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7 settembre
2006 |
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Tortura e (poco) diritto: Panebianco
2, la vendetta. Intervento di Juan Ignazio Patrone , segretario
generale di Magistratura Democratica Il
professor Panebianco è un autorevole docente universitario di Scienze
Politiche e un ascoltato editorialista del Corriere della sera. Però non è un
giurista, e leggendo i suoi editoriali lo si comprende subito. Il
Professore, quest'estate, si è esercitato in progetti di riforma
(costituzionale) coi quali ha dapprima propugnato (editoriale del 15 agosto)
una sorta di "potere legale di tortura" finalizzato a evitare la
perpetrazione di gravi reati a scopo di terrorismo, quindi (editoriale del 3
settembre) di "poteri di emergenza" (da attribuire, come
ovvio, all'esecutivo) senza i quali
non sarebbe possibile "affrontare il terrore globale". Sulla
tortura gli ha già magistralmente risposto Giancarlo Caselli su L'Unità, e non ho nulla da aggiungere se
non che le tesi esposte da Panebianco sono, oltre che del tutto al di
fuori della Costituzione, della CEDU (Convenzione
Europea dei Diritti dell'Uomo) e della Convenzione
europea per la prevenzione della tortura, anche già vecchiotte, di seconda
mano. Un giurista americano, Alan Dershowitz, nel suo libro
"Terrorismo" (2002, edizione italiana pubblicata da Carocci nel
2003) propone per quei "casi limite" indicati anche da Panebianco,
la legalizzazione di una tortura "buona" (interrogatori prolungati,
privazione del sonno, uso del siero della verità, etc.), da effettuare sotto
controllo di un giudice che dovrebbe emettere un torture warrant
("mandato a torturare"), ma (bontà sua) col divieto dell'uso delle
botte. Il fatto che il sospettato possa essere innocente e magari del
tutto ignaro delle notizie che gli si vorrebbero estorcere con questo
trattamento "legale" è un dettaglio trascurato da Dershowitz come
da Panebianco, che peraltro (birichino !) non cita nemmeno la fonte
primigenia di questa orribile "teoria" che spaccia per sua. Nel
suo secondo intervento, Panebianco riprende il tema e lo sviluppa a tutto
campo. La sua tesi è questa: esiste una guerra dichiarata da "l'Islam
politico" all'occidente; a
questa guerra, sfuggente e insidiosa, si può rispondere solo se si dispone di
poteri eccezionali, lo stato di diritto è inadeguato e la magistratura
non può gestirne, come invece pretende (in Italia), forme e modalità; quindi
va sospeso il primo e limitato il potere della seconda. Coloro che criticano
questa analisi o sono dei sofisti (Cordero) o errano (Caselli e Scalfari)
perché negano ciò che è evidente. La
premessa, diciamolo, è un po' generica. Cosa sia e dove stia questa centrale
di un unico Islam "politico" che avrebbe subdolamente dichiarato
guerra a tutto l'occidente non si capisce bene, e lo stesso Panebianco deve
ammettere che il modo islamico è frastagliato, diviso com'è fra sciiti e
sunniti, fra moderati e estremisti, eccetera. Poi, se ci ha dichiarato guerra
l'Islam politico, Panebianco non si chiede perché non bombardiamo
direttamente l'Arabia Saudita, che è uno Stato confessionale e il più
islamico che ci sia, andando a rompere i cabasisi e le teste agli iracheni,
che avevano un regime orrendo ma certamente laico ? Mah. Ammettiamo
però per un momento (uno solo, mi raccomando) che esistano non una guerra o
più guerre locali, ma "la" guerra. E'
qui che, gratta gratta, esce fuori la tesi del Nostro Autore, il nocciolo
duro del suo discorso. Se guerra è, allora ci vogliono poteri d'eccezione,
innominati perché necessariamente illimitati, e soprattutto va esclusa da
qualsiasi forma di controllo di legalità l'odiata magistratura, che persegue
i difensori dell'occidente (leggi: i
rapitori di Abu Omar) e condiziona il povero potere politico che ha le mani
legate. Ora, non è questa la sede per esaminare le complesse questioni che
sono emerse, in dottrina e nella giurisprudenza del Giudice dei diritti di
Strasburgo, sulla interpretazione da dare all'art. 15 della CEDU, che prevede appunto la possibilità
di dichiarare, con precise formalità, l'état d'urgence in un certo Paese. Né si pretende che
Panebianco conosca il case-law della Corte europea, fermo nel dichiarare che
« la Cour a déjà admis à plusieurs reprises par le passé que les
enquêtes au sujet d'infractions terroristes placent sans nul doute les
autorités devant des problèmes particuliers. Cela ne signifie pas toutefois
que celles-ci aient carte blanche, au regard de l'article 5, pour arrêter et
placer en garde à vue des suspects, à l'abri de tout contrôle effectif par
les tribunaux internes et, en dernière instance, par les organes de contrôle
de la Convention, chaque fois qu'elles choisissent d'affirmer qu'il y a
infraction terroriste ». Da lì numerose condanne al Regno Unito,
alla Turchia, ma anche all'Italia e alla Francia, per abusi su arrestati e
detenuti, per omesso controllo sulla polizia, per reimpatri illegali. Ma
a Panebianco importa poco di fonti interne e internazionali e del loro
rispetto, e sembra preoccupato solo di una cosa: meno potere ai giudici
(anche a quelli di Strasburgo, evidentemente) e più discrezionalità
all'esecutivo. A questo punto i suoi articoli, lungi dall'affrontare seriamente
un problema reale come quello del contrasto, nel rigoroso rispetto del
diritto, alle forme di terrorismo di qualunque specie, mostrano il loro vero
scopo, quello di rilanciare nel dibattito interno italiano il tema, caro a
molti pur se sconfitto dal voto popolare al referendum di giugno, della inadeguatezza
della nostra Costituzione rispetto ai tempi che viviamo. Speriamo che le
inesistenti reazioni politiche a queste pericolosissime stupidaggini lanciate
in prima pagina dal maggior quotidiano italiano non significhino che qualche
orecchio sia disponibile ad ascoltare le sirene dell'emergenza infinita. Non si sa mai. Vigilate gente,
vigilate. PS. Vedo che l'altro
sostenitore della guerra infinita, quel buffo agente Betulla, al
secolo Renato Farina, che spiava magistrati e giornalisti e riferiva ai
servizi da cabine telefoniche, è ancora in giro. Siccome qui la violazione
della legge professionale e di quella sui servizi sembra palese e flagrante,
mi aspettavo qualche provvedimento disciplinare, o almeno
un'autosospensione. Evidentemente la giustizia disciplinare non funziona a
rilento, come spesso viene gridato,
solo per i magistrati. |
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Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it
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