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Periodico on line registrato presso tribunale di Firenze n°5375 |
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Domenica
18 giugno 2006
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Collaboratori di giustizia
di Marco Ottanelli Passate le prime
settimane di paura - paura che il nuovo governo potesse fare qualcosa di
sinistra, o anche solo di buonsenso, nel campo della giustizia, in
Parlamento ci si avvia placidamente verso una calma estate di
collaborazioni tra maggioranza e opposizione affinché le previste riforme
berlusconiane (costituzione, ordinamento giudiziario, intercettazioni)
vadano tutte sostanzialmente a buon fine. Tante pacche sulle spalle, e
chi-se-ne-frega dei magistrati. L’antipatia dei
politici nei confronti dei giudici deve pur avere una origine, e a noi
pare che il motivo scaturisca dal fatto che, di tanto in tanto, i primi
siano indagati dai secondi. A tale affronto,
si può reagire in un paio di modi: gridando al complotto e all’affronto,
oppure scivolando silenziosamente nell’oblio della informazione
sonnacchiosa. C’è chi sceglie questa via. O che ha la fortuna di non
interessare troppo all’opinione pubblica, e quindi di potersi fare un bel
processo tranquillo tranquillo mentre siede comodamente in parlamento. È
il caso del signor Gaspare Giudice (che ha un cognome in
controtendenza), deputato di Forza Italia e imputato in un processo in
corso a Palermo( nel quale è stato assolto da tutte le accuse: vedi documento e dispositivo di assoluzione. [n.d.a]) . Eppure durante questo dibattimento, crediamo sconosciuto
ai più, sono successe almeno tre cose che dire clamorose è poco.
Preferiremmo definirle incredibili. La prima, scusate
la banalità, è che un deputato in carica (lo era nella legislatura
2001-2006, ed è stato rieletto) sia imputato di fatti di mafia. Gaspare
Giudice è, infatti, accusato di frequentazioni con il boss di Caccamo, don
Giuseppe Panseca, che egli ammette di conoscere. Per questo fatto
la magistratura ha chiesto anche l’arresto di Giudice, ma la Camera ha
respinto. È pure imputato di
favoreggiamenti vari, e coimputato nel suo processo è il boss di
Villabate, don Nino Mandalà. Ora, sarà un caso, ma il sindaco di
Villabate era Francesco Campanella, colui che ha coperto la
latitanza di Bernardo Provenzano, e che adesso è un collaboratore
di giustizia, o, per dirla in termini più popolari, è un “pentito”.
Insomma, augurandoci che il povero Gasparino sia innocente, da
giustizialisti giacobini, continuiamo a stupirci che uno accusato di reati
di mafia possa essere uno dei legislatori attuali. La seconda cosa
incredibile ha coinvolto proprio il collaboratore Campanella, il quale,
essendo considerato dalla mafia come uno dei grandi traditori di
Provenzano, è sottoposto ad un rigido e impenetrabile regime di protezione
e nascosto in una località segretissima. Ebbene, durante l’udienza del 12
giugno scorso, un giudice, Angelo Monteleone, si è maldestramente
fatto scappare il nome della località dalla quale Campanella era collegato
in teleconferenza. Un lapsus che ha provocato immenso imbarazzo, che ha
costretto la corte a rinviare l’audizione, e che ha costretto le forze
dell’ordine ad un immediato trasferimento del collaboratore verso una
città diversa, e, si spera, completamente sconosciuta a chicchessia.
