<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Castelli, legge boato, riforma della giustizia
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Castelli, il servilismo e l'astrofisica
 
di Elio Veltri
 

Tra le varie forme di servilismo: per interesse, gratitudine, amore, ve n'è una che Paolo Sylos Labini chiama «servilismo da abiezione», spesso non richiesto e nemmeno gradito dai beneficiari.

Il caso delle rogatorie, riguardanti Berlusconi, Confalonieri e altri che, con la sospensione dei processi, prevista per le alte cariche dello Stato, c’entra come i cavoli a merenda, è tipico di questa forma di servilismo.

 Anche se Castelli di procedura penale ne sa quanto io so di astrofisica, sarebbe stato sufficiente leggere la legge approvata, per evitare l’ennesima brutta figura (come quella fatta ieri al Senato quando è stato costretto a ingranare la retromarcia) e un altro problema al governo, che di autogol ne fa tutti i giorni.

Forse chiedere al ministro della Giustizia di leggere gli interventi dei suoi compagni di maggioranza al Senato e alla Camera, prima di bloccare le rogatorie, sarebbe stato troppo, perché faticoso, ma avrebbe almeno potuto leggere l’articolo 1 della legge e parlare con il sottosegretario Vietti, che aveva seguito i lavori parlamentari a nome e per conto, pensiamo, del ministro e del governo. Riassumendo, anche per Castelli, l’iter della legge e i contenuti degli interventi dei parlamentari della maggioranza, le cose sono andate così.


Al Senato, il 4 Giugno, Schifani ha infilato nella proposta di legge Boato, attuativa dell'articolo 68 della Costituzione, operazione che dal 1993, inutilmente, il Parlamento cercava di compiere, l'emendamento che ne è diventato l'articolo 1 e che garantisce a Berlusconi l'impunità.

 La legge è stata approvata, in via definitiva, dalla Camera, a tamburo battente, il 18 giugno, in tempo utile per evitare a Berlusconi di ritornare davanti ai giudici di Milano: il che significa che l'opposizione, pur prendendo le distanze, ha lasciato che la legge fosse approvata rapidamente. Poiché le preoccupazioni della maggioranza per l'incostituzionalità della legge erano evidenti e uno degli articoli della Costituzione violati è il 112, riguardante l'obbligatorietà dell'azione penale da parte dei pubblici ministeri, i senatori e i deputati intervenuti nel dibattito e in particolare il sottosegretario Vietti, i relatori Boscetto (Senato), Mazzoni (Camera) e Donato Bruno, presidente della Commissione affari costituzionali della Camera, si sono adoperati, con ripetuti interventi, per dimostrare che l'articolo 112 della Costituzione veniva rispettato dal momento che i magistrati avrebbero potuto tranquillamente e liberamente avviare il procedimento penale, concludere le indagini preliminari fino al rinvio a giudizio e che solo i processi venivano sospesi e la sospensione era del tutto momentanea.

Sulla stessa linea si sono attestati: Borea, Compagna, Schifani, Ziccone, Nania al Senato e Nitto Palma, Mormino, Taormina, Giandomenico, Dussin, e Cola alla Camera, il quale ha protestato perché il testo prevedeva il via libera alle indagini preliminari. Dopo tanti sforzi per dimostrare che la legge non è incostituzionale, arriva come un elefante in una cristalleria, il ministro ingegnere e fa esattamente il contrario: blocca le rogatorie e di fatto dice che i pm non possono nemmeno indagare. La reazione dell'Udc è stata violenta, non solo perché Vietti ci aveva messo la faccia, ma perché, lo sanno anche i bambini, l'intervento del ministro, per la Corte Costituzionale, è come il cacio sui maccheroni. A questo punto c'è da chiedersi se Castelli è solo affetto da malattia da abiezione nei riguardi di Berlusconi o c'è dell'altro, dal momento che il siluro agli alleati e al governo è evidente. Troppi sono oramai gli sgambetti di Bossi ai democristi, come li chiama lui, per non ritenere che anche quest'ultima mossa di Castelli, al di là dell'ignoranza per le questioni giuridiche, che lo contraddistingue, non rientri nella guerra che si è scatenata e che si consuma con pervicacia, con la speranza reciproca che qualcuno dei contraenti rimanga con il cerino in mano.


L'ultimo aspetto davvero strano di tutta la vicenda riguarda la posizione di Pecorella, il quale ha dato ragione a Castelli. L'avvocato di Berlusconi non è Castelli e non può non sapere. Ha taciuto in Parlamento, ha lasciato approvare un testo di legge che permette ai pm di indagare, non ha presentato emendamenti e tutto questo si capisce. Ha lavorato nell'interesse di Berlusconi, per evitare che una lettura aggiuntiva della legge, provocata da un solo emendamento, potesse allungare i tempi e obbligare Berlusconi a presentarsi in tribunale il 25 Giugno, consentendo ai giudici milanesi di andare a sentenza. Fin qui tutto chiaro. Ma perché ora difende Castelli? Forse perché difendere un collega di governo che non si stima, colleziona brutte figure, e poi sostituirlo, è più facile e anche più elegante.
Come si vede, ciascuno degli inquilini della cosiddetta Casa delle libertà, conduce il suo gioco, mentre il Capo compone canzoni con Apicella e lascia che i ragazzi si sfoghino, perché tanto, solo quando ritiene che la ricreazione è finita, ha argomenti convincenti per richiamarli all'ordine.