Periodico on line registrato presso tribunale di Firenze n°5375

home page  Link     Redazione     Archivio      Editoriali      Documenti      Speciali     IpseDixit       Lettere     Incontri&Iniziative  Interviste

22 settembre 2006   

Il corridoio tirrenico.  Storie di conflitti di interessi e di interessi compatibilissimi.

 Da quando al governo c’è il centrosinistra, il potentissimo presidente diessino della Regione Toscana, Claudio Martini, l’assessore ai lavori pubblici, Conti, e tutta la giunta, stanno tampinando il Presidente Prodi (inseguendolo e invitandolo per ogni dove) cercando di convincerlo della bontà del loro progettone di autostrada costiera maremmana. E Prodi pare abbia abboccato. Di sicuro ha abboccato il Ministro Di Pietro, che, in un incontro di inizio settembre con le autorità toscane, si è espresso a favore dei loro intenti e delle loro Grandi Opere senza molto curarsi sia degli aspetti ambientali , sia di quelli finanziari. Pur ammettendo che non ci sono i soldi per costruire alcunché, Di Pietro ha passivamente accolto l’idea di ricorrere ai Financing Projects, una devastante architettura finanziaria che, come spiega Travaglio nella prefazione al libro di Cicconi sulle Grandi Opere berlusconiane, comporta solo spese pubbliche, debito pubblico, devastazione pubblica e profitti per qualche fortunatissimo privato. Ma la Regione Toscana de sinistra ora esulta: finalmente al Governo hanno preso a cuore l’idea di fare una autostrada a pedaggio da Rosignano Marittimo (20 km a sud di Livorno) a Civitavecchia. Dei tre progetti possibili (autostrada “collinare” di Lunardi, autostrada “costiera” della Regione Toscana, ammodernamento dell’Aurelia dell’Anas), quello che pare si realizzerà NON è né il migliore, né il più economico, né il più praticabile. E neanche il più limpido. Ci spiega la storia e l’evoluzione dei fatti Gianmarco Serra, attento e competente esperto della vicenda e autore di un documentario proprio sulla autostrada tirrenica.

 

L’Autostrada Tirrenica.

di Gianmarco Serra

 

L’Autostrada Tirrenica venne immaginata nei primi anni sessanta, dall’Ingegner Mario Bruni, accanito sostenitore della mobilità su gomma come volàno per lo sviluppo economico, e famoso progettista di varie autostrade italiane (tra cui le toscane Sestri Levante-Livorno e la Viareggio-Lucca). Nel 1969 fu costituita la Società Autostrada Tirrenica (SAT) avente come oggetto sociale esclusivo la costruzione di un’autostrada a pedaggio tra Civitavecchia e Livorno; si trattava di una società di proprietà del gruppo Autostrade, allora interamente a capitale pubblico: la strada statale Aurelia, gestita dall’Anas, era ancora tutta a due corsie (e tale sarebbe rimasta fino alla fine degli anni ottanta, fino al “raddoppio” della cosiddetta “variante Aurelia”). Per anni, nelle mappe della Toscana, è stato visibile l’ ipotetico tracciato autostradale: il percorso, soprattutto a sud di Grosseto, era previsto piuttosto interno, tra le colline della Maremma; nel Lazio attraversava la zona archelogica di Vulci (dietro Montalto) e si andava a ricongiungere con l’autostrada a Civitavecchia, passando sotto la città di Tarquinia. Un impatto di non poco contro. Iniziò così una discussione lunga quasi quaranta anni.

 

Mancava tuttavia un progetto tecnico ufficiale. Dopo che la Commissione Parlamentare Oddorisio nel 1976 aveva constatato, a seguito di un’attenta analisi economico-finanziaria, che le opere pubbliche allora previste in Italia (tra cui la Livorno-Civitavecchia) avrebbero portato alla bancarotta lo Stato, l’ipotesi di autostrada tirrenica fu congelata, e reinserita nel piano delle infrastrutture pubbliche solo nel 1982. In quell’era allegra del craxismo, delle spese pubbliche senza freno, della “nave che va”. Era allora presidente della SAT il professor Sergio Scotti Camuzzi, discepolo di Bruni e autore di un importante libro sulle autostrade italiane (Le concessioni autostradali, Profili giuridici, Nardini Editore, Firenze, 1987).

