La risposta è: 42*
* da “Guida Galattica per autostoppisti” di D. Adams
Quanti giorni riesce a lavorare, al massimo, un uomo, in un ambiente dove nulla coincide con le sue aspettative, e dove egli non coincide con alcuna delle aspettative del datore di lavoro? La risposta è: 42.
Capitolo I: le selezioni e l'assunzione.
Una popolosa città della Toscana, qualche anno fa. Una Grande Catena Commerciale fa un bando d'assunzione per circa 150 posti di lavoro da svolgersi in loco, in ogni posizione e ruolo. Presento la domanda, come migliaia e migliaia di miei concittadini. Dai dati resi pubblici anche dai giornali, è ovvio che è un fenomeno sociale: la necessità di un posto fisso ha portato moltitudini di uomini e donne di tutte le età e di tutte le condizioni (disoccupati, sottoccupati, precari, anche già impiegati ma insoddisfatti, madri e padri di famiglia, studenti, immigrati, laureati, diplomati, con licenza elementare...) a tentare la sorte per lavorare in un supermercato.
Dopo una prima e sommaria sfrondata delle domande e dei curricula, che riduce i candidati di circa la metà, veniamo convocati (a gruppi di circa 1500-2000 persone al giorno) in un albergone alla estrema periferia, dove siamo accolti dalla Agenzia -Di -Milano- Che- Fa -Le- Selezioni, un fior di ditta specializzata con consulenti, psicologi, esperti giovanotti in cravatta e doppiopetto e signorine in taieur color pastello, che prendono in carico il compito di trovare la persona giusta per il posto giusto, incaricati e profumatissimamente retribuiti dalla Grande Catena Commerciale per capirci, comprenderci, collocarci. Wow.
Ci vengono consegnati moduli e moduli da riempire. Sono centinaia di domande sintetiche, tipo sì o no, su molteplici e variegati aspetti di noi stessi: gusti, abitudini, propensioni, attitudini, esperienze, capacità, aspirazioni, e di tipo “vero o falso”, che sanno un po' di test di cultura generale. I fogli si accumulano sui tavoli, le domandine nella testa. Mi giro, e vedo volti di tutte le razze, di tutti i colori, i saloni sono pieni, ci si appoggia su ogni superficie piana per scrivere, e lentamente i fiati saturano l'ambiente. Siamo troppi, penso tra me e me. Troppi. Non è normale. E segno crocette.
Una settimana dopo ricevo la comunicazione che ho passato il turno. Anche stavolta siamo stati dimezzati, ci rivedremo tra quindici giorni presso un altro albergone per una seconda prova.
E la seconda prova arriva. Stavolta si tratta di due fasi: nella prima dobbiamo riempire una sorta di dettagliato questionario (stavolta però per esteso, senza crocettine) su cosa sappiamo fare, su cosa vorremmo fare, su quali potenzialità abbiamo e su quali posizioni, coerentemente con quanto detto, vorremmo occupare. Segue lista di posizioni: magazziniere, pulizie, direttore, dirigente, macellaio, impiegato....Cerco di spiegare ben bene le mie capacità, le lingue straniere che so parlare, racconto di me e del mio potenziale... Alcuni scrivono in modo compulsivo uscendo letteralmente fuori dai margini, altri, soprattutto stranieri con evidenti problemi con l'italiano, si guardano in giro, sperduti.
Ci vuole un'oretta per finire, poi si passa alla fase due: i test psicologici! I test di intelligenza! Quelli con i numeretti da mettere in serie, e le figurine bianche e nere, e la logica. Tra somme e indovinelli, tra “trova l'intruso” e “metti in ordine questi solidi”, si fa sera. Consegno tutto, e aspetto.
