Domenico Ferraro

Domenico Ferraro

Pandemie: appunti sparsi Per non dimenticare l’arretratezza del nostro quadro politico e le troppe domande inevase. Il dilagare del coronavirus in buona parte del globo ci porta a due constatazioni che, seppur apparentemente superficiali, contribuiscono ad inquadrare nella giusta luce il fenomeno. La prima, riguarda l’ampiezza del flagello. Il coronavirus non conosce i confini nazionali e neppure le ripartizioni amministrative degli stati, impedendo l’adozione di misure efficaci e soprattutto tempestive. La seconda, si ricollega alla constatazione di quanto poco ne sappiamo del virus: lo sviluppo della scienza, le conquiste tecnologiche, la crescita della ricchezza non ci hanno messo al riparo dal dilagare del flagello o ci ha offerto strumenti per fronteggiarlo. La storia, su questo versante, è ferma a quanto è stato detto o fatto, nel corso delle altre epidemie, a partire dalla prima che ci è stata tramandata dagli scritti dello storico Tucidide, che ha devastato la Grecia nel corso delle guerre del Peloponneso, passando per quelle romane, del ‘300 e del ‘600 ricordate dal Boccaccio e dal Manzoni, per giungere alla spagnola, emersa con il finire della prima guerra mondiale. Proveniente anche questa dall’oriente ma, ricordata con il nome della nazione che l’ha segnalata. Dalla lettura delle narrazioni storiche e dai resoconti, emergono due evidenze e una consonanza. Le evidenze riguardano la fragilità umana: il vuoto e il silenzio profondo che lasciano dietro di sé e l’incapacità della politica e dei medici a contrastarne l’espandersi. La consonanza, si ricollega alla disposizione che impone il distanziamento sociale che viene riportata come unica misura in grado di attenuare il fenomeno e, con maggior evidenza, applicata a partire dalla peste che ha colpito la penisola a partire dal 1629, con la calata dei lanzichenecchi riportata da Alessandro Manzoni. Su questo versante, l’umanità, non ha fatto passi avanti. Si è occupata d’altro, tesa a soddisfare le richieste edonistiche dell’esistere; sviluppando, da una parte, un modello economico estrattivo che ha aumentato la fragilità umana e, dall’altra, una politica di forti egoismi, che ha alzato ulteriori steccati ai confini, invece che adoperarsi per espungere quelli esistenti.

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