Giovedì, 28 Maggio 2020 19:03

Il Flagello impone all'umanità un cambio di passo

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Pandemie: appunti sparsi Per non dimenticare l’arretratezza del nostro quadro politico e le troppe domande inevase. Il dilagare del coronavirus in buona parte del globo ci porta a due constatazioni che, seppur apparentemente superficiali, contribuiscono ad inquadrare nella giusta luce il fenomeno. La prima, riguarda l’ampiezza del flagello. Il coronavirus non conosce i confini nazionali e neppure le ripartizioni amministrative degli stati, impedendo l’adozione di misure efficaci e soprattutto tempestive. La seconda, si ricollega alla constatazione di quanto poco ne sappiamo del virus: lo sviluppo della scienza, le conquiste tecnologiche, la crescita della ricchezza non ci hanno messo al riparo dal dilagare del flagello o ci ha offerto strumenti per fronteggiarlo. La storia, su questo versante, è ferma a quanto è stato detto o fatto, nel corso delle altre epidemie, a partire dalla prima che ci è stata tramandata dagli scritti dello storico Tucidide, che ha devastato la Grecia nel corso delle guerre del Peloponneso, passando per quelle romane, del ‘300 e del ‘600 ricordate dal Boccaccio e dal Manzoni, per giungere alla spagnola, emersa con il finire della prima guerra mondiale. Proveniente anche questa dall’oriente ma, ricordata con il nome della nazione che l’ha segnalata. Dalla lettura delle narrazioni storiche e dai resoconti, emergono due evidenze e una consonanza. Le evidenze riguardano la fragilità umana: il vuoto e il silenzio profondo che lasciano dietro di sé e l’incapacità della politica e dei medici a contrastarne l’espandersi. La consonanza, si ricollega alla disposizione che impone il distanziamento sociale che viene riportata come unica misura in grado di attenuare il fenomeno e, con maggior evidenza, applicata a partire dalla peste che ha colpito la penisola a partire dal 1629, con la calata dei lanzichenecchi riportata da Alessandro Manzoni. Su questo versante, l’umanità, non ha fatto passi avanti. Si è occupata d’altro, tesa a soddisfare le richieste edonistiche dell’esistere; sviluppando, da una parte, un modello economico estrattivo che ha aumentato la fragilità umana e, dall’altra, una politica di forti egoismi, che ha alzato ulteriori steccati ai confini, invece che adoperarsi per espungere quelli esistenti.