Un mese dopo, e dopo la solita eliminazione del 50% dei candidati (i numeri sono comunicati nelle convocazioni), ci ritroviamo ancora in tantissimi in un altro albergo ancora. Veniamo divisi per gruppi, in stanze diverse, e ci vengono riproposti altri (e più complessi) test attitudinali. Stavolta i disegnini sono a colori, le soluzioni di gran lunga meno semplici, ci sono riferimenti a cultura e nozionismo meno banali...mi barcameno, e alla fine, dubitando di qualche risposta, consegno. La Agenzia -Di -Milano- Che- Fa -Le- Selezioni ci trasferisce nel salone, stiamo stretti ma ascoltiamo in silenzio, e giovanotti e signorine ci parlano del vero significato del lavorare nella Grande Catena Commerciale: è un'aspirazione, dobbiamo sentirci parte di un tutto, ognuno ha il suo prezioso ruolo, poi fanno gli occhiacci e ci dicono che è una cosa seria, che ci viene chiesto impegno, dedizione, costanza. Qualche domanda? Nessuno alza la mano. Si va a casa, ci rivedremo, la metà di noi, tra quindici giorni.
Sono tra i fortunati. Vengo ammesso alla selezione, quella vera, quella seria. Divisi in gruppetti di 60 persone circa, veniamo fatti parlare, rispondiamo a domande, ci chiedono di presentarci, e di dire (come già avevamo fatto per scritto) cosa sappiamo fare, e cosa vorremmo fare nella Grande Catena Commerciale. Sorridenti milanesi incravattati ci ascoltano, talvolta interrompono, fanno qualche domanda aggiuntiva, stimolano. Emergono chiaramente le diverse personalità presenti: c'è lo sfrontato, il timido, il colto, il sempliciotto, il timorato, il sicuro di sé...vedo prendere appunti e segnare indicatori su PC portatili. Tutto è estremamente serio e professionale.
Dopo 15 giorni, finalmente un colloquio! In lunghissime file ci accomodiamo a scrivanie dove una piccola commissione ci fa domande, ci chiede di noi, insomma, il classico colloquio di lavoro. Dobbiamo tornare il pomeriggio, però, per riprendere le selezioni. Mentre mangio un panino nell'attesa, mi chiedo quanti sono stati coloro che hanno abbandonato, e quanti coloro che son stati scartati, in tutto questo tempo. Pensavo che trovare lavoro in un supermercato fosse più facile, ma qui, caspita, stanno facendo le cose in grande.
Il pomeriggio è una sorpresa: veniamo divisi in gruppetti di 20 circa, e ci fanno fare i “giochi di ruolo”, un test dinamico per valutare le nostre personalità e le nostre interattività. Ne ricordo in particolare uno: dovevamo fingere di essere la redazione di una televisione nazionale. Ognuno di noi (pescando a caso un bigliettino) avrebbe impersonato un settore della fantomatica TV. A me capitò “redazione economia e finanza”, e, in quella veste, avrebbe dovuto convincere tutti gli altri a dedicare l'unica ora libera del palinsesto immaginario al proprio argomento di competenza. Avevamo 20 minuti. Per la cronaca, la decisione non fu presa, ma i selezionatori ebbero modo di vedere chi era leader e chi gregario, chi collaborativo e chi tendeva ad imporsi, chi assertivo e chi negativo... di questi giochi ne facemmo tre, per quanto quello della TV fosse il più vivace.
Passo anche questa, e vengo riconvocato, stavolta presso le strutture stesse della GrandeCatena. Ci sono dei tizi (piuttosto antipatici, se ricordo bene) della Catena e i soliti incravattati della Agenzia -Di -Milano- Che- Fa -Le- Selezioni. Ancora un colloquio. Ancora alla ricerca delle motivazioni. Tra candidati cominciamo a ri-conoscerci. C'è veramente un mondo, con me: disperati che tentano di fuggire da lavori e turni infernali, pomposi neolaureati che pretendono la carriera manageriale, modeste signore anzianotte, disoccupati cronici con più delusioni che speranze...ed è la speranza ad unirci, la speranza di un lavoro nor-ma-le, quello fatto di stipendi e ferie regolari, di buste paga e assicurazione sanitaria...di sicurezza, insomma, di tranquillità. Sento storie di tutti i tipi, di difficoltà, di paura del futuro, di famiglie a carico. Mi commuovo (nel senso etimologico del termine) un po'.
