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martedì 06 giugno 2006 11.02.07

Livia Turco, un po’ cattolica e un po’ diossina, ovvero, come allarmare il Vaticano nel tentativo di accreditarsi presso i cattolici

Di Valerio Longo

Avrà fatto la felicità di Nanni Moretti la neo-ministra Livia Turco. Intervenuta all’inaugurazione di un nuovo reparto maternità al Policlinico Umberto I di Roma ha detto di voler garantire il parto indolore in tutti gli ospedali italiani. Ricordate il film Aprile in cui Nanni, neo papà, voleva attaccare un tazebào all’interno dell’ospedale Fatebenefratelli? C’era scritto “FATE A TUTTE L’EPIDURALE”. Brava Livia!!

Se si fosse fermata lì per una volta non si sarebbe levata nessuna critica neppure dai tumultuosi banchi del centro-destra.

E invece un istante dopo la nostra con un salto carpiato doppio ha affermato – “Come sono per il parto senza dolore così sono per l’interruzione di gravidanza, che già è un fatto drammatico per le donne, con metodiche meno invasive e dolorose”. Non paga la Turco ha spiegato che esaminerà anche la questione della pillola del giorno dopo – “Sulla pillola del giorno dopo si tratta di abolire la ricetta obbligatoria in quanto si tratta di un farmaco innocuo cioè meno pericoloso di un’aspirina”.

La traduzione per gli italiani l’ha curata come al solito il Giornale, per l’occasione senza l’ausilio di intercettazioni, con un incipit che vale già mezzo programma del centro-destra – “Via libera alla pillola abortiva e apertura alla distribuzione della pillola del giorno dopo senza ricetta.”

Parlandoci onestamente pensiamo davvero che i cattolici più osservanti possano rimanere indifferenti di fronte a sortite del genere e che i vescovi non abbiano il diritto di intervenire su argomenti così delicati? È stato così inatteso e così tremendamente ingiusto l’effetto boomerang che ha colpito di rimando la fragile barchetta di Prodi?

Così, anche tralasciando le scomposte repliche del centrodestra, fa riflettere l’immediata reazione dell’Osservatore Romano che ha subito censurato la Turco, non solo per la sostanza, come era prevedibile, ma soprattutto per il metodo – “È sconcertante la premura con la quale i neoministri corrono a dichiarare le loro intenzioni su materie particolarmente delicate e sulle quali, quantomeno, ci si sente di suggerire un poco di cautela”.  Provate a dargli torto! Prodi ha capito l’antifona ed è corso subito ai ripari. Appena incassata la fiducia alla Camera ha chiesto ai suoi ministri di cambiare registro – “Abbiamo detto la serietà al governo. Questo vuol dire che bisogna lavorare a testa bassa e parlare soltanto quando è stata presa una decisione”.

Ce l’aveva con chi ha iniziato a sentenziare sul Ponte di Messina, ce l’aveva con la cristallina ma intempestiva apertura alle coppie di fatto della Bindi, ma non c’è da dubitare che ce l’avesse anche con la neo-ministra della Salute.

 

La nomina della Turco alla Salute era fra quelle guardate con più attenzione Oltre Tevere, proprio perché sui temi più delicati le posizioni della neo-ministra apparivano poco in sintonia con quelle della Chiesa. Ricordiamo le questioni più spinose: fecondazione assistita, interruzione di gravidanza, sia mediante Ru486 che “pillola del giorno dopo” e dulcis in fundo eutanasia. Solo su quest’ultimo tema la Turco non ha ancora aperto il fronte con le gerarchie ecclesiastiche, ma c’è da temere che non ci farà attendere a lungo.

In campagna elettorale la Turco era stata tirata in ballo direttamente dall’Avvenire e aveva replicato con un’intervista su Repubblica.

