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Periodico on line registrato presso tribunale di Firenze n°5375 |
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7 settembre
2006 |
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A proposito della
“morte” del socialismo e di “riforme di struttura”! di Vittorio Meandri Forse per fare spazio
al Partito Democratico, che sta tanto a cuore al suo editore, si è aperto su Questo fatto, che non
è una opinione mia, ma un fatto che sta sotto gli occhi di quanti si sforzano
di vedere il “cielo grigio” che ci sovrasta, e non si accontentano di
guardare il dito di volta in volta teso dal Berlusconi di turno, o dal prof.
Giavazzi, o quello in genere particolarmente adunco di qualche altissimo
funzionario di Bruxelles o del FMI, basta da solo a giustificare lo sforzo di
aggiornare il socialismo. Una forma politica, che da quando è nata, non ha
mai rinunciato ad aggiornare se stessa, ripartendo ogni volta dal
riconoscimento dei propri errori, ma che al contempo, non ha mai potuto
rinunciare alle ragioni fondanti che ne hanno dettato la nascita, prima fra
tutte, quella di dover dare la scalata, per andare oltre, all’altissimo monte
dell’ingiustizia e della disuguaglianza (disuguaglianza nelle
opportunità iniziali, ma ancora oggi terribilmente spesso, anche nei falsati
approdi finali). Nerio Nesi, il 1°
settembre scorso dalle pagine di Repubblica, si è chiesto “quali sono i
valori e gli obiettivi, per il raggiungimento dei quali il socialismo del
2000 può accendere le fantasie ed alimentare le speranze? Si interroga e ci
interroga giustamente il presidente dell’associazione che porta il nome di
Riccardo Lombardi, ma altrettanto giustamente, lo fa ricorrendo ad una forma
retorica, dopo avere ricordato agli immemori (molti in dolo con la propria
memoria e con la nostra), che “in Italia, il Psi pose negli anni ‘60 i
presupposti di un progetto che doveva tradursi nella riduzione progressiva
delle posizioni di rendita e di monopolio, nel controllo pubblico dei grandi
servizi di interesse collettivo, a cominciare dalla scuola, nella
eliminazione delle sperequazioni fiscali, nella programmazione degli
investimenti e nella realizzazione del pieno impiego, attraverso un vasto
piano di lavori pubblici e il risanamento dei più gravi squilibri sociali e
territoriali: tutti interventi che, nel linguaggio del tempo, venivano
definiti “riforme di struttura”. Oggi stando ai “riformisti” di giornata,
tutto questo non sarebbe più attuale, e dovrebbe bastare la “mano
invisibile del mercato”, insieme alla ri-conversione di tanti post-qualcosa,
ad “accompagnare il
Paese lungo il cammino che porta alla piena libertà economica” dopo
ovviamente essersi assicurati, che “le banche restino affare dei banchieri”
(Dario Di Vico, Corriere della Sera 1 settembre 2006). Se non bastasse tutto
il resto, penso proprio che simili opinioni, oggi più cha mai pericolosamente
dominanti, da sole, giustifichino ampiamente la necessità del “socialismo”,
e in quanti si ritengono ancora tali e alla continua ricerca del modo
migliore per esserlo, l’umile orgoglio di esserlo. |
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Pubblicazione a cura di
democrazialegalita.it periodico on line |