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Periodico on line registrato presso tribunale di Firenze n°5375 |
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....il problema è questo impasto terribile tra mafia, politica, convenienze di partito, cecità.....Noi, persone perbene, abbiamo anche altro a cui pensare: ai figli, al viaggio da fare, al libro da leggere… questi pensano solo alla loro impunità e hanno i
soldi per pagare persone che pensino solo alla loro impunità. Siccome la storia alla fine la scrive chi parla per ultimo, dobbiamo essere instancabili. Perché loro sono instancabili....
Intervista a Nando Dalla Chiesale origini del movimento Antimafia, qualche ricordo, Milano, la Sicilia di oggi, la Sicilia di 'allora'...di Francesca MaurriDomanda- Senatore dalla Chiesa, quando e come è nato il movimento antimafia? Risposta - E’ nato all’inizio degli anni ‘80, dopo la morte di Pio La Torre (segretario del PCI siciliano ucciso a Palermo il 30 aprile del 1982, ndr.) e di mio padre (prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso a Palermo il 3 settembre 1982, ndr.). Non c’era più un movimento antimafia dall’epoca delle lotte contadine, che sono degli anni ’40, primissimi anni ‘50. Con la fine della mafia rurale e con il trasferimento in città della gestione della spesa pubblica, soprattutto nella Regione Sicilia, non c’era più il soggetto collettivo capace di rispondere alla mafia, non c’era più il movimento contadino che chiedeva la terra e identificava con la mafia una proprietà terriera e un parassitismo nella gestione della terra da parte dei gabellotti. Nasce un soggetto collettivo costruito sul cittadino. In molti allora dileggiavano questa ipotesi, che si potesse costruire un movimento antimafia senza basarsi classe operaia. Ma la classe operaia non era molto estesa in Sicilia. E in realtà fu proprio la crescita della dimensione del cittadino, fra i giovani, a fare poi da spina dorsale al movimento. Quello che io allora chiamavo “il movimento dei sedicenni” era davvero il movimento antimafia, con i loro insegnanti, i loro preti, i loro giudici di riferimento… ma erano fondamentalmente loro, i giovani. Quel lavoro che è stato compiuto dopo il settembre dell’82, a cui personalmente mi dedicai anima e corpo, per molti anni è stato la vera incubazione del movimento antimafia, che ragionava sul ruolo della scuola, dell’informazione, della cultura, del cinema, della letteratura… sul ruolo della chiesa, che avrebbe poi portato al documento “Educare alla legalità” - che oggi forse la CEI non farebbe più visto che si preoccupa delle intercettazioni telefoniche…C’era una riflessione anche sulla cultura e sul linguaggio, sul rapporto tra istituzione politica e mafia, su economia e mafia. È stato un fiorire di analisi, che hanno dato corpo ad una nuova cultura antimafia che poi ha trovato il secondo momento di slancio, con un carattere maggiormente politico, a ridosso delle stragi del ‘92 (l’uccisione di Falcone prima e Borsellino poi ndr.). Ma non sarebbe stato possibile disporre di una capacità di reazione così elevata se non ci fossero stati anni di lavoro. Non dimentichiamoci che i ragazzini se reagirono in quel modo alla morte di Falcone, fino a sei, sette anni prima giocavano a simulare l’omicidio di Falcone con i gessetti per le strade. Ho ancora il ricordo di un amico, con la barba, giovane, che andò da un meccanico per farsi aggiustare la macchina e che trovò una resistenza astiosa perché era stato scambiato per Falcone. Questo (episodio) mi è venuto in mente dopo che la settimana scorsa a Locri mi è stato raccontato che una delle vittime sconosciute, silenziose di Locri era un meccanico che aveva avuto il torto di aver riparato la macchina ad un carabiniere. Noi su questo dobbiamo riflettere, su quanto sia duro costruire una cultura antimafia. All’epoca ragionammo molto