L’aspro confronto fra Travaglio e D’Avanzo ha innescato sulle nostre pagine un interessante confronto fra Sergio Nieri ed alcuni cittadini lettori di “democrazialegalità”. Da questo confronto ne ricavo a mia volta uno spunto di riflessione che mi porta a scorgere nella “rete” la sola “tecnica” non ancora totalmente indisponibile alla massa dei cittadini utilizzatori, e perciò il solo mezzo rimasto da poter utilizzare per vincere quella resistenza inerziale, senza il superamento della quale, “il problema di moltiplicare i luoghi del confronto politico” si dovrebbe aggiungere alla lista dei problemi insolubili.
D’altro canto però, proprio le conclusioni a cui giungono Nieri e i suoi interlocutori mi confermano nel mio pessimismo, perché mi spingono a vedere la resistenza inerziale di cui sopra, ancora maggiore di quella che riesco a valutare con le sole mie forze, e di cui, per darvene un’idea, propongo la versione che segue.
Sono “trascorsi ormai trent’anni, (e) non si sa nulla della sorte degli originali delle carte di Moro ed è ragionevole supporre che difficilmente potranno essere ritrovati”; sono le parole con cui Miguel Gator (vedi anche Diario anno 13 n. 8) inizia il capitolo del suo libro “Aldo Moro – Lettere dalla prigionia”, capitolo intitolato “Un’opera aperta”, titolo quanti altri mai emblematico che rispecchia le condizioni in cui versa la “combinata” Repubblica, la stessa da me già qui citata con le parole di Lampedusa-Tancredi.
La nostra è una repubblica democratica da sempre condizionata da «una cronaca politica e criminale fra le più tragiche e difficili da spiegare non solo all’estero ma agli italiani medesimi (che) viene giorno dopo giorno ridotta dal “giornalese” a un miserabile campionario di scarse metafore…». Queste ultime parole le copio invece dal libro di Alberto Arbasino, “IN QUESTO STATO”, uscito nel settembre 1978, libro che Lietta Tornabuoni recensendolo sul Corriere della Sera quindici giorni prima della sua uscita, definiva un “diario antropologico-culturale, testimonianza a futura memoria dell’emotività collettiva, happening corale ….(un) contributo alla storiografia italiana non ufficiale..”.
Dopo altri trent’anni di trattamento intensivo a base del “miserabile campionario di scarse metafore” evocato da Arbasino, come avrebbe potuto il popolo italiano scegliere diversamente da come ha fatto alle ultime elezioni? Solo ad essere un poco intellettualmente onesti e senza essere studiosi di antropologia e manco sociologi della domenica, basta il senno del poi depurato di ostinate speranze sempre ultime a morire, per ammettere che ci sarebbe stato di che sorprendersi se l’esito del voto fosse stato diverso.
Il “miserabile campionario di scarse metafore” che si è esteso vieppiù dal giornalismo scritto a quello televisivo e da questo alla politica tutta, purtroppo, non è nemmeno incrinato, da opere aperte ed intelligenti come quella di Gator, e della ristampa annunciata del libro di Arbasino, ancorché arricchita di una sua nuova postfazione, è triste e facile prevedere che sarà letto da meno dei pochi che lo compreranno.
Forse sono un “radical pessimista”, ma il Paese che mi ha dato i natali e che non posso non amare, per giovarsi almeno un poco dei giacimenti “dell’alta e gloriosa tradizione moralistica” ricordata da Mario Andrea Rigoni sul Corriere del 19 maggio u.s., giacimenti di cui pure dispone, dovrebbe prima veder smantellato almeno un poco, il “miserabile campionario di scarse metafore” che l’avvolge. Temo, per ab-usarne di una, che sia un cane che si morde la coda. Particolare caso questo, di una resistenza inerziale, assolutamente insuperabile. |