La risposta è: 42*
* da “Guida Galattica per autostoppisti” di D. Adams
Capitolo II: Il lavoro, finalmente. Il licenziamento, infine.
Ci richiamano presso la sede centrale della Grande Catena di Distribuzione per “prendere le consegne”, una lettera da consegnare all'ipermercato di destinazione, l'indirizzo esatto, un nome di riferimento ecc ecc. Ci viene annunciato che il previsto periodo di assegnazione fuori città non sarà degli annunciati 3/4/6 mesi, ma, a causa del protrarsi dei lavori per la costruzione dei punti vendita cittadini, esso potrà essere esteso a 8 mesi, un anno, un anno e mezzo. Le facce attorno a me sono scure. La signora cicciotta che era senza auto, vengo a sapere da una sua amica, ha già mollato, non avendo trovato alcuna soluzione possibile per raggiungere il luogo di lavoro. A seguito di questo annuncio, almeno in quattro si fanno avanti e rinunciano. Vengono invitati in uno stanzino, non li rivedrò mai più.
Io ed altri, quelli che andranno (con ruoli diversi) nell'ipermercato a 70 km da qua, veniamo convocati in una sala, dove ci viene mostrato un filmino sulle leggi della sicurezza, e ancora su come sollevare pesi, e su quanto si debba essere gentili con la clientela. “Recepito ragazzi?” Recepito!
Primo giorno di lavoro: entro ad un orario rilassato, alle dieci di mattina. Vengo accolto dal direttore, dal Caporeparto Buono e dal Caporeparto Cattivo, che mi fanno tutto un discorso sul valore del lavoro come impegno di grande portata, missione sociale ecc ecc, e dai diffidentissimi colleghi. Sono il “nuovo”, e ovviamente mi studiano.
Vado al magazzino, e la prima cosa che mi viene chiesta è di operare a muletti e montacarichi. Solo che io non li so usare...il Caporeparto Cattivo si arrabbia molto con me: se non so manovrare il muletto, perché diavolo sono lì? In effetti, rispondo timidamente, me lo domando anche io: l'ho detto e ripetuto, ai colloqui...” Ma non c'è tempo da perdere. Camion e tir arrivano in continuazione, e non si fa in tempo a scaricarne uno, che giunge il seguente. La merce viene portata in un angusto magazzino, troppo piccolo evidentemente, per cui colli e confezioni si accatastano l'uno sull'altra. Quando devono essere portate delle merci agli scaffali, si deve quindi smontare tutta una montagna di roba, prendere il prodotto in questione, e rimontarla tutta, mentre arriva ancora altra roba da posizionare, cercando di indovinarne la priorità, in un' approssimazione di sopra -sotto -davanti- dietro che purtroppo non ha quasi mai senso. Tutti sbuffano e imprecano, ma non pare ci sia nessuno che organizzi diversamente. Spesso si degenera in litigi per precedenze e priorità.
Dopo aver scaricato i container ed aver riposto le merci in magazzino, dobbiamo ovviamente riporla sugli scaffali, ed è questo il compito più ossessivo: ci sono decine di persone (come detto, quasi tutte donne) che con frenesia ricolmano gli spazi che la famelica clientela provoca nella disposizione dei prodotto. Il mandato è chiaro: non lasciare mai uno scaffale sguarnito ed essere rapidi, rapidi, rapidi. Ogni spazio deve essere immediatamente colmato.
Imparo prestissimo che ci sono diversità sostanziali tra tipologie varie di merce. La pasta, gli inscatolati (pelati, ceci, fagioli, tonno) hanno bisogno di un afflusso continuo dai magazzini, l'acqua (la cosa più pesante e massacrante da posizionare) subisce ondate di saccheggio alternate a periodi di strana tranquillità, vino e alcolici hanno picchi il fine settimana, detergenti e saponi vanno calmi, non altrettanto profumi e cosmetici, che possono finire in un lampo. Ma c'è una categoria di prodotti che viene costantemente, continuamente, freneticamente, convulsamente, compulsivamente acquistata, accaparrata come la farina nell'assalto ai forni: le merendine. Sì, quelle schifezze di grassi idrogenati, di zuccheri, gonfie di ogni additivo, con le loro confezioni coloratissime ed il loro mille e mille gadget e regalini. Non facevamo in tempo a collocarli, che, nella loro infinita, e fino a quei giorni a me completamente sconosciuta, varietà, sparivano in un lampo. Madri nevrotiche, bambini piagnucolosi, padri nervosissimi si accalcavano attorno a quelle merendine con bramosia, colmando carrelli interi di questi dolcetti dai nomi fantasiosi. Un via vai che cominciava alle 8.00 del lunedì per terminare alle 21.00 del sabato. E noi, di pari passo, a correre in magazzino a rifornire. Terribile.
