
riconosciuto il ruolo di Deus
ex machina di Craxi nel controllo (attraverso
i suoi fiduciari) dei fondi illeciti».
Tutto questo è stato ignorato e soprattuttoè stato ignorato che mezzi sporchi,
come amava ripetere Paolo Sylos Labini,
sporcano anche i fini e che il machiavellismo
deteriore ha determinato la separazione
netta tra etica e politica, con la
conseguenza che comportamenti censurati
e sanzionati, anche con l’espulsione
dalla vita pubblica in tutte le grandi democrazie,
nel nostro paese sono diventati
medaglie da esibire
per far carriera.
Porto in tasca la tessera
di mio padre del
partito D’Azione, confluito
poi nel Psi e mortolombardiano. Per tradizione familiare
mi sono iscritto al Psi di Pietro Nenni nel
1957. Nel 1976, anno di nomina di Craxi
a segretario, il vecchio patriarca socialista
a Eugenio Scalfari che gli chiedeva: «Cosa
farebbe se avesse qualche anno di meno?». Rispondeva: «Cosa farei? Vorrei che
il partito desse preminenza alla questione
morale. Sì, esiste una questione morale.
Come negarlo? Finchè non la si affronta è
inutile sperare d’affezionare il popolo alle
istituzioni». Sono uscito dal Psi il 3 ottobre del 1981 sulla questione morale. Dopo
due giorni, Natali, inventore del sistema
ambrosiano delle tangenti, su ordine
di Craxi, con un semplice telegramma,
senza neanche ascoltare gli “ imputati”,
per “attività frazionista” ha cacciato Tristano
Codignola, Enriques Agnoletti,
Franco Bassanini, Paolo Leon, Gianfranco
Amendola, Renato Ballardini, A ntonio
Greppi e altri, tutti membri del comitato
centrale. Craxi era furibondo perché
pensava che avessimo “complottato” con
il Pci e ci bollò con parole di fuoco: «piccoli
trafficanti e girovaghi della politica».
Giornali come Der Spiegel e le Monde attaccarono
il segretario. Anche De Martino,
Bobbio, Bocca, Giolitti, Arfè, Galli della
Loggia, presero le nostre difese.
La diaspora socialista dell’era Craxi
iniziò da lì. La vulgata che assegna alla
persecuzione giudiziaria la responsabilità
della scomparsa del Psi non conosce la
storia ed è ridicola. Il partito nato a Genova
nel 1892 aveva resistito alle persecuzioni
di Crispi, alle cannonate di Bava
Beccaris, agli anni di galera comminati
ai dirigenti a cominciare da Turati, alla
ferocia delle persecuzioni fasciste e naziste,
alla repressione staliniana.
Nessun
Di Pietro di questo mondo avrebbe potuto
scalfirne l’autorevolezza morale e il
legame profondo con il popolo se fosse
stato un partito solo lontanamente somigliante
al rigore morale e allo stile di
vita dei fondatori. Purt roppo così non
era e nonostante il socialismo abbia
avuto ragione dalla storia e dalla politica,
ha dovuto soccombere al cancro della
corruzione, diffuso come una metastasi
in quello che era stato un corpo
vigoroso e pulito.