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martedì 04 aprile 2006 09.00.44

Intervista all’onorevole Oliviero Diliberto

Oltre a lavoro e obbligo scolastico fino a 18 anni

sul confitto di interessi “senza logiche punitive ma anche senza timori e reverenze nel mettere mano a situazioni ormai insostenibili”

 1.      In merito alla guerra in Iraq - Lei considera possibile una ridefinizione della presenza italiana in Iraq, così come enunciata nel programma dell’unione, senza un ritiro completo delle truppe entro il 2006?

Io credo che quanto scritto a pag. 102 del Programma dell’Unione sia molto chiaro: cioè, se il centrosinistra vincerà le elezioni, immediatamente proporrà al Parlamento il rientro dei soldati dall’Iraq. I tempi tecnicamente necessari non nascondono nessun escamotage per allungare i tempi. L’Iraq è già un terribile pantano, dal quale è necessario ritirarsi per la sicurezza del nostro Paese ma anche per favorire un vero processo di pace.

2.      Pensate che se dovessero emergere divergenze sui tempi e i modi del rientro sarà necessario proporre in Parlamento un ritiro immediato ed unilaterale delle truppe italiane?

Oggi non ho motivo di credere che ci sarà alcuna divergenza.

3.      Come ritiene che siano conciliabili le esigenze di governabilità con la vocazione del suo partito ad essere intransigente sui contenuti (pace e lavoro innanzitutto)? A tal proposito come avete pensato di far fronte alle strumentalizzazioni con cui il centro-destra cercherà , come in campagna elettorale, di minare la credibilità della coalizione?

Credo che le nostre posizioni siano ri-for-mi-ste. Tutti oggi in Italia si dichiarano riformisti. Il nodo è capire quali riforme e a favore di quali classi sociali. Qui si verificherà il tasso di riformismo. La mia opinione, per esempio, è che se, come credo, vinceremo le elezioni, in cinque anni dobbiamo lanciare la parola d’ordine dell’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni. Non è la rivoluzione, è una proposta riformista, l’unica possibile al declino dell’Italia. Istruzione e lavoro sono i punti fondamentali per cambiare e rilanciare il Paese. Noi vorremmo l’abrogazione della legge 30, e Prodi ha assicurato un impegno del prossimo governo contro la precarizzazione del mercato del lavoro. Su questo punto il nostro impegno sarà continuo. Per le strumentalizzazioni credo che ci sia pochissimo spazio. Se ne è accorto anche Berlusconi quando nel faccia a faccia con me ha tentato disperatamente di presentare lo spauracchio dei “comunisti cattivi”, mentre io voglio parlare di cose concrete e che possono incidere sulla vita delle persone. In primo luogo – lo ripeto -  penso al lavoro, senza il quale non c’è futuro e non c’è giustizia nella nostra società.

4.      La disciplina del conflitto di interessi è una priorità per l’Unione, seppur con qualche esitazione adesso lo ammette anche Fassino. Secondo la lettera della norma del 1957 Berlusconi e molti dei suoi non avrebbero potuto neppure mettere piede in Parlamento. Ritiene che la nuova disciplina debba partire da questo presupposto o ritiene più importante che non possa apparire di natura punitiva o vendicativa?

Anche sul tema del conflitto d’interessi, così come su altre questioni, il programma del centrosinistra propone soluzioni avanzate. Siamo tutti d’accordo che il nodo del conflitto d’interesse va affrontato, senza logiche punitive ma anche senza timori e reverenze nel mettere mano a situazioni ormai insostenibili.

5.      Che posto occupa nella sua personale agenda il cambio degli attuali vertici della Rai?

La Rai deve restare pubblica ma ha comunque bisogno di una riforma profonda. Non è solo un problema di cambio dei vertici ma è una questione che riguarda la necessità di far ritrovare alla Rai la sua missione da servizio pubblico e allo stesso tempo farla rimanere una azienda forte, in grado di agire sullo scenario globale delle comunicazioni.

6.      Ritiene che ci siano le condizioni perché in Italia si possa tornare a parlare di energia nucleare.

Mi sembra un discorso superato, la pericolosità di impiantare centrali nucleari non è proporzionata ai vantaggi che questo sistema porterebbe. È necessario, invece, parlare molto seriamente delle risorse energetiche e di una loro diversificazione delle fonti e delle provenienze.

