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[ Il
PSI di Craxi] "interpreta le domande di dinamicità di una società che
cambia"
“La sfida con
Craxi colse i comunisti impreparati e mise a nudo
il loro ritardo nel misurarsi con la modernità".
«Mi è capitato
spesso di pensare a Berlinguer come a un campione
di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la
partita dura ormai molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando
la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa,
l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo:
morire un minuto prima che l’altro muova».
(dal libro Per
Passione, di Piero Fassino – Rusconi 2003)
Fassino,
Craxi e Berlinguer
di Elio
Veltri
l’analisi di
Fassino non trova conferma
Le
anticipazioni del libro di Fassino
hanno provocato grande interesse soprattutto per le pagine in cui il
segretario dei DS parla dei rapporti tra il PSI di
Craxi e il PCI di Berlinguer, presentando il primo come il partito della
“ modernità” e il secondo alle corde, al punto che come un
grande giocatore di scacchi, Berlinguer sarebbe morto un minuto prima di
ricevere scacco matto dal suo avversario. Se volessimo valutare la vicenda
politica dei due partiti e della sinistra solo dai risultati, dovremmo dire
che l’analisi di Fassino non trova conferma. Mentre il partito erede
del PCI di Berlinguer, infatti, sia pure ridimensionato, rimane il primo
partito della sinistra e, secondo i dati delle amministrative, forse, anche
del paese, il PSI di Craxi non c’è più,
nonostante il comunismo abbia perduto
e il socialismo abbia vinto.
Dopo 14 anni di direzione craxiana
ininterrotta, alle elezioni del 1992, le ultime di Craxi segretario e in
condizione di libertà, il PSI ha ottenuto il 13,3% dei voti. Quando Craxi,
il 27 Giugno del 1991, si è presentato al congresso di Bari, solo il
controllo totale del partito e la posizione di interdizione
alla Ghino di Tacco, funzionale alla sistemazione di migliaia di
dirigenti, grandi e piccoli, praticata per anni, gli hanno consentito di
non pagare il prezzo politico, che un leader avrebbe pagato in qualsiasi
altro partito europeo, dal momento che il consuntivo, a causa del naufragio
del progetto del Midas, era fallimentare. Infatti, non era riuscito a
costruire un grande partito socialista e neanche a fare il sorpasso sul
PCI; non era diventato il Mitterrand italiano; le sinistre erano più divise
che mai. Craxi stesso per giustificare il fallimento aveva detto che
“col 10% dei voti si possono fare tante cose”. Ma siccome la
vicenda della sinistra italiana è molto più complessa di quanto i numeri
dicano e le responsabilità del PCI non possono essere cancellate, neanche
nei riguardi di Craxi, è opportuno andare un po’ più a fondo alle
cose, dividendo la segreteria Craxi in due fasi: dal Midas al congresso di
Palermo e dal 1981 all’epilogo di tangentopoli.
una scossa
nell’orgoglio socialista
Alle
elezioni politiche del 1976 il PSI di De
Martino tocca il suo minimo storico
con il 9,6% dei voti e Craxi viene eletto segretario dal Comitato centrale,
in seguito a un accordo tra i colonnelli di De Martino e Lombardi, i quali
prendono in mano la situazione, e con la benedizione di Mancini. Viene scelto Craxi,
capo con Nenni di una piccola corrente, perché è considerato il più debole
dei pretendenti alla segreteria ( Manca e Signorile) i quali, non avendo
capito nulla della sua personalità, pensano di poterlo controllare. Craxi
era stato per 8 anni vicesegretario del partito e aveva dedicato tutte le
sue energie alla politica estera e all’Internazionale socialista,
migliorando la sua esperienza e costruendo rapporti con i leader del
socialismo europeo e con i capi dei movimenti di liberazione e di opposizione ai regimi fascisti e autoritari, senza impicciarsi
molto delle vicende interne del partito, se non a Milano, che considerava un suo feudo. Appena eletto da una
svolta al corpo sonnolento del PSI e provoca una scossa nell’orgoglio
socialista. Già il 16 Luglio del 1976, a poche ore dall’elezione, a
Fausto de Luca di Repubblica dice che il PSI “è alle prese con il problema della
sua esistenza e del suo destino”.
la linea della
“modernità”
Quindi: primum
vivere. A marce forzate inizia il lavoro di ricostruzione del partito e il
20 luglio incontra Enrico Berlinguer,
con il quale verifica una “ larga
convergenza” e avvia il dialogo per il governo della “ non sfiducia” di Andreotti. Craxi vuole mantenere il PSI fuori dal
governo, con un accordo con il PCI, perché nelle condizioni di debolezza in
cui si trova il partito, se partecipasse al governo, sarebbe stritolato.
Incalzato dalla sinistra lombardiana si dichiara disponibile per una
politica di alternativa che il PCI rifiuta
ostinatamente perché pensa alla strategia del compromesso storico e alla
politica delle larghe intese e dell’unità nazionale, che si
concretizzerà dopo il rapimento di Aldo Moro. Ogni volta che nel PSI si
spingeva sulla linea dell’alternativa, Craxi, disarmante
rispondeva:” Ma se il PCI non ci sta cosa possiamo fare?”.