Tra i colleghi c'è Mario (nome, questo, non reale, come tutti gli altri), che è un toscanaccio simpatico ed espansivo. È anche di una volgarità incontenibile, e si rivolge alle donne, a tutte le donne, con appellativi e scherzi che vanno ben al di là del lecito. La sua continua e becera logorrea riguarda esclusivamente gli organi sessuali e i fondoschiena delle colleghe, delle signore delle pulizie, a volte delle clienti, e nei suoi lazzi ci sono sempre ideali accoppiamenti con tutte le presenti, in tutte le posizioni. Saluta chiedendo dettagli sullo stato delle parti intime, facendo apprezzamenti ai mariti e fidanzati per l'uso che ne fanno, e inneggiando alle sue imprese, e all'uso che ne farebbe lui. Una ragazza chinata per raccogliere una scatola deve necessariamente sorbirsi tutto il suo kamasutra di campagna, e una donna affaticata che sospira è indicata come lasciva e libertina (con altri termini). Descrizioni di coiti ipotetici e di trattamenti a precise zone del corpo umano si accavallano senza sosta.
Le colleghe ridono: “Oh Mario, ven via, o icchè tu dici!” (e chi è toscano sa perfettamente quale intonazione usino), poi, discretamente, si girano, e fanno smorfie di disgusto. Dopo una settimana prendo il coraggio e chiedo ad un paio di loro, una anzianotta, l'altra giovane e semplicissima, se quel continuo scherzare fosse divertente. Apro una cateratta: non solo loro, ma anche altre ragazze mi circondano, si sfogano, quasi piangono, non ne possono più, si sentono umiliate, offese, violate, si vergognano e si arrabbiano impotenti. Sono imbarazzatissimo, non so che fare, provo solo a suggerire: “diteglielo, non ridete, rispondetegli per le rime...” e poi, scappo. Mario vede la scena, da lontano, forse capisce qualcosa e la sera mi dice: “ma te non scherzi mai con quelle donne?” Raccolgo un po' di faccia tosta e gli spiego che no, non in quel modo, non in quei termini, che forse è un po' troppo diretto. Mario mi guarda storto, e mi chiede: “insomma i miei scherzi non ti piacciono?” ed io rispondo: “no, ma soprattutto non piacciono a loro”. Cala il gelo, quasi minaccioso Mario mi saluta. Temo litigi, ritorsioni, scosse. Ma nei giorni successivi succede l'incredibile: sento un paio di colleghe che gli rispondono per le rime, senza acrimonia, ma decise. Sento una di loro dirgli chiaro e tondo che in quel modo si sentiva violata e maltrattata. Mario non solo non si oppone, anzi, abbassa i toni. Insomma, come per incanto, il perverso meccanismo si rompe. Ma...è merito mio?? Non ci credo. Non può essere vero! O almeno questo penso fino a quando la signora anzianotta e materna, che chiameremo Giovanna, viene da me, durante la pausa caffè e mi dice “grazie, ci hai aiutate.” E Mario? Diosanto, mi odierà! No, ed anche questo è incredibile: da quel momento mi aiuta, mi coccola, mi sostiene nel lavoro come non mai. È tutto molto bello.
Meno bello è l'atteggiamento del Caporeparto Cattivo. Mi segue passo passo, impreca sempre perché non so usare il muletto (nessuno mi fa far pratica), se chiedo dove è un certo reparto grugnisce, e non risponde. Mi sprona malamente (“forzaaaaaaa svegliaaaaaaaaaa veloceeeeeee”) senza mai pronunciare il mio nome. Caporeparto Buono invece mi da consigli, mi spiega alcuni aspetti del lavoro, se ho un dubbio me lo chiarisce. Non so se sia il gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, ma sinceramente mi da ai nervi. Se è di turno Cattivo cerco di girare al largo, e forse questo mio atteggiamento difensivo si nota.
Oltre a scaricare e posizionare la merce, abbiamo altri compiti: schiacciare le confezioni vuote ed i cartoni in un apposito enorme compattatore. Solo che nessuno lo fa. Non è un compito particolarmente gravoso, eppure non so perché non piace. Allora lo faccio io. Giro per il negozio, raccolgo tutte le scatole che trovo, le porto fuori dove sono accumulate a centinaia, e le compatto. Caporeparto Buono mi ringrazia perché provvedo, Caporeparto Cattivo mi rimprovera per il tempo che ci impiego. Non riesco a capire se devo continuare, o smettere.
