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di Massimo Niro ( magistrato di sorveglianza a Firenze)
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Se prendo atto con soddisfazione, quindi, del responsabile atteggiamento assunto dal Guardasigilli, è invece con dispiacere misto ad incredulità che registro le polemiche insorte, in questa dolorosa occasione, all’interno della magistratura di sorveglianza, in particolare fra il Tribunale di Sorveglianza di Campobasso e quello di Palermo (quest’ultimo è il Tribunale che nel novembre 2004 ha ammesso l’Izzo al regime della semilibertà).
Sebbene sia comprensibile che i magistrati più direttamente coinvolti dalla vicenda siano rimasti umanamente “choccati”, ciò non giustifica però , a mio modesto avviso, delle “esternazioni” giornalistiche poco controllate e comunque discutibili, nella misura in cui offrono all’opinione pubblica l’immagine di una magistratura di sorveglianza profondamente divisa e, in qualche modo, rissosa.
Non è il caso di sprecare, con polemiche per lo più pretestuose, l’occasione offerta dall’atteggiamento cauto e comprensivo del Ministro Castelli, mentre è necessario avviare una discussione seria ed approfondita, se occorre anche autocritica, sulle valutazioni che compiamo, sui giudizi che formuliamo nell’ambito della nostra particolare attività giudiziaria (tanto particolare che ,spesso, è poco conosciuta o guardata con diffidenza dai nostri stessi colleghi che esercitano altre funzioni giudiziarie).
Ciò che è difficile da recuperare, da individuare è un patrimonio professionale comune, al di là delle naturali (e in certa misura apprezzabili) diversità di orientamenti : e tale difficoltà appare accresciuta dalle peculiarità del “mestiere”di magistrato di sorveglianza, chiamato dalla legge ad effettuare giudizi prognostici tanto ardui quanto, intrinsecamente , “fallibili”.
E’ in questa direzione, dunque, che anche casi clamorosi come quello di Angelo Izzo (statisticamente molto rari, per fortuna , ma ciò non esime dal fornire spiegazioni e chiarimenti) possono contribuire ad una riflessione utile e costruttiva, che deve necessariamente coinvolgere, oltre ai magistrati di sorveglianza, gli operatori penitenziari,gli “esperti” dei Tribunali di Sorveglianza (psichiatri, psicologi, medici, ecc.), i magistrati del Pubblico Ministero (ai quali compete il controllo sulle decisioni della magistratura di sorveglianza).
A questa riflessione, infine, non può rimanere estraneo il mondo politico, che con le leggi approvate dal Parlamento detta gli indirizzi di fondo anche nella materia penitenziaria.
Prima che sia troppo tardi e le polemiche travolgano anche la motivazione professionale di alcuni di noi, cerchiamo di fare il punto della situazione, senza litigiosità e con spirito costruttivo.
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