7.      Su quali fra delle seguenti opere ritiene che si possa discutere senza pregiudiziali e quali invece ritiene che si debbano senz’altro accantonare?

a.      Alta velocità in Val di Susa

b.     Rigassificatori per il metano

c.       Ponte sullo stretto

d.     Mose di Venezia

Il Ponte sullo stretto è sicuramente il primo da accantonare, un’opera inutile dall’impatto ambientale tremendo e dai costi elevatissimi.

Va ribadito che quando si tratta di realizzare opere infrastruttrali queste vanno realizzate con il coinvolgimento e l’accordo delle popolazioni locali.

Sulla Tav voglio solo dire che è singolare parlare di Alta velocità quando sulla nostre linee ferroviarie si impiegano anche due ore per percorrere 38 chilometri e quando esistono tratte importantissime, che collegano le periferie con le grandi città che sono ancora a binario unico. Penso che potremmo cominciare ad occuparci di queste cose.


Diliberto e Moni Ovadia

16 marzo 2006 – Roma, via Cavour 50/a, il quotidiano Rinascita organo dei comunisti italiani ha organizzato un incontro fra Moni Ovadia e Oliviero Diliberto sul tema di Israele e della Palestina, 2 popoli 2 stati. Un incontro sui temi della politica estera nel pieno di una campagna elettorale in cui si assiste ad un’Italia ripiegata su se stessa e chiusa nelle sue stucchevoli dispute sull’ultima sparata di Berlusconi. Alla Sala congressi Cavour il segretario del partito dei comunisti italiani arriva puntualissimo come suo solito nonostante su Roma si stia abbattendo uno di quei diluvi che mandano in tilt la circolazione. E così mentre Moni Ovadia tarda una buona mezz’ora Diliberto passeggia serenamente scherzando con i compagni. Nessun guardaspalle, nessun codazzo di dirigenti e tirapiedi.

Moni Ovadia e Diliberto hanno passato in rassegna molti dei temi legati alla questione palestinese, al rapporto fra ebrei e comunismo e sulla lotta al terrorismo.

Moni Ovadia è un ebreo, non l’unico, che dissente apertamente dalla politica di Israele  e chiede, con una posizione che può apparire filo-palestinese, il ritorno ai confini stabiliti nel ’67, nonché una transazione sulla questione dei profughi del ’48. Netto rifiuto dell’equazione ebrei = politica di Israele soprattutto quando si arriva a dire che la guerra in Iraq è una guerra fatta in nome degli ebrei ignorando che il 78% degli ebrei ha sostenuto Kerry alle presidenziali.

Il segretario dei comunisti italiani è costretto a tornare sulle polemiche suscitate dalla manifestazione per prendere le distanze da “due cretini, due delinquenti” – così li definisce – che hanno bruciato la bandiera di Israele. Ricorda con amarezza l’accostamento fatto dal capo della comunità ebraica di Milano fra lui e Romagnoli, il padre del nazifascismo italiano. A questo proposito racconta di un suo zio che nascose due famiglie di ebrei per testimoniare il suo rifiuto dell’antisemitismo in nome della religione laica con cui è cresciuto. Sulla questione palestinese sottolinea le responsabilità degli stati arabi e rispolvera un termine del lessico democristiano: l’“equivicinanza” che consentirebbe ancora oggi una valida impostazione del problema. Ironizza, Diliberto sulla politica della rappresaglia che viene adottata da parte di Israele e usa la celebre frase di Ghandi “occhio per occhio il mondo diventerà cieco”. Ovadia con una notazione interessante chiarisce che la traduzione corretta del testo biblico non è occhio per occhio, ma “occhio sotto occhio” che pone le basi non già della rappresaglia, ma del risarcimento finanziario del danno. Il riferimento è all’ultimo blitz delle forze israeliane che a Gerico hanno prelevato il leader moderato Sadat in spregio all’autonomia palestinese e soprattutto fa notare Ovadia continuando ad ignorare l’invito a liberare Bargouti, un gesto distensivo che forse avrebbe arginato l’avanzata di Hamas. Alla domanda: “Dove finisce la resistenza e dove comincia il terrorismo?” Diliberto evocando le tesi di Noam Chomsky invita a rileggere la definizione di terrorismo secondo il diritto internazionale e ricorda l’ambiguità dell’occidente non solo rispetto a Saddam, considerato prima alleato e poi nemico, ma anche rispetto a Musharaff per il quale si è adottato il percorso inverso, considerandolo prima nemico e poi amico in funzione antisovietica. Ovadia fa notare l’ulteriore contraddizione fra il consenso dato da Bush alla bomba atomica al Pakistan e il diniego all’Iran. Se il criterio per consentire o meno la bomba atomica è la democrazia è evidente che né la Cina, né il Pakistan soddisfano questa condizione. Per Diliberto bisogna aver il coraggio di dire che la guerra equivale al terrore nel senso conradiano del termine e che le risoluzioni dell’Onu vanno in ogni caso rispettate sia quando piacciono agli Stati Uniti ed ad Israele sia quando li censurano. Il segretario dei comunisti italiani torna en passant sulla sua frase delle “mani lorde di sangue” pronunciata in occasione della visita di Berlusconi a Bush, per ribadire la sua contrarietà al politically correct e infine si auspica che la sinistra sappia tradurre il confuso sentimento new global in azione politica.