Il terzo e più
scioccante episodio è invece la testimonianza di Francesco Campanella. O
perlomeno una parte della stessa. Premettiamo che fino a adesso egli è
stato ritenuto credibile, sulla base di riscontri oggettivi e di tutti i
parametri (piuttosto severi) che la attuale normativa prevede. Rischiando
di perdere la credibilità acquisita, Campanella ha tirato in ballo una
sfilza di politici di primissimo piano, narrando delle frequentazioni
mafiose e dei rapporti diretti e indiretti con Cosa Nostra di
Cuffaro, Schifani e altri esponenti del centrodestra. Ed
inoltre, nell’udienza del 29 maggio, ha raccontato di un passaggio di
denaro e di consegne politiche attorno al grande affare (il grande flop!)
dell’UMTS, i cosiddetti “telefonini di terza generazione”, per le cui
frequenze fu indetta un’asta miliardaria nel 1999-2000, asta che
praticamente fallì a causa della improvvida defezione di uno dei
concorrenti, la compagnia BLU (che all’epoca vedeva tra i suoi soci
anche Silvio Berlusconi.). Di quella vicenda sarebbe interessante
una ricostruzione, e non escludiamo di farla noi in futuro. Ebbene,
Campanella ha dichiarato (fintanto che la corte, proprio nella persona di
Angelo Monteleone, lo stesso della gaffe di qualche giorno dopo, non lo ha interrotto, visto che la
sua testimonianza è stata giudicata “non attinente”) che in quei mesi fu
avvicinato da Clemente Mastella, che gli confidò di una grossa
tangente relativa appunto alle licenze UMTS, tangente che avrebbe
coinvolto e legato in un patto di ferro l’allora ministro per le
telecomunicazioni Salvatore Cardinale (ex Dc, Margherita) e
l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema. Testimone di
tutto questo, e di trame politiche che avrebbero comportato il
corteggiamento di Cuffaro da parte del governo D’Alema, sarebbe stato
anche Franco Bruno, ex capo di gabinetto al ministero della
giustizia. Per la
cronaca, alcuni dei personaggi citati hanno già esposto
querela. È ora doverosa
una riflessione. Sono tre i casi: o quello che Campanella dice è vero, o è
parzialmente vero, o è falso. Se è
vero, è la notizia del
secolo. Tutti gli esponenti di spicco di entrambi gli schieramenti
sarebbero implicati in un confuso e spaventoso intreccio fatto di soldi,
mafia, ricatti, controricatti, tutti all’ombra dell’albero delicatissimo
ma dalla grande chioma che è quello delle comunicazioni televisive,
radiofoniche, satellitari e telefoniche in Italia, con il suo carico di
conflitti di interessi irrisolti e di palesi immensi guadagni. Non uno
scossone, ma un terremoto immane, una “tempesta perfetta” capace di
spazzar via questa Repubblica. Se è
parzialmente vero, è
necessario distinguere subito, e con grande precisione, il grano
dall’oglio, e soprattutto chiedersi quale scopo, quale interesse, quale
necessità un pentito, che già rischia la vita ogni momento, abbia avuto
nel lanciare simili messaggi all’esterno. C’è da chiedersi perché quei
nomi, e perché quei fatti, così apparentemente lontani dalla sua Villabate
e dal suo impegno nel tenere nascosto e tranquillo il boss dei boss.
Perché mescolare Cosa Nostra e passaggi di partito? Il complicatissimo
affaire UMTS e i delicati rapporti di governo di sei anni fa? La bassa
corruzione e le alte sfere del governo attuale? Una sola cosa non possiamo
credere: che Campanella sia impazzito, e abbia cominciato a sparare nomi e
circostanze a caso. Se ha detto quel che ha detto, lo ha fatto per uno
scopo. Quali che siano le sue oscure motivazioni, sono
gravi. Se, invece,
tutto è falso, tutto è
assurdo, tutto è inventato, allora questo non solo fa cadere pesanti dubbi
sulla genuinità della sua collaborazione con la giustizia, ma lancia ombre
inquietanti anche sul suo ruolo dopo la cattura dello zu’Binno Provengano,
e forse anche sul suo ruolo prima del clamoroso arresto. Ci sarebbe,
temiamo, da riscrivere un pezzo di storia patria, oltre che di cronaca
giudiziaria. Insomma, sarebbe la prova che in Sicilia niente è chiaro,
niente è trasparente, niente è vero. Proprio come la testimonianza dell’ex
sindaco di Villabate. |
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Pubblicazione
a cura di democrazialegalita.it periodico on line |