sull’informazione. L’omicidio di Fava (Giuseppe Fava, direttore dei Siciliani, ucciso il 5 gennaio 1984 a Catania, ndr.) fu un punto di svolta. Ci furono le ricerche di Graziella Priula a Catania su questo tema, le mie polemiche da Società Civile col Corriere della Sera, ci furono i processi che subii 2, 3 volte per reati di opinione, per aver difeso Falcone dagli attacchi della stampa del nord.Alcune analisi vennero portate anche a convegni organizzati dall’ONU, su informazione e mafia. Ci fu un impegno che forse oggi non viene considerato abbastanza. Quando mi dicono “il movimento antimafia è esploso nel ‘92/’93”, è esploso si, ma nella sua nuova fase, dovuta, purtroppo, alla duplice tragedia, ma grazie a tutto ciò che era stato costruito in precedenza. Sennò La Rete (movimento politico nato nel 1991/92 che raccoglieva i più autorevoli esponenti del movimento antimafia, tra i cui fondatori c’erano Leoluca Orlando, Nando dalla Chiesa, Carmine Mancuso, Claudio Fava, Diego Novelli, Alfredo Galasso, ndr.) sarebbe stato un movimento tipicamente palermitano; invece ebbe tutto l’apporto di Milano, Torino, Trento e di tante altre città italiane. Pensiamo anche a quello che costituì un libro come Delitto Imperfetto (il libro sull’omicidio dalla Chiesa scritto dal figlio due anni dopo l’evento, ultima ed. Editori Riuniti 2002) per denunciare le responsabilità politiche di Andreotti. Non ci fu bisogno di arrivare al “processo Andreotti”, nel libro di un familiare di una vittima c’era già scritto questo. Il libro vendette 150 mila copie, non fu una cosa passeggera nell’editoria italiana, nonostante tutti gli ostruzionismi che subì. Pensiamo anche a padre Pintacuda (Ennio Pintacuda, gesuita, recentemente scomparso, fondatore della scuola politica Centro Studi Sociali di Palermo, ndr.), ma anche padre Sorge (Bartolomeo Sorge, gesuita, direttore del Centro Studi Sociali, di cui si può leggere una recentissima intervista su L’Unità http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=ARKINT&TOPIC_TIPO=I&TOPIC_ID=46022, ndr.); ricordiamoci quando nell’86 le parrocchie disdissero l’abbonamento a Famiglia Cristiana. D- I parroci si schierarono contro Famiglia Cristiana perchè non sosteneva la lotta alla mafia? D- Perché è importante per la lotta a Cosa Nostra avere una solida cultura antimafia? R- Perché non è possibile costruire un movimento se non c’è la consapevolezza del pericolo che rappresenta la mafia, se non c’è una cultura civile che possa sostenere una reazione organizzata, se non si capisce ognuno che cosa può fare. È importante che ognuno senta che può fare qualcosa. Voi non vi rendete conto quanto ci si senta soli, colpevoli… questo è il dramma. Chi lotta contro la mafia si sente in colpa, il familiare si deve sentire in colpa, gli devono far pesare che vuol fare il protagonista, gli devono far pesare che vuol far carriera sul sangue del padre, del figlio, della fidanzato, delle madre, cercano di colpevolizzarlo. A volte, basta una stretta di mano. Quello che avete fatto voi, dicevo a quei tempi, è sostegno, è forza, non è umanità ostile. La cultura antimafia prende mille rivoli, a volte ha una capacità d’impatto molto forte, a volte funziona per uno sguardo, per aver detto “ho letto il suo libro”. Mi ricordo che una volta sull’autobus a Milano vidi una ragazza che leggeva “Il giudice ragazzino” (Einaudi, 1992) e ho fatto questo percorso mentale. Carmine Mancuso (poliziotto, figlio di Lenin Mancuso, maresciallo di polizia, ucciso insieme al giudice Cesare Terranova, a Palermo il 25 settembre 1979, ndr.) mi chiama e mi dice “hanno ucciso un giudice ad Agrigento”. No si ricordava il nome. Tutti e due sentivamo questo senso di colpa durante la telefonata, perché avevamo sempre “detto bisogna sostenere i giudici antimafia facendogli sentire l’appoggio dell’opinione pubblica nazionale”. Di questo (giudice) non ne sapevano il nome, non lo avevamo neanche calcolato, la teoria dei riflettori non aveva funzionato. Falcone diceva “Chi, fra un anno, si ricorderà di Rosario Livatino?”