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venerdì 07 ottobre 2005 16.37.20

Periodico on line registrato presso tribunale di Firenze n°5375

La spessa crosta dei privilegi

di Vittorio Melandri

Quando l’estate appena passata era ormai al tramonto, si è parlato, solo parlato beninteso, di questione morale. Come sempre, da ognuno dei quattro cantoni della politica, con malcelato fastidio. Come sempre, sono più interessato a quelle che leggo come pecche, del cantone mio. Poiché si sa che la memoria di questo Paese è labile, e poiché per “questione morale” si può intendere oggi (causa memoria corta appunto), solo quanto successo in occasione dell’insorgenza e della breve vita di “Mani pulite”, almeno da non confondere con “Tangentopoli” (la prima è morta, la seconda è più viva che mai), c’è chi ha voluto precisare che, il fenomeno odierno non si può chiamare “questione morale”: “Non credo sia un fenomeno della stessa portata (…) Parlerei piuttosto di abitudine a rispettare le regole. È una patologia preesistente, e non riguarda solo la politica, ma gran parte della classe dirigente.” - Massimo D’Alema, Il Sole 24 Ore venerdì 5 agosto 2005 -. Poi, partito per le sue sacrosante vacanze, e non c’è ironia da parte mia nel considerarle sacrosante, ma totale e convinta adesione al concetto, il Presidente dei DS, ha lasciato il Segretario Fassino in trincea, da dove, sotto l’infuriare della polemica sorta attorno alla vicenda Unipol-BNL, si è lasciato scappare quell’infelice frase, per cui i DS, quanto a moralità, non prendono lezioni da nessuno. Ma proprio qui, secondo me, sta uno dei punti cruciali. Perché innanzi ad una questione che è tuttora irrisolta, anche se derubricata da “questione morale” alla fattispecie di “abitudine a rispettare le regole”, l’erede della poltrona di Berlinguer, anche se oggi in grado di citare il corrotto Craxi con una benevolenza diversa dal suo predecessore, dovrebbe dichiararsi invece pronto a prendere lezioni da tutti, pronto a raccogliere tutti gli spunti utili, ad attivare finalmente il processo di estirpazione di questa mala pianta. Invece, oggi che l’autunno ormai è cominciato, si abbandona la questione morale, anche solo a parole, e si prendono di mira i “moralisti”. Or bene si sa che, “fare la morale”, come si suol dire, è impresa difficile. Come tutte le imprese difficili a compiersi, comporta anche che sia elevato il rischio di sbagliare. E quando si sbaglia, i primi ad esserne danneggiati, in genere, non sono coloro che commettono l’errore, i moralisti in questo caso, ma i destinatari dell’errore, la vasta platea dei cittadini, per rimanere sempre allo stesso caso. Per questo ha ragione Bertinotti a sostenere: che “i moralisti” (quelli di sinistra ovviamente) danneggiano la sinistra. Quando però, nel, e/o, a, “fare la morale”, appunto……si sbagliano! Perché di morale, e di qualcuno che ne parli, e pure di qualcuno che la “faccia” anche a rischio di sbagliare, in questo Paese ve n’è un gran bisogno, e Bertinotti, che frequenta tutti gli osservatòri più privilegiati, dovrebbe essere fra quelli che lo sanno bene.

E Bertinotti, dovrebbe anche essere almeno incuriosito dal fatto, che sotto tiro, finiscano puntualmente i “moralisti”, senza che nemmeno ci si prenda la cura, almeno, di distinguerli, i moralisti:  fra quelli da strapazzo e quelli per davvero.