 

Non c’erano, in quegli anni,  particolari valutazioni tecniche sulle opere proposte: le scelte erano soprattutto politiche. Fu così che alla fine degli anni ottanta, la SAT costruì la prima tratta costiera tra Livorno e Rosignano (per chilometri e chilometri appoggiata su piloni giganteschi in mezzo a splendide colline). Nel frattempo fu istituito il Ministero dell’Ambiente (era il 1987) soprattutto per insistenza di Giorgio Ruffolo, che da subito ricoprì la carica di Ministro. Per le grandi opere, ad imitazione dei paesi civili, fu finalmente prevista una particolare procedura cautelare scientifica, la valutazione di impatto ambientale (VIA), cioè una particolare verifica multidisciplinare degli impatti dell’opera sull’ambiente. Detta verifica si faceva (e si fa tutt’oggi) sullo Studio di Impatto Ambientale (SIA), consegnato dal proponente assieme al progetto. La commissione, composta da consulenti del Ministro dell’Ambiente, può chiedere per tutta la fase istruttoria alla società proponente integrazioni, modifiche, chiarimenti, ecc. fino alla produzione di un documento consultivo (per il Ministro) in cui esprime un parere tecnico sull’opera.

 

Il progetto di autostrada tirrenica era decisamente mal confezionato (alcuni tratti erano progettati dalla Rocksoil di Pietro Lunardi come risulta dal sito web della Rocksoil), e fu così che nel 1990 la tratta tra Rosignano e Civitavecchia fu bocciata dalla Commissione VIA di Giorgio Ruffolo, e dichiarata insostenibile per un’infinità di ragioni paesaggistiche, idrogeologiche, economico-finanziarie, progettistiche, ecc. (si può trovare il documento integrale di bocciatura nel sito web del Ministero dell’Ambiente, nelle pagine sulle VIA). Era la prima bocciatura di un’importante opera pubblica in Italia e la cosa ebbe grande eco nel mondo scientifico e politico poiché segnava un crinale storico nella concezione della qualità progettuale, di sostenibilità e di razionalità. 

 

Alla bocciatura del Ministero dell’ambiente, seguì poco dopo la stagione di Mani Pulite,  con l’arresto dei vertici Anas, del Ministro dei Lavori Pubblici Prandini e di vari imprenditori, e con lo scoperchiamento del pentolone infernale degli appalti delle opere pubbliche italiane; per alcuni anni non si parlò più di costruire nuove infrastrutture.

 

Nel 1996 fu fatto ministro dei lavori pubblici proprio l’ex magistrato Antonio di Pietro con lo scopo di contenere i ladrocinii che per anni avevano dissanguato lo Stato con la realizzazione (spesso a metà) di piccole e grandi opere senza senso, appaltate sotto la bandiera della corruzione, della concussione e del peculato. Nel 1997 la SAT era a un passo dal portare i libri contabili in tribunale: l’autostrada tra Rosignano e Livorno era assai poco transitata e mai e poi mai si sarebbe potuto pensare di ammortizzare l’investimento fatto con una concessione di soli trent’anni. La società stava quindi clamorosamente fallendo.

 

Con decisione meramente politica (Finanziaria 1998, governo D’Alema) fu deciso da una parte di aumentare il capitale di partecipazione pubblica all’opera - fino all’80% dell’investimento complessivo per la tratta Livorno-Rosignano, già costruita ma economicamente disastrosa- (per la precisione furono “regalati” – come dice l’ex Ministro dell’Ambiente Gianni Mattioli - alla SAT 172 miliardi e 500 milioni di allora) - e dall’altra di sospendere (sospendere, e non revocare) la concessione alla SAT per la realizzazione della restante tratta tra Rosignano e Civitavecchia.

 

 Tale atto conferì all’operazione (dare soldi alla SAT e sospendere al contempo la concessione di realizzare la tratta successiva) un sapore “risarcitorio” per il danno che la SAT avrebbe subìto dallo Stato italiano, che non si poteva più impegnare finanziariamente nel completamento l’opera (lo Stato infatti concorre al finanziamento sempre tra il 60% e il 90% del costo). Ma, come è stato giustamente osservato da giuristi e dagli ambientalisti, il progetto SAT del 1990 era stato bocciato, quindi lo Stato non era tenuto ad alcuna prestazione o ad alcun risarcimento.