. Allora, decido di scrivere un libro su Livatino. Il libro viene presentato a Torino, nelle stesse ora in cui ammazzano Falcone a Palermo. Con questo carico di storia, io poi vedo una ragazza a Milano, seduta sull’autobus, che legge il libro. E capisco cosa vuol dire la cultura, capisco quello che mi disse Corrado Stajano: “Non hai idea, la scrittura arriva dappertutto, come l’acqua. Arriva dove tu non credi”. Ed è così. Arriva.Un altro esempio, recentemente ho scoperto che una ragazza ha letto Delitto Imperfetto perché l’ha trovato nella biblioteca dei suoi genitori. Noi abbiamo in questo senso un compito importante nella costruzione della cultura antimafia. Dobbiamo essere instancabili. Domani (16 cm, ndr.)torno a Roma, al Senato, contrariamente alle mie abitudini, perché la Commissione Antimafia ha preparato la relazione conclusiva della legislatura in cui ci sono decine e decine di pagine a sostegno di Andreotti. In Commissione non abbiamo mai discusso la questione di Andreotti! L’Antimafia deve far la relazione sui suoi lavori. Qui, a freddo, è stato infilato un giudizio a favore di Andreotti e contro Caselli, per fare in modo che si possa dire che la Commissione Antimafia assolve Andreotti, anche in sede politica. Allora, io domani vado e farò un intervento. Non ti devi stancare mai perché loro sono instancabili. D- Non ho capito la questione di Andreotti: che c’entra con la Commissione Antimafia? R- La commissione antimafia fa una relazione finale… Ma ovviamente fa la relazione sui risultati dei suoi lavori, non su quello che pensa in Presidente della Commissione. Questo non ha senso dal punto di vista parlamentare. Allora, se tu vai a Napoli, a Siracusa, a Genova e poi relazioni al Presidente, lui ha il dovere di fare uno sforzo di sintesi. Ma di Andreotti non abbiamo mai parlato, non è mai stato all’ordine del giorno, come fanno ad esserci decine di pagine su Andreotti? D- Vuol dire che nella relazione di fine legislatura della Commissione Antimafia ci sono decine di pagine di commento su Andreotti senza che la Commissione ne abbia mai discusso? R- Si, sul processo Andreotti, sulla persecuzione dei magistrati. Io questo non lo consento. Noi, persone perbene, abbiamo anche altro a cui pensare: ai figli, al viaggio da fare, al libro da leggere… questi pensano solo alla loro impunità e hanno i soldi per pagare persone che pensino solo alla loro impunità. Siccome la storia alla fine la scrive chi parla per ultimo, dobbiamo essere instancabili. Perché loro sono instancabili. (si può leggere un articolo di Nando dalla Chiesa su questa questione sul sito www.antoninocaponnetto.it ) D- Torniamo alla Sicilia. Come mai questa terra, a parte rarissimi casi, Orlando, La Torre, non riesce ad esprimere politici degni? R- Politici li esprime… Cuffaro che tresca con i mafiosi e addirittura gli avverte delle inchieste! È una Sicilia impensabile! Mi ricordo di una trasmissione di Santoro in cui Cuffaro venne chiamato Puffaro e preso in giro da Costanzo (prima dell’attentato), perché l’onda era a favore dell’antimafia. Non dimentichiamo una cosa però, che Dell’Utri è stato eletto nel centro di Milano. Il collegio 1 di Milano ha mandato in senato Marcello Dell’Utri. Quindi, il problema è questo impasto terribile tra mafia, politica, convenienze di partito, cecità. Oggi un senatore mi diceva “certo questa mafia proprio non si riesce a sconfiggerla!”… D- Era un senatore di Forza Italia? R- No, dell’UDC. E io gli ho detto “Ma scusa, se ce l’avete in casa, ma cosa mi vieni a raccontare?”