E questa mancanza di cura, a parer mio, risulta alla fine la prova provata, di quanto, dei “moralisti” per davvero, ce ne sia per davvero bisogno. Curioso poi il fatto che, a dare addosso ai “moralisti”, sia puntualmente “una piccola folla di maestrine con la penna rossa e blu”, per usare un’efficace espressione di Norma Rangeri, e che il diritto di “fare la morale”, loro, evidentemente pensano di riceverlo direttamente da un Dio (qualsiasi, ce ne sono diversi per la bisogna), che di questi tempi, come appare sempre più evidente è una garanzia di per sé, garanzia capace anche di emendarli dal peccato originale, di essere proprio loro, quei “moralisti da strapazzo” che non mettono mai nel loro mirino. Un “moralista” nel mirino, anche se non brilla magari per simpatia, con quell’aria un po’ da primo della classe, e fermo restando che non riesco certo a pensarlo come uno che sia indenne dal commettere errori, è Marco Travaglio; e so bene pure, per quanto mi riguarda, che politicamente, rispetto a me, che sono “pregiudizialmente” di sinistra, sta da un’altra parte. Però, la sua rubrica sull’Unità, e i suoi libri, e il suo apparire in pubblico, mi hanno sempre offerto, e non esito a dire sempre, materia su cui riflettere, e guarda caso, spesso, molto spesso, materia che non trovo, quando mi rivolgo ad altre fonti. La melassa, che da dall’estrema destra all’estrema sinistra dello schieramento politico, senza soluzione di continuità, (e dico politico, in senso lato, perché anche l’informazione è politica, e di quella che dovrebbe essere alta, per giunta), è una melassa che si vorrebbe sempre veder ricoprire le “asperità” di qualsiasi tipo, e qua e là, è proprio scostata solo da persone come Travaglio, a cui occorre esprimere per questo e comunque, un grazie.  Oggi più che mai, poi, visto che anche a sinistra, alla vigilia di una vittoria annunciata, sembrano prevalere gli ex che alla melassa sembrano molto affezionati. Gli ex direttori (per chi non lo sapesse, Peppino Cadalora) che fanno leggere i loro ex giornali dai loro avvocati, e gli ex presidenti di vigilanza, che da presidenti vigilati (per chi non lo cogliesse, Claudio Petruccioli), per esercitare il loro diritto a difendersi dalle critiche, non sanno far di meglio che chiamarsi fuori, oppure usare espressioni come, “girotondismo rancido”, che la dice lunga, sulla stima che oggi nutrono per le “piazze” piene di cittadini. Ma tornando alla negletta “questione morale”, da dove potrebbero cominciare le forze politiche, per affrontarla e così sottrarla ai moralisti, sia quelli da strapazzo sia quelli per davvero?  C’è chi ha scritto che la “crosta della civiltà è sottile”, è mesto doverlo riconoscerlo, ma è vero. Ma è la crosta dei privilegi, al contrario, così spessa, che nessuna civiltà sino ad ora conosciuta, è mai riuscita nell’impresa di spazzarla via, ed è la crosta dei privilegi, che continua a rappresentare l’acqua dove nuotano e si sviluppano i germi dell’immoralità, prima di ogni altro tipo, quelli dell’immoralità politica.  L’umanità ha compiuto passi molto lunghi, in direzione di essere più giusta verso se stessa, ma il traguardo minimo di intaccare, solo intaccare, la crosta spessa dei privilegi, non è mai stato nemmeno avvicinato. Ogni volta che si è creduto di aver raggiunto anche un modesto risultato, subito ci si è accorti che ad un privilegio se ne era sostituito un altro, senza che la diversità apparente, ne modificasse la vera e ingiusta natura. Ancora più triste è ogni volta accorgersi, che al privilegiato emarginato, se ne sostituisce sempre, non solo uno nuovo, ma un nuovo che si rivela non di rado colui che, contro il privilegio e il privilegiato, sino ad un minuto prima, aveva fieramente combattuto. Come intaccare la spessa crosta dei privilegi e lasciare che nuovi tessuti giungano alla luce, e su quelli si possa innestare nuova vita?  Credo sia questa la domanda senza risposta, che più di ogni altra ci affanna e mortifica, “ci”, come specie umana intendo. Compresi quegli esemplari della specie, che dai privilegi, non sono solo beneficati ma loro malgrado (sich!), anche accecati. Per essere chiaro, preciso che non mi scandalizza il costo “evidente” della politica, non mi scandalizza che il nostro Parlamento costi “il doppio del Bundestag tedesco e dell’assemblea nazionale francese; il quadruplo dei Comuni inglesi e più di dieci volte del Parlamento spagnolo” e neppure mi sorprende, che nonostante questo, “i deputati tedeschi e francesi guadagnano più dei nostri”......... quello che mi scandalizza per davvero è che "io so", che il “marcio” nella politica, e poi nella vita, si annida nei mille e mille privilegi nei quali la politica, e i cosiddetti VIP, sono convinti di nuotare, e invece giorno per giorno, “affogano” e fanno affogare pure noi.

 

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line