Nella prima riunione del comitato centrale, dopo la sua elezione, a metà
del mese di Novembre, Craxi con una
relazione dal titolo significativo “Costruire
il Futuro”, evidenzia la “ novità politica” costituita
dalla” comune posizione di responsabilità assunta dai socialisti e
dai comunisti” nei confronti del governo e poi si sofferma sul
finanziamento del partito e sulla questione morale. “ Sbaglia”,
afferma il segretario, “ chi ritiene che queste sono questioni
marginali” e aggiunge che la moralizzazione della vita pubblica
“ è una esigenza avvertita e sollecitata sia all’interno del
PSI, sia nell’opinione pubblica, sempre più sensibile a questi temi
dopo l’ondata di scandali che ha investito il paese”. Ma gli
impegni e le speranze durano poco.
Già
di fronte allo scandalo Lockeed i
socialisti assolvono Rumor, trenta deputati guidati da Riccardo
Lombardi si dissociano dalla maggioranza del gruppo parlamentare e la base
del partito occupa la direzione. Quando Craxi arriva in via del Corso trova
i militanti inferociti che lo spintonano e lo contestano urlando:
“Avete fatto cosi per coprire i nostri che hanno rubato, e questo voi
lo chiamate rinnovamento?”. La base del partito è ostile
all’alleanza con la DC, Craxi ne è consapevole e insiste
sull’alternativa, ma Berlinguer non ci sente. I due partiti
mantengono i rapporti, si incontrano, ma non vanno oltre. Le elezioni del
1979 non riservano sorprese positive al PSI, che passa dal 9,6% al 9,8%. A
quel punto Craxi, verificata l’indisponibilità del PCI a interrompere
i rapporti con la DC e considerata velleitaria la linea di disimpegno dal
potere, cambia radicalmente strategia: pensa al controllo ferreo del
partito, costruisce il ritorno al governo, entra in competizione con la DC
dall’interno del governo e con il PCI dall’esterno. Il congresso
di Palermo del 1981 segna la svolta, accentua la linea della
“modernità” intesa come gestione
spregiudicata del potere, accumulo di denaro, affari, che porterà il PSI alla catastrofe di tangentopoli. Della “
modernità”, di cui il governo
Craxi è stato portabandiera e che Berlinguer non avrebbe capito, parlerò in
un prossimo articolo per “ passione”, ma anche per dovere verso
uomini come Tristano Codignola, Enriques Agnolotti e Riccardo Lombardi, che
quella modernità non hanno mai condiviso e che l’hanno sempre considerata
la causa della rovina del PSI, senza mai omettere di contestare con lealtà
e durezza gli errori del PCI.
il controllo totale
Il
congresso di Palermo della primavera del 1981
avvia il controllo totale di Craxi
sul partito, avendo il segretario chiesto e ottenuto di cambiare lo statuto
e di essere eletto direttamente dal congresso. Il partito sembra un altro e
chi come me ne osserva tutto l’andamento
dalla presidenza, si rende conto
della mutazione genetica che ha
subito. L’autofinanziamento, l’anagrafe patrimoniale dei
dirigenti, il Progetto socialista del congresso di Torino, il dibattito
culturale di Mondo Operaio animato da Bobbio, Flores D’Arcais, Sylos
Labini e tanti altri intellettuali, sono solo ricordi. Vittime della “modernità” sono la storia socialista, i
suoi valori, i suoi uomini più rappresentativi.
D’ora
in poi la politica ha un solo scopo: rimanere a tutti i costi al governo e
conquistare la presidenza del consiglio per Craxi. Appena terminato il
congresso Forlani, capo del governo, rende pubbliche le liste della P2, evitando, su
richiesta di Craxi di farlo prima, perché gli avrebbe rovinato la festa. Nelle
liste ci sono i nomi di 35 socialisti, alcuni dei quali il segretario
conosceva da tempo, ma aveva taciuto perché gli
servivano per stravincere il congresso. Scoppia lo scandalo, Craxi adotta la linea morbida e affida il
caso alla commissione di controllo presieduta dal fido Natali che di fatto
assolve tutti. In Seguito, davanti alla commissione Anselmi, nel 1984,
Craxi sosterrà di saperne poco e definirà la P2 “ un elemento del
sistema massonico, non rispettoso delle regole degli altri ordinamenti, una
sorta di placca di controllo e di influenza sulle
attività pubbliche con disegni velleitari e megalomaniaci”. Ammette
di avere incontrato Gelli
“ una sola volta” e di considerarlo una sorta di “ grand
commis, di segretario generale”.