Inoltre, dobbiamo gettare via tutti i prodotti difettati. Uno spreco enorme. A parte i quintali di frutta, carne, pesce e dolci e pane che vengono buttati tutte le sere, una cosa da far piangere con le lacrime, si devono eliminare anche tutti i cibi assolutamente commestibili ma poco presentabili. Se in una confezione da tre yogurt uno ha subito un urto che lo danneggia, si devono buttare tutti e tre. Se una scatola di pasta è appena scalfita in un angolo, deve essere gettata. Se si rompe una bottiglia di birra in un insieme da sei, anche le altre cinque seguiranno la stessa sorte. Giovanna mi racconta che qualche anno fa tutto era diverso: ai dipendenti venivano venduti gli scarti al 50% del prezzo. Si buttava via molto meno, anche perché molto meno veniva ammassato nei reparti del fresco, mentre oggi la sola parola d'ordine pare sia sovrabbondanza.
Io ci metto tutto l'impegno del mondo, in realtà il lavoro non mi piace, ma ne ho uno stretto bisogno. Quello che mi stanca più di ogni cosa è l'orario. Svegliarsi alle quattro di mattina, o alle tre e mezzo, a volte, e guidare per un'ora o più, e, dopo aver scaricato quintali di cibi e bevande, riprendere l'auto e (stavolta con il gran traffico del pomeriggio) ri-guidare due ore, due ore e mezzo...Più passano i giorni, più mi sento stanco, e la domenica di riposo non basta a ricaricare le batterie del mio corpo. I colleghi arrivano al magazzino da un raggio di massimo 5 km. Io sono l'unico “straniero”del reparto. Lavoro come meglio posso, ma a volte sono costretto, non conoscendo alla perfezione i reparti, a chiedere dove sta questa o quella marca, forse non sono il migliore magazziniere del mondo, lo so, e cerco di sopperire correndo e arrancando ai miei limiti: la mia pausa caffè dura sempre meno di quella degli altri, provo a rinunciarci, ma mi fanno commenti non troppo lusinghieri: meglio non fare troppo l'asociale.
Mentre i giorni passano, vedo con i miei occhi quanto prodotto dalle selezioni: uomini e donne di colore puliscono i cessi, signore di mezza età riforniscono di frutta e verdure, presunte belle figliole si alternano al desk informazioni; le cassiere giovani e decenti arrivano alle 8 e staccano prima di noi. Molti dei miei concittadini mollano, nonostante tutto: è troppo lontano da casa loro. Li capisco, ma insisto: io rimango.
Prendo e sollevo i pesi così come mi è stato raccomandato più e più volte di fare. Il mio buffo movimento pare non piacere al Caporeparto Cattivo, che lo considera una perdita di tempo. Vedo colleghi e colleghe spaccarsi la schiena piegandosi in modo tradizionale. Mi raccontano di ernie e dolori vari. Annuisco.
Poi, il primo episodio di quelli che avranno conseguenze. Il punto vendita dove lavoro è sulla strada di una famosissima località turistica. Ci si fermano frotte di stranieri. Nessuno, tranne me, pare sappia una sola parola in inglese o altro. Così, un bel dì, sento due spagnoli chiedere informazioni sul limoncello. Poiché tutti annaspano, mi faccio avanti (ricordate le parole del corso? “qualunque cosa stiate facendo, se un cliente si avvicina, lasciate tutto e dedicatevi a lui. Se vi chiede dove si trova un prodotto, non limitatevi a indicarglielo, ma accompagnateli fino alla corsia giusta") e traduco, consiglio, spiego.
Mi giro e vedo facce ammirate e perplesse. Sembra un destino, ma c'è un anziano tedesco a due passi da noi che chiede, sillabando: “wasser, wasser”. Due commesse ed un caporeparto lo spingono quasi fisicamente verso i ripiani dove si trovano i waffer, i biscotti. Siccome quello si ribella ed io non so mai stare zitto, ci metto becco: “no, scusate, in tedesco wasser vuol dire acqua...” Poi mi rivolgo al cliente, gli dico: “bitte” e lo guido dove effettivamente voleva andare. Quando torno a riaprire scatoloni di merendine, vengo accolto come un eroe. Mi sento fortemente in imbarazzo, ma da quel momento ogni straniero (e sono tanti) che ha bisogno di una mano, lo spediscono da me. In realtà sono gentile e collaborativo anche con gli italiani, mi faccio in quattro per aiutare chi ha bisogno, porgo pacchetti alle vecchiette, accompagno nei luoghi giusti, indico prezzi e scadenze, insomma, faccio quanto di meglio possa fare.