In un corsivo apparso a due settimane dalle elezioni che avrebbero spaccato il paese il quotidiano dei vescovi aveva puntato il dito sulla politica dei Ds nei confronti della famiglia. Vi si insinuava, neppure tanto velatamente, che i Ds dal 1998 avessero addirittura fatto un ricatto ai cattolici: riconoscimento alle unioni di fatto in cambio degli aiuti alla famiglia. E chi lo avrebbe perpetrato questo ricatto? Nientemeno la Livia Turco per conto dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Quanto alla colpa della denatalità in Italia questa sarebbe da attribuire in egual misura al vecchio Pci che approvò le leggi sull’aborto e sul divorzio e al sindacato reo d’aver dimezzato gli assegni familiari.  In quel caso la Turco giustamente aveva precisato che il governo dell’Unione non avrebbe tradito alcun “patto con i cattolici” pur mantenendo fermo l’impegno di tutelare le unioni di fatto - “Da diessina e cattolica penso che l’attacco di Avvenire sia ingiusto e la critica al mio partito immotivata”. È difficile, tuttavia, sfuggire all’impressione che è come se non le bastasse avere il diritto di sostenere in Parlamento posizioni diverse. È come se qualcuno all’interno dei Ds l’avesse incaricata di fare da portavoce del botteghino presso i vescovi con lo scopo di rassicurarli: insomma sembra che la sua vera vocazione sia far proseliti in casa di chi questo mestiere lo fa da oltre duemila anni. Una partita persa in partenza.

Il diritto di replica per la Turco assurge ad un obbligo morale e si traduce in una febbre da comunicato stampa quotidiano plurimo. Persino sull’Unità si sono permessi di ironizzare sul fatto che dopo l’alt di Prodi la neo-ministra della Salute, in crisi di astinenza da microfoni e taccuini, abbia potuto fare una sola dichiarazione per esprimere la sua solidarietà alla Bindi.

In piena campagna elettorale dalla Margherita era arrivata una bordata elettoralistica sotto forma di lettera ai cattolici. A firmarla Luigi Bobba e Paola Binetti, numeraria dell’Opus Dei – secondo Antonio Socci sconosciuta a tutto il mondo cattolico e mai distintasi per alcunché - che rivendicava a sé il ruolo di tutrice della vita dal concepimento fino alla morte naturale. Anche in quel caso la replica della Turco non si era fatta attendere - “Mi auguro – conclude l’esponente dei Ds – che in nome di questi valori, si costruiscano convergenze e non si laceri il paese. L’Ulivo è nato, lo ricordo alla dottoressa Sonia (sic) Binetti, per costruire una mediazione e un’intesa fra i grandi valori del cattolicesimo democratico e della sinistra democratica. Altrimenti non sarà Ulivo e non si risolveranno i problemi concreti di dignità e di senso della vita umana delle persone”. Parole sante, peccato che anziché smuovere qualcuno Oltre Tevere siano riuscite solo a dare visibilità ai numerari dell’Opus Dei che con i loro proclami un po’ farisei hanno già guadagnato qualche seggio a Palazzo Madama e si apprestano a recitare un ruolo di disturbo sempre maggiore sui fragili rami dell’Ulivo, a Roma e nel paese.

Dovrà piuttosto prendere atto la neo-ministra che quando andrà in Senato a proporre misure per migliorare la legge 40 o per difendere la 194 non avrà neppure la risicata maggioranza che hanno avuto Prodi e Marini per la loro investitura in quanto le mancheranno anche i voti di alcuni senatori della Margherita.

Il suo slogan è “fiducia nel fare”, cattolica e diessina, ha sempre cercato instancabilmente di conciliare queste due anime. In questo intento nobile, tuttavia, è scivolata spesso in iniziative ed in esternazioni almeno discutibili. Come quella volta che, correva l’anno 2003, negli studi Mediaset di Buona Domenica firmò insieme ad Alessandra Mussolini una proposta di legge sulle coppie di fatto con una sensibilità istituzionale che fu contestata una volta tanto a destra e a manca. Sostennero simpaticamente le due pasionarie di essere loro stesse una coppia di fatto tant’è che in un’altra occasione era capitato di vedere la nipote del duce assisa sulle ginocchia della Turco in quel di Porta a Porta.  “In Parlamento va di moda la coppia trasversale” fu il commento più benevolo. Quale compagna di strada fosse la Mussolini in materia di coppie di fatto la Turco forse avrà avuto modo di scoprirlo di recente quando la sua amica sempre da Vespa apostrofò Luxuria al grido “meglio fascisti che f….”. D’altronde faceva sorridere che la Turco potesse andare d’accordo con chi sostiene che “i partiti sono istituzioni superate”, lei l’ossequiosa dirigente del partito di Gramsci che la gavetta l’ha fatta proprio tutta tutta a partire dalla militanza nella Fgci. Come potrebbe Livia Turco sconfessare il primato della politica tanto caro al compagno Massimo? Sarebbe come obliterare la sua anima più autentica che è quella dalemiana. Per lei il lidér semplicemente non si discute; nel lasciare con grande beau geste la presidenza della Camera a Bertinotti aveva fatto un gesto di “grande valore etico” non già un mero calcolo. La nostra lo vedeva già al Quirinale – “figuriamoci se D’Alema non può ricoprire un simile incarico” ed è stato solo grazie ai troppi amici (vedi endorsment di Dell’Utri) il calcolo di D’Alema si è rivelato sbagliato l’auspicio di Livia e dei cosiddetti foglianti non si è avverato.

