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7 settembre 2006   

A proposito della “morte” del socialismo e di “riforme di struttura”!

di Vittorio Meandri

 

Forse per fare spazio al Partito Democratico, che sta tanto a cuore al suo editore, si è aperto su la Repubblica un dibattito sulla morte del Socialismo. Sarò ingenuo, e magari anche un po’ “fissato”, ma credo che, volendo appena un poco essere “giusti”, non si possa neppure per un attimo rinunciare alla consapevolezza, che la strada dell’innovazione, delle riforme e della modernizzazione, quella percorrendo la quale, per esplicita dichiarazione del suo segretario, i DS non intendono “essere secondi a nessuno”, può essere sempre ingombra di disuguaglianze e iniquità, più ancora di quanto non lo sia, la vecchia strada della “conservazione”, che per altro, non sempre occorre o è giusto o è possibile, allegramente abbandonare.

 

Questo fatto, che non è una opinione mia, ma un fatto che sta sotto gli occhi di quanti si sforzano di vedere il “cielo grigio” che ci sovrasta, e non si accontentano di guardare il dito di volta in volta teso dal Berlusconi di turno, o dal prof. Giavazzi, o quello in genere particolarmente adunco di qualche altissimo funzionario di Bruxelles o del FMI, basta da solo a giustificare lo sforzo di aggiornare il socialismo. Una forma politica, che da quando è nata, non ha mai rinunciato ad aggiornare se stessa, ripartendo ogni volta dal riconoscimento dei propri errori, ma che al contempo, non ha mai potuto rinunciare alle ragioni fondanti che ne hanno dettato la nascita, prima fra tutte, quella di dover dare la scalata, per andare oltre, all’altissimo monte dell’ingiustizia e della disuguaglianza (disuguaglianza nelle opportunità iniziali, ma ancora oggi terribilmente spesso, anche nei falsati approdi finali).

 

Nerio Nesi, il 1° settembre scorso dalle pagine di Repubblica, si è chiesto “quali sono i valori e gli obiettivi, per il raggiungimento dei quali il socialismo del 2000 può accendere le fantasie ed alimentare le speranze? Si interroga e ci interroga giustamente il presidente dell’associazione che porta il nome di Riccardo Lombardi, ma altrettanto giustamente, lo fa ricorrendo ad una forma retorica, dopo avere ricordato agli immemori (molti in dolo con la propria memoria e con la nostra), che “in Italia, il Psi pose negli anni ‘60 i presupposti di un progetto che doveva tradursi nella riduzione progressiva delle posizioni di rendita e di monopolio, nel controllo pubblico dei grandi servizi di interesse collettivo, a cominciare dalla scuola, nella eliminazione delle sperequazioni fiscali, nella programmazione degli investimenti e nella realizzazione del pieno impiego, attraverso un vasto piano di lavori pubblici e il risanamento dei più gravi squilibri sociali e territoriali: tutti interventi che, nel linguaggio del tempo, venivano definiti “riforme di struttura”.

 

 Oggi stando ai “riformisti” di giornata, tutto questo non sarebbe più attuale, e dovrebbe bastare la “mano invisibile del mercato”, insieme alla ri-conversione di tanti post-qualcosa, ad “accompagnare il Paese lungo il cammino che porta alla piena libertà economica” dopo ovviamente essersi assicurati, che “le banche restino affare dei banchieri” (Dario Di Vico, Corriere della Sera 1 settembre 2006). Se non bastasse tutto il resto, penso proprio che simili opinioni, oggi più cha mai pericolosamente dominanti, da sole, giustifichino ampiamente la necessità del “socialismo”, e in quanti si ritengono ancora tali e alla continua ricerca del modo migliore per esserlo, l’umile orgoglio di esserlo.

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line