Ci vogliono più di 30 giorni, ma alla fine arriva la risposta: MI ASSUMERANNO! Sono felicissimo, e vado all'appuntamento. Vengo accolto da una signora che mi fa firmare un pre-contratto. Molto generico, ma firmo, firmo, che mi frega, ce l'ho fatta! Con i compagni è tutto uno stringersi le mani, pacche sulle spalle, complimentarsi, anche se non abbiamo alcun dettaglio sul nostro destino.
Ci richiamano uno alla volta, e ci rifanno un colloquio (ma...adesso?? Dopo aver firmato?), poi ci informano del ruolo che ci spetta: io sarò magazziniere.
Magazziniere? Ma... avevo indicato tutt'altro, nelle domande, nei colloqui, nelle aspettative, nelle qualifiche...cioè, perché mi avete testato la conoscenza dell'inglese e dello spagnolo, se poi devo scaricare bottiglie e scatolame? “Lo sa usare il muletto?” “No...” “Non importa, imparerà” “Sì, imparerò...”.
Esco e vedo tante facce perplesse. Troppe. Mi fermo a parlucchiare, e ci sono diverse insoddisfazioni. Solo due che facevano i panificatori hanno avuto il lavoro come panificatore ed un ex macellaio come macellaio.
L'appuntamento è per il giorno dopo, comincia “l'addestramento”: leggi sulla sicurezza, leggi sul lavoro, leggi sulla salute, e spiegazioni dell'ambiente e del ruolo.
Ci rivediamo (siamo nella Grande Struttura Centrale della Grande Catena Commerciale) tutti emozionati, ed ascoltiamo. Ci leggono le leggi in questione, ci spiegano con estrema attenzione come chinarci e sollevare pesi (prendete nota di questi passaggi, ne riparleremo), ci istruiscono sulla gerarchia interna ed insistono quasi maniacalmente su come e quanto dobbiamo essere gentili e disponibili verso i clienti. Ricordo perfettamente le istruzioni: “qualunque cosa stiate facendo, se un cliente si avvicina, lasciate tutto e dedicatevi a lui. Se vi chiede dove si trova un prodotto, non limitatevi a indicarglielo, ma accompagnateli fino alla corsia giusta. Sappiatelo, la sfida per il futuro si baserà su questo, sulla fidelizzazione del cliente, e la vostra disponibilità deve essere assoluta”.
Registro mentalmente, con cura.
Dopo passiamo alla assegnazione presso i luoghi fisici di lavoro. Dunque, sappiamo che lavoreremo in questa città, ma non sappiamo esattamente in quale supermercato: tu dove abiti, ah, vicino a me, potremmo andare insieme, casomai... ma la realtà è diversa. Quel giorno (nessuno ce lo aveva detto prima) ci viene comunicato che faremo un periodo di formazione presso strutture in altre province. 3/4/6 mesi a 70,90, 100 km di distanza. Tutti ammutoliamo. Il gelo è perfettamente percepibile. I signori della Agenzia -Di -Milano- Che- Fa -Le- Selezioni se ne accorgono, e chiedono cosa c'è che non va. Parla, timidissima, una signora di circa 55 anni, cicciona e dolcissima. Non ha la macchina, come fa ad andare e tornare dall'ipermercato al quale è stata assegnata, sperduto in mezzo alla campagna, a 100 km da casa sua? Altri sollevano simili perplessità. Alcuni si sentono autorizzati a dire che non avevano fatto domanda per il ruolo al quale sono stati assunti, c'è uno che aveva esplicitamente escluso la pescheria, e deve lavorare proprio lì, e non è convinto...Ci chiedono quanti di noi avessero indicato una mansione che non è stata rispettata. Si alzano molte mani. Il pendolarismo spaventa madri e giovanissimi, così come i più “anziani”...c'è chi si è licenziato per accettare questo nuovo impiego, ma non pensava di fare passi all'indietro....insomma, c'è confusione, nervosismo. Uno dei selezionatori mi fissa e mi chiede: “ E lei, che pensa?”....balbetto che non pensavo di fare il magazziniere, che mi va benissimo, ma non era quello per il quale mi sento più qualificato, e che la locazione, a 70 km, mi pare un po' una sorpresa...ma va bene, va bene tutto. “Lo sa che deve essere lì al lavoro alle 5 del mattino?”. No, non lo sapevo. A volte anche alle 4? Ok, sarò lì alle 4. La stanza rumoreggia. Tutti vogliono saperne di più. La riunione viene sciolta, saremo contattati singolarmente.
