<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> saviano, camorra, casalesi, minacce, gomorra, vittorio melandri
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Non basta esprimere solidarietà a Roberto Saviano
 
di Vittorio Melandri
 

Tratto da Gomorra, di Roberto Saviano:

“La questione delle armi è tenuta nascosta nel budello dell’economia, chiusa in un pancreas di silenzio. L’Italia spende in armi ventisette miliardi di dollari. Più soldi della Russia, il doppio di Israele. La classifica l’ha stesa l’Istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace, il SIPRI. Se a questi dati dell’economia legale si aggiunge che secondo l’EURISPES, tre miliardi e trecento milioni è il business delle armi che camorra, ’ndrangheta, Cosa Nostra e Sacra Corona Unita gestiscono, significa che seguendo l’odore delle armi che Stato e clan gestiscono si arriva ai tre quarti delle armi che circolano in mezzo mondo. Il cartello dei Casalesi è in assoluto il gruppo imprenditorial-criminale capace di fornire sul piano internazionale referenti non solo di gruppi, ma di interi eserciti.”

Ma ci vogliono far credere che l’allarme sulla sicurezza di Saviano si è alzato in questi giorni perché si avrebbe notizia di un approvvigionamento di esplosivo da parte dei Casalesi.

Enzo Siciliano, di Gomorra di Roberto Saviano, ha detto subito: “è un bel libro”. Aveva però espresso anche un’altra opinione dettata dalla lettura dello stesso libro: “questo ragazzo rischia la vita”.

Poi, si era a pochi mesi dall’uscita di Gomorra, prima edizione aprile 2006, Dario Del Porto in prima pagina su la Repubblica rilanciava la denuncia in merito, riprendendola da un articolo di Gianluca Di Feo sull’Espresso, affermando che “l’ira della camorra poteva essere messa nel conto delle reazioni (a) un libro coraggioso…” ma, aggiungeva subito dopo, appunto facendo eco all’Espresso….

 “Colpisce il disprezzo delle autorità locali”.

C’è un passo del libro che, fra i tanti, mi ha particolarmente colpito, sia per la sua lucida denuncia sia per la bellezza letteraria. Saviano parla di un amico di don Peppino Diana, sacerdote massacrato da vivo a colpi d’arma da fuoco, e da morto a colpi di calunnia, e parlando di questo amico dopo l’assassinio di don Peppino, riferisce una metafora:

“«Quello s’è chiuso». Chiudersi, diventare silenzioso, quasi muto, una volontà di scappare dentro di sé e smettere di sapere, di capire, di fare. Smettere di resistere, una scelta di eremitaggio presa un momento prima di sciogliersi nei compromessi dell’esistente.”

Penso che questo sia quello che vorrebbero in subordine, tutti i poteri, criminali e non. Che i cittadini si sciolgano nei compromessi dell’esistente, o, appunto in subordine, che si “chiudano”.

Siamo arrivati al punto in cui Saviano per non “chiudersi”, per continuare a scrivere e a vivere, si è convinto di doversene andare dall’Italia.

È agghiacciante che lo Stato sia, al più, nelle condizioni di proteggere Saviano, ma non di garantire il suo diritto a “non chiudersi”, e ancora più agghiacciante che noi cittadini italiani si sia ormai assuefatti a questa evidenza e che, al più, si sia disposti a manifestargli solidarietà, magari spendendo un giorno del nostro tempo per aderire ad una manifestazione, magari là dove, il giorno prima e il giorno dopo, il “sistema” continuerà a governare al posto dello Stato Italiano

 
Commenti:
(1)

Ha ragione Saviano a 'rivolere la sua vita'. Io se io fossi lui ri-vorrei anche la mia 'opera'. Vorrei che il mio libro tornasse ad essere mio e non il veicolo per una campagna mediatico-letteraria che lo riduce a fenomeno svuotandolo dei contenuti, del disagio e della sofferenza che forse lo hanno generato. Ma io non sono Saviano. Roberta Anguillesi

 

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