Il direttore non la prende bene. Mi convoca e mi dice che sono troppo gentile, che devo pensare al lavoro mio e non a quello degli altri, che non va bene il fatto che io molli scatole e pacchi e accompagni le persone. Mi scuso molto, ma oppongo le mie argomentazioni: alle selezioni ci hanno detto che.... mi interrompe “eh, le selezioni! Lasciamo perdere le selezioni!”.
Me ne vado un po' umiliato, ma va bene così. Certo, le umiliazioni che ricevono i miei compagni sono anche peggiori: caporeparto, direzione, impiegati inveiscono spesso contro di loro, o li prendono in giro (sia durante il lavoro che nelle rare pause) giocando sulla loro (purtroppo reale) ignoranza. Un po' come in quei programmi TV dove il furbacchione di turno va a mettere in imbarazzo persone in evidente difficoltà con paroloni e nozioni finto-culturale. Il fatto che io legga il giornale nella pausa caffè viene visto come una cosa strana e pericolosa: "oh, non sarai mica un politico, te, eh? Qua non vogliamo casini!"
La stanchezza comincia ad accumularsi. Non ho il fisico, mi dico tra me e me. No, non lo ho. Ho sempre sonno. Il giorno peggiore è quello dello “spezzato”: 4 ore di lavoro, 3 ore di riposo, 3 ore di lavoro. È proprio quel lungo riposo che è spossante. Mi trovo a 70 km da casa, dove vado? Caporeparto Buono, Mario, e Giovanna mi consigliano di dormire, come faranno loro. Sì, ma dove? Giro il paesone nel quale mi trovo, e mi siedo 10 minuti qua, dieci minuti là, aspettando che il tempo passi.
Anche se non son più tanto servizievole come prima, continuo a dare informazioni agli stranieri. Nonostante le frecciatine e le critiche, continuo caparbiamente a sollevare i pesi nel modo meno dannoso per la mia schiena.
Tutti i neo assunti vengono convocati alla Sede Centrale della Grande Catena di Distribuzione per fare il punto della situazione.
Moltissimi si sono licenziati, molti sono stati mandati via dalle direzioni perché “non adatti al ruolo”. Penso a me stesso, alle domande e risposte in tutti i test che ho fatto, alla irrisolta questione del muletto... però sto zitto in un angolino.
Torno al lavoro. Tanto sonno. Vengo riconvocato dal direttore. Ci sono anche Caporeparto Buono e Caporeparto Cattivo. Mi sventola il curriculum (quello che ho compilato tante tante settimane prima) sotto il naso, e me ne dice (con rabbia frenata a stento) di tutti i colori: “Ma tu parli le lingue! Non una sola, più di una! Ma che significa, questo?” Sinceramente non so rispondere, ascolto. “ E poi, questa esperienza che leggo, e questa, e questa...ma come, prima hai fatto questi lavori, e adesso fai il magazziniere??” “bhe, sì, cioè, capita...”. Poi il colpo che non mi sarei mai aspettato: gira lo schermo del computer, e appaiono i risultati della ricerca su Google del mio nome. “No, tu non puoi fare il magazziniere, sei troppo qualificato”.
Da quel colloquio, che si conclude in una serie di discorsi che si potrebbero riassumere nel concetto “vola basso, ragazzo!”, le cose non sono più le stesse. Caporeparto Buono praticamente non lo vedo più, e Caporeparto Cattivo mi si appiccica addosso, ringhiandomi rimproveri qualunque cosa faccia o non faccia.
Nella settimana successiva vengo convocato tre volte dal direttore, che mi chiede, molto comprensivo e paterno (bah, è più giovane di me di un bel po'...) se davvero era quello il lavoro che volevo fare, se davvero era quello il lavoro per il quale mi sono candidato, se davvero era quello il lavoro al quale aspiravo... mi elenca tutte le difficoltà alle quali andrò incontro (gli orari terribili, la fatica fisica, il probabile ricambio generazionale- anche se sarei un neo assunto!)... insomma cerca di convincermi in tutti i modi che io non sono adatto a quell'impiego. Mi viene contestata anche l'età, come se fosse stata un mistero fino ad allora.