Usciamo nel piazzale, ci troviamo in una cinquantina. Quante delusioni! Quanti piccoli grandi sconforti... comincio a chiedere a tutti “cosa ti fanno fare, che lavoro farai'” e comincio ad avere un sospetto. Vedo uscire un altro scaglione, anche loro discutono, rifaccio a tutti la stessa domanda, fotografo facce e memorizzo storie personali e ruoli...Torno a casa, telefono a quelle poche persone con le quali ci siamo scambiati i numeri, tiro le somme, e, come poi vedrò concretamente sul luogo di lavoro, i miei sospetti erano più che fondati. Siamo stati assegnati ai nostri incarichi per “genere”.
Tutti gli uomini dai 18 ai 50 anni sono diventati “magazzinieri”. Senza distinzione di curricula, di esperienze, di titolo di studio. Tutte le belle ragazze sono state mandate all'ufficio informazioni, al desk, all'accoglienza. Le donne giovani e di aspetto decente sono da oggi cassiere. Non importa cosa hanno fatto prima, o se hanno fatto specifica domanda. Tutte le donne di oltre i quarant'anni e le bruttine di ogni età sono nel reparto pulizie leggere o a mettere i prodotti sugli scaffali. Laureate, diplomate, indifferentemente a scope e stracci. Qualche qualificato come panettiere è ai forni. I macellai, alla macelleria. Qualcuno che aveva lavorato nella gastronomia, è alla gastronomia. Una cuoca farà la cuoca. Tutti gli stranieri, uomini e donne, vecchi e giovani, sono al comparto pulizia pesanti e pulizie di magazzini e parcheggi.
Sono incredulo e perplesso. Ma cosa diavolo significa tutto questo? Come è possibile che sia così dannatamente banale? Offensivo e banale? Parlo con una ragazza somala, laureata in sociologia. Voleva far parte del livello manageriale: deve dare lo straccio in terra. È arrabbiata. La signora cicciotta quasi piange, davvero non sa come raggiungere il luogo di lavoro.
A cosa diavolo sono serviti quei mesi di selezione? Perché tutti quei test? Quanto diamine è costata la consulenza della Agenzia -Di -Milano? Perché mi hanno fatto fare il finto redattore di una finta televisione per un finto palinsesto, se poi devo scaricare in magazzino? E perché quelle ragazze carine – brave, meno brave, sveglie, meno sveglie- devono andare alle informazioni, tutte, solo loro? C'era bisogno di imbastire tutto questo circo della ipocrita scientificità per mandare gli extracomunitari a lavare i bagni? C'era bisogno di fare colloqui su colloqui per mandare le signore attempate a rifornire i reparti di mandarini e pomodori? C'era bisogno dei giochi di ruolo per sapere che un macellaio lavorerà con le carni e un fornaio farà il pane? E perché quel poveraccio è finito in pescheria, se aveva chiesto tutto tranne quello?
Queste non sono selezioni, ma discriminazioni. Discriminazioni razziali, di genere, di età, di aspetto. Ripasso mentalmente tutto il ciarpame buonista e democratico che la Grande Catena Commerciale riversa ogni giorno sui suoi clienti, e mi appresto a cominciare il mio nuovo lavoro. Come sarà, come mi troverò, quanto durerà? Ma questa è un'altra storia. Che merita un capitolo a sé.
Fine capitolo I