Sempre nel 1981 scoppia lo scandalo del conto protezione e viene arrestato Calvi,
il quale ai giudici di Milano
confessa di avere dato 21 milioni di dollari al PSI. Craxi, a quel
punto, supera se stesso: va alla Camera, attacca i magistrati di Milano e conclude il suo intervento con queste parole:”
Quando si mettono le manette a finanzieri che rappresentano in modo diretto
o indiretto i gruppi che contano per quasi la metà del listino di borsa, è
difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi
aperti per le correnti speculative”. La campagna d’estate contro i magistrati che”si
muovono in nome e per conto del partito comunista” è violenta e anticipa di molti anni, anche nelle
parole, oltre che nelle argomentazioni, le campagne berlusconiane.
la grande
abbuffata
Il 1983, atto di nascita del governo
Craxi, è segnato dagli scandali di Torino e Savona che mettono
in evidenza la corruzione galoppante nel partito. A Torino si vuole
mandare a casa il sindaco Novelli,
difeso in piazza da Berlinguer, perché ha consigliato agli imprenditori
taglieggiati di andare dai magistrati e a Savona, Teardo, si dichiara
prigioniero politico. Il PSI alle elezioni prende l’11,4 % dei voti:
la modernità, di cui gli affari e la corruzione costituiscono un elemento
strutturale, non paga. Il governo Craxi esordisce con il condono edilizio, spiegato e
giustificato da Giuliano Amato,
che Eugenio Scalari, in un ritratto straordinario definisce” dottor sottile, esperto di diritto, di trabocchetti
giuridici, di scappatoie politiche”.
Il
1984 è l’anno della grande abbuffata degli
enti e i partiti di governo si
spartiscono: BNL, COMIT, Credito Italiano, Casse di risparmio di Roma e di
Torino, ENI, AGIP, IRI, STET, SIP, ENEL, FINSIDER, INA, ENEA, Cassa del
mezzogiorno. Oltre che la Rai, a proposito della
quale, Ugo Zatterin, nel lasciare la direzione del telegiornale, in
una esilarante intervista dice:” Sono stato per sei anni il direttore
lottizzato di un telegiornale lottizzato di un’azienda
lottizzata”. Se i protagonisti si somigliano, i fatti si ripetono, per cui scoppia anche un caso Biagi, il quale ha la cattiva idea di intervistare nel
programma Linea Diretta Biffi,
Gentili e Teardo, protagonisti arrestati degli scandali di Torino e di
Savona. Intervengono Martelli e Pillitteri e attaccano Biagi che
replica paragonando Martelli a Goebbels.
L’occupazione
degli organi di informazione
Ma il pezzo
forte del governo sono le tv del
Cavaliere, oscurate da tre pretori perché sono fuorilegge. Craxi, non
perde tempo e dall’aereo che da Londra lo porta in Italia fa sapere
che il consiglio dei ministri, convocato per il giorno successivo adotterà
un provvedimento in modo che le tv del suo amico Silvio possano riprendere
le trasmissioni. Ci penserà Giuliano
Amato a inventare il trabocchetto giuridico
contenuto in ben tre decreti legge
che il Parlamento non aveva alcuna voglia di approvare e che alla fine
ingoia perché Craxi non molla e ne fa una questione di vita o di morte.
L’occupazione degli organi di informazione
diventa una sorta di ossessione: i giornalisti amici si promuovono e si
premiano, i nemici, che poi sono quelli autonomi, come Andrea Barbato, si cacciano. 
Il
sogno di Craxi è mettere le mani sul Corriere
della Sera, che cerca di far comprare dai suoi amici e che combatte
quando, dopo la vicenda P2, diventa direttore Cavallari, che non è
manovrabile. Intanto il debito pubblico esplode e nei quattro anni di Craxi
a Palazzo Chigi raddoppia. I richiami degli economisti, anche amici, e di
Ciampi, che presenta le dimissioni dopo l’incidente del venerdì nero
della lira, non sortiscono alcun effetto, anche perché Craxi non si fida. Spaventa, Andreatta e Pedone, in un forum di Repubblica
lanciano l’allarme perché “ un deficit senza freni, avviato verso un milione di miliardi, mina
la stabilità del governo e l’economia”. Ma
Craxi va avanti per la sua strada…
Conclusioni: l’analisi
di Fassino non trova conferma
Valutando
i fatti attentamente risulta evidente che era impossibile qualsiasi
collaborazione, senza correre il
rischio di diventare complici, dal
momento che la degenerazione della politica negli affari,
nell’occupazione dello stato, nella corruzione diffusa, era diventata
parte costitutiva della “modernità” craxiana. Le vicende successive dimostrano che se
Berlinguer fosse vissuto fino al 1992, non solo non avrebbe subito scacco
matto, ma si sarebbe presa la sua grande rivincita
sulla Questione Morale, magari avendo anticipato di qualche anno la
svolta di Occhetto. In ogni caso, nessuno spiega la cancellazione del PSI,
il più antico partito italiano della sinistra, che aveva resistito a tutte
le repressioni, nel momento in cui, dopo il crollo del comunismo, il
socialismo in Europa ha mantenuto le posizioni. A meno di sposare la tesi
del complotto, tanto caro ai Craxiani
DOC, che serve solo a giustificare il fallimento della strategia Craxiana.
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