Quando, il lunedì dopo, mi richiama ancora nel suo ufficio e ricomincia a farmi le paternali, sbotto, stavolta senza alcuna prudenza: “SI, lo so benissimo che non è questo il lavoro che volevo davvero, non ho mai detto che era questo il lavoro al quale davvero aspiravo, ed infatti durante gli infiniti colloqui e test non ho mai una sola volta negato che avrei preferito fare altro! Era chiaro in tutti i passaggi della selezione!” Mi rendo conto di aver alzato un po' il tono della voce, e, remissivo, abbasso lo sguardo, ma il direttore non si arrabbia, anzi! Sorride. Riprende il mio curriculum in mano e mi richiede: “ma te davvero sai le lingue? Perché non lo hai detto?” A quel punto mi arrabbio sul serio. “Ma lei non lo aveva letto, 'sto curriculum? Non lo ha letto quando mi hanno assunto? Ma non lo ha letto nessuno, qua? E quelli che hanno fatto la selezione, non lo avevano notato, che avevo 'sta disgrazia di sapere le lingue? Mi dica direttore, ho fatto qualcosa di male, qualcosa di sbagliato? È vero, è verissimo, stare a scaricare dalle cinque di mattina non è quanto mi aspettassi come traguardo nella vita, ma ho forse svolto male i miei compiti? Ho mai forse lasciato un lavoro a metà, ho gravato sui colleghi per mie inadempienze? Se è così mi licenzi subito, ma mi dica se ho fatto qualcosa di sbagliato o no!”
Mi guarda serissimo. Non dice nulla. Prende il mio fascicolo. Poi mi fa una richiesta: “licenziati tu, per favore”.
Nel reparto si devono essere sparse due voci: la prima, sulla mia insostenibile posizione e sulla precarietà della stessa; la seconda sui risultati della ricerca con Goolge, perché tutti mi fanno domande, o commenti, qualcuno battutine, sui miei interessi così insoliti (politica et similia...) La mia privacy è andata a ramengo, ma non mi interessa: a me questo cavolo di lavoro, questo accidente di stipendio serve. Passo il tempo a cercare di apparire quello che non sono, dato che, quel che sono, in tutta evidenza non va bene. Provo a comportarmi in modo adeguato all'incarico, ma ormai il mio destino è segnato.
Sarò riconvocato altre volte, e la richiesta è sempre una: “licenziati”. Ma io non voglio farlo. Non per presa di posizione, ma anche per le conseguenze sul mio libretto di lavoro, e sulle possibilità di poter avere eventuali sussidi, negati a chi si licenzia.
Il tira e molla va avanti fino al 42° giorno, quando scade il periodo di prova di sei settimane. A quel punto, mi viene concessa una via di uscita: è la Grande Catena di Distribuzione a licenziarmi! Bene, accetto, saluto tutti, porto a lavare la mia uniforme (che restituirò nei giorni successivi) e chiudo questo breve capitolo della mia vita.
Qualche mese dopo, seppi, una enorme parte degli assunti era nuovamente senza lavoro. Un fallimento del processo di selezione senza precedenti. La Grande Catena di Distribuzione si trovò quindi senza personale, e grattarono il barile, telefonando ed offrendo un impiego a coloro che erano stati inizialmente scartati. Una mia cara amica, laureatasi in psicologia con 110 e lode, e che aveva partecipato ai colloqui per avere un posto di dirigente, fu contattata per un posto di magazziniera. Rifiutò.
Cosa ho avuto, da quei 42 giorni? Uno stipendio ed una liquidazione, che non sono male. Una visione su uno spaccato umano e sociale che non conoscevo. La sensazione vaga di inadeguatezza. La frustrazione di dover essere sempre diversi da quel che si è realmente per essere accettati in certi ambienti. La consapevolezza che i direttori ed i caporeparto preferiscono marcatamente avere sottoposti timorosi e possibilmente senza alcun segno di vita intellettuale: muli, insomma, piuttosto che donne o uomini. E la certezza assoluta che tutto quell'ambaradan di test, di psicologia, di corsi, di colloqui, di compilazioni di moduli, di quiz e di giochi di ruolo non era altro che un maledetto teatrino di cravatte e tailleur, di illusioni e di prestidigitazione, di appalti e contratti e incarichi e ruoli giocati sulla pelle di migliaia di persone.
Capitolo I: le selezioni e l'assunzione.