. È proprio la cecità assoluta! Questa è la ragione per cui in tutti i passaggi della vita politica le responsabilità devono essere attribuite alle persone che hanno il minimo possibile di acquiescenza nei confronti del fenomeno mafioso, il minimo di rapporti. È difficile pensare che ci sia qualcuno che non abbia mai conosciuto, o stretto la mano, che non sia mai andato ad una cena dove fossero rappresentati interessi non confessabili, sono cresciuto abbastanza per sapere che per la politica è normale. Però io voglio che siano incontri casuali, che non ci sia nessuno che ascolti la voce di chi ha riciclato, nessuno che dipenda dagli interessi urbanistici o edilizi di chi ha portato a Milano i soldi della mafia. Credo che sia importante. Un ex prefetto non può non aver avuto contatti, per la sua funzione, con gli uomini più importanti di Milano, ma non deve rappresentarli. Questa è la ragione per cui ho sostenuto la candidatura di Ferrante a Milano, ritenendo che altre candidature fossero troppo identificabili con interessi personali e quindi con esigenze di scambio sul piano degli interessi. D- E Dario Fo? R- È una grande figura del teatro e della cultura. Credo che Milano lo debba ringraziare per aver dato da premio Nobel e ad 80 anni la sua disponibilità per guidare questa amministrazione. Credo che lo debba ringraziare per tutto quello che ha fatto e anche perché si è messo in gioco e dà un valore inestimabile alle primarie di Milano, nelle quali io appoggio Ferrante perché credo che sia il candidato che può vincere. Ha già fatto il sindaco al posto di Albertini. Racconto una testimonianza importante. Ho avuto dei complimenti per la scelta di Ferrante da una sindacalista del commercio, che ha seguito la causa del licenziamento delle commesse della Coin. Era rimasta colpita da una cosa: quando le commesse andarono a fare il presidio a palazzo Marino non furono ricevute né dal Sindaco né da un assessore, quando andarono in prefettura furono ricevute e furono fatte, dalla prefettura, telefonate alla direzione generale della Coin perché il loro licenziamento venisse almeno convertito in cassa integrazione. Per la gente che soffre e che può essere buttata sulla strada da un momento all’altro queste sono esperienze importanti. D- Quindi le primarie milanesi sono come quelle nazionali? R- Sono meglio, perché non c’è uno già scelto. Ci sono più persone che si candidano a guidare Milano, sono 5 in tutto. Per noi è un fatto positivo, perché sono candidature trasversali, dove non conteranno le bandiere di partito, alla fine verrà fuori una valutazione sul migliore. Io sto cercando di fare di tutto per cui rimanga unitaria la cornice, cioè se Ferrante dovesse vincere le primarie, vorrei che tutti portassero il voto al candidato vincitore, e non prendere i voti di quelli in antitesi a Ferrante. D- Non come in Sicilia dove Latteri e Borsellino sono antitetici… R- Anche Fo e Ferrante hanno le loro polemiche. Noi non siamo abituati alle primarie, ma in America ci sono dei conflitti veri fra gli sfidanti alle primarie, ma ognuno poi vota per quello che ha vinto. D- Non si poteva evitare di espellere Orlando dalle direzione nazionale della Margherita? R- Secondo me quello è stato un errore. Orlando può aver sbagliato perché usa un linguaggio molto forte, a volte urticante, ma questo fa parte della sua cultura. Ma credere che il sindaco antimafia di Palermo, quello che ha rappresentato il punto istituzionale più alto della lotta alla mafia non stia con la sorella di Paolo Borsellino, è impensabile. È rendere onore alla sua storia, come io sono stato con il cuore con la Borsellino. Non è una polemica con la Margherita, sarebbe assurdo che un familiare di vittima non sostenesse Rita Borsellino. Nando dalla Chiesa, attualmente è senatore, eletto a Genova per la Margherita. Fa parte della Commissione Giustizia e di quella Antimafia. |
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Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line |
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