Molti si aspettano che, se e quando l’emergenza sars/covid-19 sarà finita, la gente ritorni alle abitudini del passato, segnando l’evento con una rincorsa ad un’abbuffata di beni e spese superflue di cui si era dovuta privare per tanto tempo; ma, è in rem ipsa, che in questa tornata non sarà così. Non solo perché questa volta la crisi ha toccato non più solamente il substrato finanziario del mercato come nel 2008/09. L’economia reale, infatti, da entrambi i lati della sua espansione. A monte ha intaccato la produzione, coinvolgendo gli strati produttivi deboli e vaste area economiche sane, con commesse di lavoro per un lungo periodo. A valle, il consumo, ha interessato pure ambiti che fino ad oggi si ritenevano al riparo dall’impoverimento. Conseguentemente molti hanno sperimentato lo spavento che ha segnato il vuoto che si porta appresso il virus e l’angoscia di non sapere come uscirne, constatando i benefici di un regime di sobrietà. L’esperienza ha portato a riconsiderare il regime di vita perseguito fino ad oggi, prefigurandone uno meno frenetico, con maggiore disponibilità di tempo per sé e e per gli altri, con meno sprechi, meno ingiustizie indotte dai consumi superflui, capace di maggiore connessione con le esigenze richieste per abbattere il degrado a cui va incontro il pianeta terra. Il flagello impone all’umanità un cambio di passo; e, all’Italia, l’adozione di un nuovo corso repubblicano e democratico. La gravità dei danni sono tali che non possiamo uscirne con la mesta affermazione che “niente sarà come prima”. Senza un’assunzione di responsabilità, nell’ambito della quale sia chiaro il prima e il dopo della pandemia, ci troveremo appiedati su un gradino inferiore a quello occupato sin ora, atteso che se la vicenda si evolverà senza ulteriori strascichi. In caso avverso, ci troveremo di fronte ad una lunga “stanca” - ancor più cruda del 1929- che ha stroncato le velleità di un forte sviluppo industriale del nostro Paese. L’abbandono del Sud al suo destino di sottosviluppo e l’immiserimento di vasti strati di lavoratori, determinato in parti uguali, da una parte dalla crisi e, dall’altra, dalla politica del regime fascista che varò una politica di forte tassazione dei redditi popolari per salvare il salvabile di alcuni settori industriali privati poi acquisiti all’economia pubblica. Le proposte non possono non partire dalla preliminare analisi di ciò che non ha funzionato e dall’assunzione di consapevolezza delle condizioni date, per riparare le debolezze e ridisegnarne la natura dello sviluppo, in ragione in una qualità di vita migliore possibile per tutti. Le disfunzioni. La pandemia non si fronteggia con bizzarre ideologie localistiche. Non ha funzionato il chiacchiericcio di 20 “repubblichette” che andavano ognuna per proprio conto, financo pervenire a decretare l’embargo di beni sanitari dal sud verso le regioni settentrionali, senza avvertire la necessità di una visione più ampia e la gestione unitaria dei servizi sanitari, già di per sé angusta, limitata come era agli stati nazione. Occorre pertanto riaffermare le disposizioni dell’art. 120 della Costituzione che attribuisce il potere di sostituzione al governo e ripensare al riparto delle competenze previste dall’art. 117 della Costituzione al fine di ridurre la conflittualità tra i diversi livelli di competenze e, non mancare o ritardare per manifesta conflittualità, di garantire l’effettiva erogazione delle prestazioni da nord a sud e viceversa. Va inoltre espunta quanto prima l’erronea modifica del titolo V, capo II della Costituzione voluta da Prodi e d’Alema, per inseguire le elucubrazioni folcloristiche dell’animismo padano celtico di Bossi e della Lega e riaffermare l’interesse nazionale e il ruolo primario dello stato. La situazione data. La struttura economica e la realtà sociale del nostro Paese erano già deboli in precedenza e, il quadro economico, volgeva verso un lento ma, inesorabile ulteriore declino, combinato com’era in un momento di riaggregazione su aree territoriali del capitalismo mondiale, spinta dalla politica dei dazi di Trump e da una politica di sviluppo dei consumi interni della Cina, che ponevano in difficoltà la vocazione all’esportazione dell’economia tedesca, nei confronti della quale, l’Italia, è sostanzialmente uno degli epigoni parziali di alcune delle sue filiere produttive e, per giunta, con una struttura imprenditoriale frammentata e affetta da nanismo a fronte di una forma stato farraginosa e burocratica. Va inteso, anche, l’importanza che è venuta ad assumere per il nostro Paese un settore che è di per sé debole e volatile –assommando una debolezza ad altra debolezza- rappresentato dall’industria del turismo e della cultura dopo le crisi finanziarie del 2008/2009, che incide per il 13 per cento del PIL e il 15 per cento dell’occupazione. Le indicazioni. L’uscita dalla crisi non sarà determinata solamente dalla capacità di gestire adeguatamente sul piano sanitario e amministrativo il flagello del covid-19, quanto dalle politiche di macroeconomia che il governo intraprenderà. Al fine di riconquistare un futuro che, gioco forza, non potrà non svilupparsi su assi di maggior vocazione e d’interesse generale, mediante piani di programmazione e di sviluppo che hanno assicurato nel dopo guerra il boom degli anni successivi. Le aree d’intervento sono quelle indicate dal CNEL ( ricerca scientifica e tecnologica, fonti energetiche rinnovabili, turismo, logistica, digitale e connettività), nell’ambito delle quali, si dovrà perseguire la sufficienza energetica nazionale, sostanziata dalle rinnovabili, ora ferma ad un mesto 10 per cento e l’alimentare di qualità, non solamente per differenziarci da una offerta esclusivamente impostata sulle produzioni sostenute dalla chimica, ma per una intima vocazione ad aderire ad un mondo green e più giusto. Le risorse economiche. La modalità con la quale si è propagata la pandemia, ha portato ad una crisi di liquidità che ha coinvolto sia le imprese che le famiglie, che non potrà essere sanata creando nuovo debito da parte dei singoli stati con il rischio certo di consegnarli in balia dei mercati, costringendoli ad aumentare le imposte e ridurre i servizi che, giocoforza, andranno ad incidere sulle fasce più deboli della popolazioni. La via obbligata è quello di un intervento della Comunità Europea, con strumenti comune di debito ed erogazioni a fondo perduto. L’intervento che è ampiamente previsto dai Trattati europei è bloccato dalla cecità politica di alcuni stati. Tuttavia la discesa dell’Europa non potrà mancare per l’emergenza di un interesse politico comune, con l’unico rischio che arrivi tardi. La partita più gravosa sarà per il nostro Paese tutta interna, emergendo ora inudibile l’avvio di una lunga serie di riforme strutturali, osteggiate da un aggregato clientelare malavitoso che ha mortificato il bene comune, generando nuove disuguaglianze che, mancando, andranno a minare l’efficacia degli interventi che si andranno a mettere in campo. L’avvio delle riforme libererebbe il Paese dalla palude e darebbe effettivo slancio alle sue potenzialità. Il nuovo corso repubblicano sarà segnalato dall’indifferibile riforma dell’art. 53 della Costituzione; dalla riforma della giustizia; dalla riforma del diritto societario; dall’approvazione di una seria legge sul conflitto d’interesse; dalla tassazione delle rendite finanziarie e dei giganti del Web; dal ripensamento del welfare e avviando una seria azione contro l’evasione fiscale (che, è bene ricordarlo, vale per le fonti ufficiali circa 107 mld ma, per taluni, sfiora i 300mld) e l’attività criminale (valutata prudenzialmente in circa 40 mld) In attesa che si riesca ad imporre che la Bce diventi un istituto prestatore di ultima istanza, dovremo utilizzare maggiormente l’estensione dello scudo della Bce che, con l’avvio della pandemia , ha esteso gli acquisti oltre alla quota proporzionale di ogni singolo paese membro e ha assunto la decisione di acquistare titoli di stato che venissero considerati junds bonds: ovvero “titoli spazzatura. Decisione che riguarda sostanzialmente noi, con un rating BBB negativo.

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