E guai a chi si permette di criticare l’operato a Palazzo Chigi di D’Alema. Arrivò addirittura a dire che era colpa dei personaggi faziosi come Travaglio se Berlusconi aveva vinto nel 2001. Ma questa è un’altra storia.

Adesso siamo nel 2006 e con il secondo governo Prodi la Turco è ministro della Salute, un’ottima scelta anche secondo la senatrice a vita Levi Montalcini, una scelta che fa di lei l’unica donna responsabile di un dicastero con potere di spesa. Nel 1996 invece era alla Solidarietà sociale, un ministero senza portafoglio, il che non le impedì di dare il nome alla legge sull’immigrazione che istituì i famigerati e poco “solidali” Cpt: la legge Turco-Napolitano per l’appunto. Sull’argomento la Turco ha scritto un libro “I nuovi italiani” per difendere la sua creatura, stravolta, a suo dire, dalla legge Bossi-Fini. Su questo argomento, tuttavia, non è solo gran parte del centrosinistra a pensarla diversamente da lei e a vedere una certa continuità fra i due provvedimenti.

Il dettagliatissimo rapporto di Medici senza frontiere è del 2004 e “pone seri dubbi sui presupposti filosofici che hanno guidato l’istituzione del sistema dei CPTA”; illustra al di là di ogni ragionevole dubbio perché si tratti di un sistema fallimentare.

Quattordici presidenti di regione e moltissime associazioni cattoliche, hanno chiesto e continuano a chiedere la chiusura dei Cpt eppure la posizione della Turco è anche in questo caso molto ferma. Difende lo strumento per lei irrinunciabile della cd. detenzione amministrativa anche se i primi a criticarlo sono i magistrati che aderiscono a Magistratura democratica. Sostiene che i centri vanno soltanto ripensati, o secondo la neo-lingua ulivista “superati”, ma non chiusi – “io credo che la politica delle frontiere aperte sia pura demagogia”. Questo dice e questo ripete mentre Amnesty International denuncia che in Italia ancora manca una legge organica sul diritto di asilo e che “proliferano le possibilità di abusi dei diritti umani a danno di richiedenti asilo e rifugiati”. All’indomani delle rivelazioni dell’Espresso sugli abusi a Lampedusa la linea della Turco assomigliò molto a quella del governo che faceva finta di non sapere e soprattutto di non vedere - prima l’inchiesta e poi la decisione se “chiuderle o umanizzarle” - e poi propose - “ripensiamoli, a partire dal nome”(!).

In un’intervista con l’Unità ammise, tuttavia, che un errore c’era persino nella sua legge – “non aver precisato i diritti fondamentali che devono essere garantiti alle persone”, una quisquilia,  “frasi scombiccherate” secondo Sansonetti, direttore di Liberazione, frasi che di certo contrastano con l’ambizione della neo-ministra a “mettere in campo un grande principio cristiano: l’amorevolezza concreta nei confronti delle persone”; da qualsiasi paese vengano si dimenticava di aggiungere. In proposito qualcuno ha detto senza scomodare i principi cristiani che – “per essere davvero uguale per tutti, la legge deve restare cieca al colore, ed è chiaro che non possono dirsi cieche al colore misure restrittive della libertà personale fondate su una condizione individuale, come quella del migrante”.

Infine ad una persona così ferma nei suoi principi suggeriremmo di portare pazienza se Santa Romana Chiesa - legata ai suoi 2000 anni di storia forse anche contraddittori – continua a non accordare la sua benedizione alle pillole abortive.

Converrà che ci vorrà del tempo se a lei “cattolica e diessina” non sono bastati otto anni per ammettere che i Cpt sono un’idea sbagliata, anzi “scombiccherata”.

 

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line