 

Da qui l’anatema dell’ex ministro Gianni Mattioli che parla di pubblica regalia.

 

Sottosegretario ai lavori pubblici con delega alle Autostrade era allora il parlamentare diessino Antonio Bargone, avvocato pugliese, amico storico e uomo di Massimo D’Alema (la famosa cena dalemiana del risotto, quella in cui si decisero le sorti del paese, fu fatta a casa di Bargone).

 

Messo ufficialmente da parte il progetto di Autostrada, Regione Toscana, Regione Lazio, Anas e Governo Amato firmarono il 5 dicembre 2000 l’accordo per l’ammodernamento dell’Aurelia: trasformare cioè l’intera Aurelia in una strada a 4 corsie, più corsie d’emergenza, ed eliminare tutti i punti pericolosi esistenti. In pratica una autostrada. In finanziaria 2001 (Governo Amato, appunto) furono stanziati come prima tranche 600 miliardi di vecchie lire e l’Anas si mise subito al lavoro e in pochi mesi elaborò un progetto. Ma dei 600 miliardi per l’opera, che sarebbero stati stornati pochi mesi dopo verso altri sconosciuti comparti dal Governo Berlusconi, si è perduta traccia da subito.

 

L’ Ammodernamento dell’Aurelia però presto scomparve letteralmente nel nulla: l’Anas elaborò nel 2001 un buon progetto (sostenuto anche da WWF, Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste indipendenti) e la Commissione ministeriale della VIA, presieduta dalla Professoressa Maria Rosa Vittadini, l’approvò quasi integralmente (erano stati solo richiesti ai tecnici dell’Anas – su sollecitazione del Sindaco di Orbetello, Di Vincenzo, che vedeva quel tracciato in contrasto col suo progetto di Piano Strutturale - approfondimenti di studio su eventuali tratte alternative all’altezza di Orbetello Scalo, approfondimenti che non giunsero mai al ministero).

 

Come noto, il nuovo ministro, Lunardi pre-pensionò, a suon di svariati miliardi pubblici, tre membri del Consiglio d’amministrazione Anas (tra il cui presidente Giuseppe D’Angiolino) e mise alla presidenza l’amico personale, già presidente della RAV, Vincenzo Pozzi. Incidentalmente, Pozzi non aveva i requisiti di legge e il curriculum per fare il Presidente dell’Anas, ma Lunardi, per la bisogna, cambiò il regolamento modellandolo su misura per il suo uomo. Il progetto di ammodernamento dell’Aurelia non fu mai integrato malgrado vi fosse un accordo vigente. Solo nel 2004 l’Anas fece un brevissimo comunicato stampa in cui dichiarava decaduto quel progetto.

 

Nel 2001 Lunardi e Berlusconi erano andati da Vespa e con un pennarello nero, nella giornata più buia della storia della televisione italiana, avevano ricoperto il paese di autostrade (piazzando Pescara al posto di Verona) e insultato l’intelligenza e il pudore degli italiani. Fu così che il vecchio progettista Lunardi, divenuto ministro, resuscitò, tra le altre, anche la vecchia autostrada tirrenica, con un tracciato identico a quello già bocciato dal ministero di Ruffolo. Poteva anche sembrare una vendetta personale: ora che decido io si fa il mio vecchio progetto.

 

Con la Legge sulle Grandi Opere (cd. Legge Obiettivo) ed altre, di fatto si azzeravano i controlli scientifici sulla qualità delle opere, e si tornava ad una situazione precedente al 1987.

 

Il sopracitato diessino e sottosegretario ai lavori pubblici con delega alle autostrade, Antonio Bargone, che aveva avuto un ruolo nel salvataggio della SAT,  invece, non fu rieletto al Parlamento (e la sua trombatura pugliese fu rumorosa) ma divenne consulente, tra le altre regioni, della Toscana e in particolare di Riccardo Conti, Assessore ai lavori pubblici e infrastrutture. La Regione Toscana, anziché difendere quando sostenuto fino al giorno prima sulla sensatezza di mettere in sicurezza l’Aurelia, improvvisamente disse ai suoi cittadini che l’idea governativa di un’autostrada maremmana era un’ottima pensata, solo che andava fatta accanto all’Aurelia, lungo la costa,  e non sulle colline di Scansano e Pitigliano.