È Moni Ovadia a raccontare che in America c’è addirittura una comunità di ultraortodossi che non riconoscono lo stato di Israele e che invece hanno organizzato una veglia di preghiera per Arafat morente. Quanto ai pregiudizi sullo stato di Israele non fa salva neppure la sinistra dalle cui file sono uscite spesso espressioni eccessive e talora anche false. Una delle tesi più sbagliate è che Israele sia uno stato illegittimo. Chi la pronuncia dimentica che invece è frutto di una risoluzione dell’Onu (la n. 181 del 1947) alla quale contribuirono in maniera determinante i paesi socialisti. Allo stesso modo, precisa, quando si parla degli orrori del comunismo si tace che l’80% delle vittime di Stalin furono socialisti. Chi sa, per esempio, che la maggior parte di quelle vittime erano socialisti i quali nel socialismo reale avevano creduto, che fra le loro file moltissimi erano ebrei? Chi sa che il comitato centrale presieduto da Lenin era composto per la maggior parte da ebrei escludendo lo stesso Lenin la cui madre era ebrea?

Eppure di queste cose in Italia nel clima di revisionismo storico che stiamo attraversando non si può neppure parlare. Non sorvola, Moni Ovadia, neppure sulle colpe dell’Unione Sovietica per il fatto di aver tollerato gli ultimi pogrom di ebrei avvenuti in Polonia a guerra ormai finita nel 1947 e mette in discussione anche uno dei capisaldi della critica ad Israele che è il diritto all’autodeterminazione dei popoli; un diritto che troppo spesso fa da paravento alle degenerazioni tipiche di tutti i nazionalismi ai quali Ovadia da buon ebreo preferisce la condizione dell’esilio come splendore dell’essere umano. Passati in successione molti dei momenti chiave del secolo passato sui quali si è misurato l’essere a sinistra Ovadia confessa con franchezza di avere anche lui i suoi scheletri ideologici. Uno di questi il non aver denunciato i massacri cambogiani, né l’involuzione del comunismo cinese passato dalla “lunga marcia” di Mao all’attuale capital-fascismo. Infine un grazioso aneddoto del Moni Ovadia zio. Alla sua denuncia di un eccessivo permissivismo la nipote puntava il dito accostandolo a un fascista. “Attenta” gli fa lui “tuo zio potrà diventare anche donna ma fascista mai”. Sono d’accordo quasi su tutto Moni Ovadia e Diliberto.

L’ultima nota non è certo ottimistica e la offre Moni Ovadia riferendo senza commento la frase pronunciata da Colin Powell a Johannesburg in cui ha dichiarato che il tenore di vita degli americani non è negoziabile

Fin qui la cronaca di un civile dibattito fra due persone di sinistra. La differenza rispetto ai dibattiti cui siamo ormai abituati, tuttavia, è notevole. Nessuna tifoseria, nessun applauso che interrompe il dibattito, solo un tranquillo ragionare sui fatti. Se il volto della sinistra radicale e intransigente è quello dell’Onorevole Diliberto che si confronta con Moni Ovadia è sicuramente molto più rassicurante di quello di altri leader politici anche del centro-sinistra che non perdono occasione per cedere alla polemica fine a se stessa. D’altronde l’incisività e la concretezza mostrate dal segretario dei comunisti italiani nelle sue ultime discese televisive ne sono la prova.

Alla fine dell’incontro ho avvicinato l’onorevole Diliberto per chiedergli cosa pensa dell’eventuale uso delle basi italiane in caso di conflitto con l’Iran. Una domanda alla quale Prodi nel suo duello con Berlusconi non aveva saputo rispondere. Come in merito all’Iraq sul quale era stato appena sollecitato, Diliberto ha puntualizzato che lui è contrario a concedere l’uso delle basi alle forze della Nato e che ritiene che questa sia la posizione della maggioranza dell’Unione. Su questi ed altri argomenti avremo a breve un’intervista più ampia.

 

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line