Registr. Trib.Firenze Nr.5375
 
Ultimo Aggiornamento Giovedì, 19 Luglio, 2007 18:47
                                   
 
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19 luglio 1992/19 luglio 2007
Morti Per Niente?
Di Elio Veltri

 

In due mesi, quindici anni fa, la mafia( da sola?) ha assassinato Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, con le scorte: Antonio Montinari, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Emanuela Loi, Agostino Catalano,Walter Cusina, Cludio Traina e Vincenzo Limuli. Mentre del primo attentato si conoscono almeno gli esecutori materiali e i mandanti, del secondo finora non si sa molto e la procura della repubblica di Caltanissetta, proprio alla vigilia della ricorrenza, ha fatto sapere di avere ancora in corso indagini sui “mandanti a volto coperto” e sui “servizi segreti deviati”. Devo dire che non ho alcuna speranza che la magistratura ne venga a capo. Se non c’è riuscita in quindici anni, perché dovrebbe riuscirci ora, in un clima di abbandono totale e di disinteresse della politica per la lotta alla mafia? In questa Bazzecola, triste e piena di sconforto, ma anche di rabbia, voglio ricordare i due magistrati amici, autorevoli, competenti, autonomi da tutti i poteri e da tutte le consorterie, morti per il paese, a causa del senso innato del dovere.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino due vite parallele, un destino comune. Entrambi lavorano per anni in silenzio concedendosi raramente ai mass media. Entrambi, dopo avere giocato insieme da ragazzi, iniziano negli uffici della provincia siciliana. Falcone come pretore a Lentini, poi sostituto a Trapani e giudice in quel tribunale. Arriva a Palermo nell’ufficio istruzione diretto da Rocco Chinnici che nel 1983 viene assassinato dalla mafia. Paolo Borsellino inizia come giudice a Enna, quindi a Mazzara del Vallo come pretore e poi a Marsala. Nel 1975 è giudice istruttore a Palermo. Entrambi arricchiscono la loro esperienza svolgendo funzioni diverse: pretori, pubblici ministeri, giudici. La meticolosità delle indagini e la serenità nella valutazione dei fatti, anche quando cominciano a parlare con i “ pentiti”, costituiscono un tratto distintivo della loro professionalità. Entrambi sono servitori dello Stato, in una terra in cui servire lo Stato è difficile perché è percepito dai più come un nemico. Perché storicamente è rappresentato dai prefetti, dai carabinieri e dagli esattori delle tasse. Entrambi sono conoscitori profondi della loro terra, della cultura, della simbologia, del linguaggio fatto di metafore e di allusioni. Sono conoscitori del potere: di quello dello Stato che dovrebbe essere legale e non lo è e di quello di Cosa Nostra che con il primo si è costantemente intrecciato e accordato.

Entrambi lavorano gomito a gomito nel Pool che dal 1983 al 1988 Antonino Caponnetto dirige da quando, alla morte di Chinnici, decide di trasferirsi da Firenze a Palermo. Entrambi si scontrano con la politica e con una parte della magistratura. Entrambi subiscono le prepotenze e le angherie del procuratore di Palermo Giammanco, il quale non si sa se serve lo Stato repubblicano o un altro stato. Entrambi entrano presto nel mirino di cosa Nostra perché ne capiscono le trasformazioni, la rilevanza mondiale , la potenza economica e i meccanismi per costruirla. In una intervista del 1983, al mensile Frigidaire diretto da Vincenzo Sparagna, Falcone anticipa con lucidità impressionante la potenza economica della mafia in molti paesi del mondo e ne descrive le connessioni. Entrambi sanno che il loro destino è segnato eppure continuano a lavorare in apparente normalità. Esattamente come aveva fatto Giorgio Ambrosoli, “eroe borghese”.

Entrambi nell’estate del 1985 vengono trasferiti d’urgenza all’Asinara perché a Palermo il tritolo era già pronto e alla fine dell’avventura hanno pagato allo Stato il conto del vitto e dell’alloggio, senza fiatare. Entrambi subiscono accuse infamanti e sabotaggi dal CSM e dai colleghi, oltre che dai politici collusi e tolleranti con Cosa Nostra. Quotidiani come il Corriere, il Giornale, il Giornale di Sicilia si scatenano contro i “professionisti” dell’antimafia, ma il colpo di grazia arriva dà Leonardo Sciascia con l’articolo del 10-1 87 “ IL partito dell’antimafia” che scatena una vera canea contro i due magistrati. Falcone, umiliato, viene nominato procuratore aggiunto di Giammanco a Palermo. Borsellino viene nominato procuratore a Marsala e quando torna a Palermo subisce,anche dopo l’assassinio di Falcone, e fino alla mattina dell’attentato, il veto di Giammanco a occuparsi della mafia di Palermo. Inopinatamente, alle 7 di quella mattina di domenica, il procuratore ostile lo chiama a casa per dirgli che da quel giorno si potrà occupare anche della mafia di Palermo. La telefonata imprevista e inspiegabile almeno per il giorno e l’ora, si conclude con l’affermazione di Giammanco“ la partita è chiusa” e con la risposta perentoriadi Borsellino: “ la partita è aperta”.

Forse allora la partita era ancora aperta.

Oggi è difficile affermarlo dal momento che persino magistrati quotidianamente impegnati sul fronte della mafia, affermano senza reticenze che la guerra con la mafia è persa. Organizzazioni mafiose, intellettuali ipergarantisti, ceto politico colluso o indulgente, organi di informazione, hanno lavorato e scavato il tessuto democratico perché la partita si perdesse. Brecht ha scritto: guai a quel paese che ha bisogno di eroi! Ma se i servitori leali dello Stato vengono delegittimati e assassinati normalità e stato di diritto vengono meno e diventano eroi malgrado loro. Roberto Scarpinato, sostituto procuratore di Palermo, in un articolo su Micromega dal titolo “ Il Dio dei mafiosi” ha raccontato che un pentito in un momento di sconforto gli ha detto:” Non si illuda signor giudice, è tutto inutile: ritorneranno con una pelle diversa per rendersi irriconoscibili, ma ritorneranno come sempre”. E poi passando al dialetto, la lingua del cuore, ha aggiunto:” Chista è erba ca crisci e sfunna u cemento. Sulu u signuruzzu, si voli, ci pò’”. Purtroppo sono tornati e si sono travestiti da imprenditori e finanzieri. Fanno studiare i figli ad Harvard. Parlano inglese e usano internet. Muovono milioni di euro e di dollari e comprano tutto. Anche la politica. Ai pochi che non ci stanno spetta un compito immane: sdradicare l’erba e spargere il sale perché nella città della violenza, del malaffare, della corruzione, della illegalità, non crescapiù niente. Sembra impossibile, ma bisogna provarci. E’ questo l’unico modo per onorare Falcone e Borsellino. Per non dovere ammettere, sconfortati, che il loro sacrificio e quello di tanti altri è stato inutile.