 

Mentre i politici toscani organizzavano pubblici pianti greci sulla devastazione eventuale della colline maremmane, esaltavano con vigore un progetto che avrebbe ulteriormente sconvolto la fascia litoranea, già attraversata, appunto, dalla statale 1. Un doppio nastro di asfalto avrebbe quindi separato il mare dall’immediato entroterra, e, tra svincoli, caselli, ponti, piloni, avrebbe dato un colpo definitivo al delicato ambiente circostante (si pensi solo alle prezionissime lagune, al Parco Nazionale dell’Uccellina, ai boschi, a tutti i siti archeologici….)

 

Lo sconcerto tra gli studiosi e tra le associazioni ambientaliste di fronte all’atteggiamento della Regione fu grande. La Toscana, poi, se da una parte impugnava davanti alla Corte Costituzionale la legge obiettivo laddove non prevedeva l’accordo con la regione per le opere di interesse regionale (ricorso che avrebbe vinto con sentenza dell’ottobre 2003, che riaffermava la necessità di un accordo ex art. 117 della Costituzione), dall’altra si dichiarava “vittima” del Governo nella scelta autostradale, nel senso che interpretava questo accordo tra Stato e Regione sull’opera, previsto dalla Costituzione italiana, solo in relazione al tracciato e non alla tipologia stradale (cioè sul fare o meno un’opera, sul fare un’autostrada o una superstrada o sul potenziare la ferrovia, ecc.): interpretazione costituzionale (quella di Riccardo Conti) che non ha mai trovato il supporto di alcun decente giurista. Insomma, la giunta Martini voleva mani libere.

 

 Il suddetto Antonio Bargone, intanto, oltre che consulente dell’assessore Riccardo Conti, era anche entrato a far parte del consiglio d’amministrazione (guardacaso!) della SAT (la società che aveva ricevuto 172 miliardi e 500 milioni quando lui era sottosegretario) e vi furono entro il 2003 almeno due interrogazioni in Consiglio Regionale (una di Forza Italia e una dei Verdi) sul palese conflitto di interessi di questo signore. E’ interessante, per chi lo voglia, andare a leggere le repliche difensive di Riccardo Conti nel sito web ufficiale della Regione. Ma non basta. Il 1 agosto 2003 “Tonino” (come Conti chiama pubblicamente Bargone) divenne il presidente della SAT.

 

Nella finanziaria del 2004, imperante ancora Lunardi al ministero delle infrastrutture, fu revocata la sospensione della titolarità della concessione alla SAT per la realizzazione dell’Autostrada Tirrenica (quindi niente appalti, niente trasparenza, niente restituzione dei 172 miliardi e 500 milioni, nessuna valutazione o analisi comparativa costi-benefici, nessuna argomentazione sui costi pubblici, ecc. malgrado le durissime interrogazioni parlamentari della senatrice verde Anna Donati): la SAT presieduta da Antonio Bargone fu reintegrata nel diritto di progettare, realizzare e gestire l’autostrada tirrenica.

 

Riassumiamo brevemente: la SAT ottiene (dopo aver sbagliato ogni previsione) miliardi a fondo perduto da un ministero nel quale Bargone è sottosegretario; Bargone diventa consulente della Regione Toscana per le opere pubbliche; la Toscana vuole a tutti i costi l’autostrada maremmana; Bargone diventa consigliere d’amministrazione e poi presidente della SAT; alla SAT viene dato l’incarico di costruire l’autostrada maremmana, collinare o costiera che sia.

