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giovedì 16 marzo 2006 12.12.05 |
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Il passo lento della giustizia di Elio Veltri L’inaugurazione dell’anno giudiziario ha evidenziato con chiarezza le responsabilità del governo e del ministro nei confronti della magistratura, ma è mancata una riflessione, non più eludibile, sui comportamenti di molti magistrati, anche quando non configurano reati, e sulla necessità di adottare misure severe nei confronti di chi sbaglia. La frattura tra governo e magistratura si è allargata anche per i comportamenti del ministro, il quale non solo non misura le parole e accusa i magistrati di essere come i Cobas, ma non si rende conto di essere il peggior ministro della storia della Repubblica.
Le leggi ad personam, gli attacchi continui alla magistratura con il fine evidente di delegittimarla e di dividerla, il tentativo di stravolgere il dettato costituzionale con l’obiettivo di declassare a funzionari i magistrati (a questo proposito ricordo un convegno del 1962 organizzato da Maranini a Firenze con il titolo significativo di «Magistrati o Funzionari?», per sottolineare come nella cultura liberale, dalla rivoluzione inglese del 1688-9, la magistratura è stata sempre considerata un potere insostituibile della democrazia), sono opera di questo ministro.
L’altra questione che si aggrava di anno in anno è quella del numero dei processi e dei tempi che si allungano sempre più. Per la verità, riguardo a questo punto, le responsabilità non sono tutte di Castelli, anche se il ministro non fa nulla per porvi rimedio. Infatti, come ha più volte sottolineato il procuratore generale Favara , responsabile dell’allungamento dei tempi, soprattutto del processo penale, è la legislazione approvata negli anni scorsi, anche dal centro sinistra. I dati sono questi: 2424 condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, mai applicate, su 3500 casi in tutta l’Unione; 1959 giorni la durata media dei processi penali, con allungamento di 132 giorni nel 2003 rispetto all'anno precedente, dei quali ben 543 in Appello; 8 milioni di processi civili e penali pendenti. Una catastrofe.
Mi soffermo sul processo penale perché, con l’approvazione delle sezioni stralcio nella scorsa legislatura, qualche miglioramento nelle cause civili si è registrato, ma anche per l’impatto che ha sull’opinione pubblica il processo penale. Esso riguarda reati ad alta pericolosità sociale, ha un forte impatto emotivo, in molti casi richiede la carcerazione preventiva, comporta un elevato rischio di mortificazione e di emarginazione dei cittadini coinvolti, nei casi di reati finanziari (vedi Cirio e Parmalat) le conseguenze si ripercuotono su migliaia di famiglie. Ebbene, i rimedi per ridurre i tempi drasticamente, non vengono neppure presi in considerazione e in Parlamento non sono depositate proposte di legge a riguardo. Mi riferisco alla necessità di limitare l’accesso all’Appello, come avviene nei paesi anglosassoni a rito accusatorio, di stabilire l’esecuzione provvisoria delle sentenze di primo grado; di modificare il sistema delle impugnazioni e l’istituto della prescrizione. Nulla di tutto questo è previsto nemmeno dal centrosinistra, nonostante le proposte di giuristi, di magistrati in servizio e di ex magistrati, con straordinarie esperienze alle spalle. Ho letto con curiosità il manifesto dei Ds pubblicato dall’Unità e, sull’argomento, non dice nulla.
A proposito del processo penale è detto che si propongono riforme «per la semplificazione del sistema delle notificazioni». Cosa significa? La domanda è: si vuole intervenire sulla struttura del processo o no?. Quanto ai comportamenti di molti magistrati, se la magistratura non vuole fornire il destro ai suoi detrattori, sono necessari prese di posizione nette dell’Associazione Nazionale Magistrati e interventi rapidi e severi del Csm.
A leggere l’articolo di Gianni Barbacetto su Diario del 15 gennaio,
riguardante il caso Parmalat, all’interno del quale si dipanano i
rapporti tra Antonino Rizzone, «amico e socio di mafiosi siciliani»,
«organico ai corleonesi» e un gruppo di magistrati noti e che
ricoprono incarichi di grande responsabilità, c’è da trasecolare. Ma
anche Sandra Amurri, dell’Unità, che conduce una inchiesta della
quale è titolare il magistrato Woodcock a Potenza, avvolta dal
silenzio dei media, scrive di «relazioni pericolose di due
magistrati». |
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Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line |