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Ho nel frigo 3 mozzarelle della Centrale del Latte di Firenze.
La centrale meglio nota come MukkiLatte E' di proprietà pubblica ed il personale, "comunisteggiante", è assai sindacalizzato.
E' un'isola rossa intoccabile, che ha sempre lavorato con profitto ma allo stesso tempo, è intoccabile nei suoi privilegi. Grande bacino elettorale DS-PD.
Ci han sempre raccontato che la materia prima era locale, tratta da mucchine con gli occhi dolci disseminate con cura e a proporzionata distanza sui campi e sui colli del Mugello, del preappennino fiorentino, delle morbide plaghe pisane, e delle propaggini verdi del Chianti. Ora vengo a sapere che la Centrale si riforniva di cacio marcio dallo stesso grossista, Domenico Russo, che rifornisce (traggo da un articolo di Repubblica) Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi, e altre multinazionali europee, in particolare austriache, tedesche e inglesi.
Ciò mi spinge a fare quattro domande.
1) I no-global non hanno capito una mazza. Si mobilitano contro un fenomeno mondiale inarrestabile per bloccare la Coca Cola e ignorano che i loro amici local vivono il mercato esattamente come gli altri, cercando di massimizzare avidamente i profitti, fregandosene della qualità, inquinando come dei dannati e avvelenando le loro stesse famiglie e quelle dei loro vicini esattamente come tutti gli altri. Non sarebbe meglio abbattere il mito del mite contadino e del "vicino è buono, cinese è cattivo", e rendersi conto che il cinismo è globalizzato già dai tempi di Sem e Cam?
2) Tutto è uguale a tutto. Se la mia centrale comunale e la multinazionale tedesca usano lo stesso latte, e, in questo caso, lo stesso cacio marcio, allora la concorrenza c'è solo in base a chi acchiappa più clienti. Se li spartiscono: tu ti prendi quelli fissati con la produzione locale, tu ti accaparri quelli che vuol dire fiducia, tu copri il mercato del discount...ma la pappa è sempre la solita. E' come per le benzine, che tutti i distributori comprano dalla stessa raffineria, salvo farci diverse pubbliciatà.
Unico dubbio: perchè le mozzarellacce sintetiche hanno, in effetti, sapore diverso? Quali schifezze ci buttano dento, per differenziarle?
3) il grossista che vendeva cacio marcio a tutto il mondo, ha davvero potuto ingannare i laboratori di tutti per anni senza che nessun controllo, in Austria, alla Prealpi, alla Granarolo, alla Brascialat se ne avedesse? Tutti vittime dell'untore? Dirigenti, amministratori delegati, biologi, tecnici, tutti scemi ciechi e sordi?
4) chi vuole tre mozzarelle seminuove?
commenti:
Caro, Ottanelli,
lei coglie molto bene il paradosso global-local. Si deve ragionare liberandosi da schemi di comodo.
Conoscendo un poco il settore alimentare aggiungo qualche considerazione.
- Il meccanismo, in sintesi, è questo: le aziende produttrici di formaggi freschi effettuano spesso la consegna dei prodotti ai singoli punti vendita (definita "porta a porta"). Per ragioni di ordine commerciale è diffusa la consuetudine di ritirare dai clienti il prodotto invenduto scaduto. Tale materiale è considerato sottoprodotto di origine animale e dovrebbe uscire dalla filiera alimentare. Nel caso documentato nell'articolo prendeva invece una destinazione ben diversa che, previo trattamento di “cosmesi” lo faceva rientrare nel mercato. In effetti nell'articolo di Repubblica si dice che solo alcune delle aziende citate erano "clienti" dei riciclatori dopo esserne state fornitrici di materia prima (il prodoto scaduto). Il nuovo "prodotto" probabilmente era riconfezionato con marchi e sottomarchi poco noti e destinato a specifici percorsi distributivi.
- E' interessante notare che c'è una specie di "doppia morale" molto italiana: certe aziende lavorano con pratiche corrette e legali per quella che potremmo definire una "filiera bianca", ma non si fanno scrupolo di inviare i sottoprodotti dentro una "filiera nera", evitando costi o persino realizzando utili.
Casi simili, sia pure di minori dimensioni, sono già stati documentati in passato.
- Le norme di legge del settore sono ormai pressochè tutte di emanazione europea e sono, tutto sommato, molto rigorose, se ... applicate.
Ogni azienda alimentare deve controllare i propri processi con metodologie avanzate (HACCP) e la rintracciabilità di ogni ingrediente utilizzato e di ogni prodotto fabbricato deve essere totale. Le autorità sanitarie hanno l'obbligo di organizzare i controlli nelle aziende in modo non casuale, ma sistematico e ripetuto.
Purtroppo i risultati sono quelli che si vedono perchè siamo di fronte ad un ennesimo grave esempio di mancanza di legalità.
- La percezione del problema dell'alimentazione da parte dei cittadini è molto "new age". A mio modo di vedere, l'obbiettivo principale di un paese civile, in questo campo, dovrebbe essere assicurare la produzione di alimenti salubri a costi ragionevoli. Ma di questo si parla assai poco. Si esagera invece nell'enfatizzare gli aspetti di tipicità, pure importanti, presentandoli come soluzione di tutti i problemi. La consultazione di una banca dati di norme sugli alimenti produce ormai migliaia di documenti inerenti prodotti del tipo "pisello rosa del delta del rio Bo", ma, nella realtà, si riscontra che vi sono aziende che non applicano ancora norme sull'igiene emanate negli anni sessanta.
- Come non si rilevano differenze di comportamento tra i livelli global e local, allo stesso modo non si rilevano differenze lungo la discriminante, oggi tanto di moda, Nord - Sud (si veda la sede delle aziende coinvolte). Un libro di Sansa e Ofeddu (Milano da morire) ha fornito molte informazioni su problemi quali l'inquinamento atmosferico e la sanità in quelle contrade del Nord governate da celesti autorità. Ho sempre pensato che sarebbe stato interessante fare anche un capitolo sulla sicurezza alimentare ed ho elementi per ritenere che sarebbe stato corposo.
- E infine: anche in questo settore, quando manca la legalità, presto si manifesta la presenza di inquietanti organizzazioni (vi sono punti interessanti, a questo proposito, nel noto libro di Saviano).
Cordiali saluti.Francesco Baima
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