 

La Regione Toscana, a sua volta, raggiunto forse il punto più basso di credibilità della sua storia, nel tentativo di recuperare un po’ di dignità, aveva subito commissionato all’urbanista Bubi Campos Venuti e all’economista Paolo Leon, una proposta definitiva di possibili tracciati autostradali, che erano stati ufficialmente presentati ad Alberese, vicino Grosseto, nel 2003. Campos Venuti e Leon hanno poi ampiamente ammesso di non aver fatto né studi comparativi col progetto Anas di ammodernamento dell’Aurelia,  né studi approfonditi sulle loro proposte, precisando di aver lavorato gratis e solo per dare un amichevole contributo culturale al dibattito (la Regione infatti non ha alcuna titolarità nella progettazione di autostrade). I due studiosi non si sono così accorti da una parte di aver di gran lunga abbassato il livello del dibattito (hanno preso posizione senza studiare seriamente) dall’altra di aver prestato il loro nome a rozze speculazioni politiche sulla meritevolezza o meno dell’opera (la Regione si difende ancor oggi dicendo che si è rivolta a noti studiosi).

 

Alla fine, la SAT -nel 2005- presentava  un progetto (guardacaso!) ricalcato su quello della Regione (che, sotto scacco, non poteva certo ora bocciarlo con i suoi uffici di VIA, visto che era identico a quello di Campos Venuti uscito ufficiosamente da quegli uffici stessi) e la farsesca Commissione ministeriale di Altero Matteoli , toscano anche lui, di Alleanza Nazionale, approvava, a sua volta, a Roma, il progetto SAT. Così si esauriva la vicenda con una perla finale: Lunardi, da parte sua, smise di insistere sul progetto collinare e con un accordo generale si concluse anche quella penosa stagione passata col nome di guerra dei tracciati (guerra tra Regione e Governo), in realtà un teatrino, una provinciale tragi-commedia delle parti.

 

Gli ambientalisti, gli intellettuali, gli studiosi, i sindaci di Capalbio, Manciano, Montalto di Castro e Cellere, non stavano con le mani in mano di fronte allo scandalo. Recuperavano uno studio scientifico del 2003 dell’Università Cattolica di Milano (prof. Marco Ponti) e del Politecnico di Milano (prof. Andrea Boitani) dove si dimostrava che i costi di un’ammodernamento dell’Aurelia erano di gran lunga inferiori rispetto a quelli di un’autostrada costruita ex novo. Dimostravano altresì (lo studio è sul web) che la scelta autostradale era irrazionale sotto vari punti di vista (consumo di territorio, impatto, riassetto della viabilità, costi maggiori per la comunità, ecc.).

 

L’aspetto più grottesco del progetto regionale-Sat è costituito dal fatto che per togliere potere concorrenziale all’Aurelia (che oggi è tutta a quattro corsie, salvo 16 chilometri prima del confine col Lazio, ed è a percorrenza gratuita), la Regione e la SAT, dovranno smontarla e ridurla – con costi elevatissimi – a due corsie. Riportandola alla situazione  degli anni ’70. Il fatto che per ammodernarla e raddoppiarla siano stati spesi miliardi, pare non importare nulla a nessuo. In Italia siamo a questo punto: smontare le strade pubbliche per favorire il privato.

 

In breve, il quadro attuale

 

Di Pietro vuole l’autostrada ma non ha i soldi per la parte pubblica. La Regione Toscana si gongola dell’opinione di Di Pietro. Bargone si strofina le mani, e promette ingenti capitali in arrivo. Gli ambientalisti e i comuni di Capalbio, Manciano, Montalto di Castro, Cellere giurano che non cederanno mai.

 

Una nota finale di carattere generale: il garante del finanziamento delle opere pubbliche, nel caso del venir meno dei capitali privati, è lo Stato. E’ facile essere costruttori e gestori di autostrade, in Italia. E’ facile trovare banche che sostengano le opere, se lo Stato, è comunque garante in ogni caso, incluso il coprire i debiti, il sobbarcarsi le variazioni di costi (come sempre accade i costi aumentano in modo imprevisto ed esponenziale) e il sobbarcarsi lo stesso rischio imprenditoriale (c’è sempre una sovrastima dei flussi di traffico futuro). Ha sempre pagato, paga e pagherà comunque lo Stato. Cioè, per chi non se lo ricordasse, noi cittadini. Socializzare i debiti e privatizzare gli utili: qualcuno si arricchirà, tutti gli altri ci perderanno.

 

22 settembre 2006

 

Pubblicazione a cura di democrazialegalita.it periodico on line