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Mafia
e Stato, dalla convivenza all’alleanza
di
Paolo Sylos Labini
Chi legge questo libro, alla fine, non
può non porsi una domanda: come siamo
potuti cadere così in basso? Possibile che la guerra alla mafia, che soltanto dieci
anni fa pareva non lontana dal successo, sia finita così male, addirittura con
la mafia al potere? E ancora: possibile che il «popolo di geni» di cui
vaneggiava Mussolini continui a credere, dopo dieci anni, alle atroci menzogne
di un Berlusconi e della sua corte dei miracoli? Verrebbe da concludere che
siamo un popolo di imbecilli e di malfattori, altro che geni. Ma, prima di
abbandonarci all’angoscia e alla disperazione, proviamo a ragionare.
Al fondo c’è un micidiale, radicale
cinismo che domina tutto, un’assuefazione al malaffare che diventa ambiente e
costringe le persone civili e oneste – ce ne sono ancora, e tante – a una
ammutolita paralisi. Perciò è importante che escano e circolino libri come
questo. Perché sono una delle poche armi che ci rimangono per trovare o
rinfocolare il coraggio di combattere. È l’informazione particolareggiata dei
fatti che dà coraggio. Solo la verità può rendere liberi quanti oggi non
vogliono essere servi, ma finiscono per esserlo inconsapevolmente, col torpore
rassegnato che li paralizza. Una condizione che io spiego non solo col nostro
machiavellico cinismo, ma anche con qualcosa di ancora peggiore: una grave
carenza di autostima, come direbbe Adam Smith; un diffuso autodisprezzo, come
dico io. Spesso, dopo infinite discussioni su questi temi, mi capita di sentire
da persone di «destra» e di «sinistra» la terribile battuta: «Ma che diavolo
pretendi, in fondo siamo italiani!». E ogni volta mi domando perché ci siamo
ridotti in questo stato miserabile, in questo abisso di abiezione che, sotto
certi aspetti, è peggiore di quello in cui ci aveva cacciati Mussolini. Certo,
la mancanza di senso dello Stato, che deriva dalla mancanza di uno Stato.
Certo, la superficialità della cultura popolare e la grave debolezza della borghesia
intellettuale ed economica spiegano il carattere volubile dell’opinione
pubblica e la facilità con cui viene sistematicamente ingannata per mezzo del
micidiale potere persuasivo del monopolio televisivo. Certo, i guasti della
Controriforma senza Riforma. Certo, i sottoprodotti della morale cattolica, che
privilegia la misericordia piuttosto che la giustizia. Non tanto perché sia
migliore il protestantesimo rispetto al cattolicesimo, ma perché da noi la
Chiesa ha avuto il potere temporale, e dunque ha usato la religione come instrumentum regni.
Mi ha sempre colpito il racconto di Nassau Senior, un economista mediocre,
famoso più che altro per gli attacchi che gli riservò Karl Marx. A metà
dell’Ottocento la sua passione per i viaggi e per la conoscenza dei potenti
d’Europa lo portò a Roma, dove conobbe il papa e dipinse un quadro
raccapricciante dello Stato pontificio. Senior racconta di un confessore che, a
una donna con un figlio di idee liberali, impose di denunciarlo con tutti i
particolari in cambio dell’assoluzione. La donna ci pensò qualche giorno, poi
denunciò il figlio, che fu arrestato e torturato. Come meravigliarci, allora,
se l’Unità d’Italia non s’è mai davvero compiuta, se il bene comune non è mai
stato considerato come un obiettivo di tutti, a dispetto del nostro
nazionalismo di cartapesta?
L’uomo è un animale sociale e aspira ad
avere l’orgoglio di appartenere a una comunità: la famiglia, il gruppo, la
patria. Ora, la Patria in Italia è venuta tardi e in condizioni infelici.
Ancora un secolo fa l’analfabetismo era gigantesco. Quando all’inizio del
Novecento Salvemini si batteva per il suffragio universale, le persone che
avevano diritto al voto erano il 6-7% della popolazione. Con una legge di
Giolitti salirono al 20%, perché per votare bisognava saper leggere e scrivere
e avere un piccolo peculio; il voto, poi, era concesso solo agli uomini. Il
pericolo del fascismo lo capirono in pochi, all’inizio. Lo stesso Benedetto
Croce fu per anni filofascista e, da senatore, votò a favore di Mussolini,
anche dopo il delitto Matteotti. Solo in seguito divenne uno dei padri
dell’antifascismo. Anche nell’esigua cultura liberale dell’epoca, quelli che
denunciarono il regime fin dall’inizio non furono molti: Piero Gobetti,
Giustino Fortunato e pochi altri. Retorica a parte, il cosiddetto impero e poi
la seconda guerra mondiale, con tutti quei richiami all’antica Roma, non
potevano certo far crescere l’autostima del popolo italiano e quindi l’amor di
Patria. E infatti l’ubriacatura passò in fretta, con la campagna di Grecia, che
svelò a tutti la nostra assoluta impreparazione. L’ostilità al regime divenne
diffusa e fortissima e poi la sconfitta apparve ignominiosa proprio perché gli
Italiani si resero conto dell’irresponsabilità del capo, che si autoproclamava
infallibile ma che aveva gettato l’Italia in
quelle condizioni nella fornace di una
guerra terribile. Penso che la morte della Patria – speriamo temporanea –
risalga a quella tragedia.
Attenzione: anche la mafia è una
comunità, con le sue regole, il suo codice, il suo diritto, le sue istituzioni.
Per coloro che ne fanno parte, pure se si definiscono «uomini d’onore», è più
difficile provare orgoglio. Ma è più facile toccarne con mano i benefici:
ricchezze, potenza, protezione. La studio da quarant’anni, la mafia: da quando
Giangiacomo Feltrinelli, nel 1958, mi propose di organizzare un gruppo di
ricercatori – io ero professore a Catania – per condurre un’indagine ad ampio
raggio in Sicilia, che alla fine diventò un corposo volume di 1500 pagine. Nel
giugno 1965, dopo Catania, fui ascoltato dalla commissione parlamentare
Antimafia, presieduta dal senatore Donato Pafundi (la mia deposizione fu poi
pubblicata nel 1970 da Laterza in Problemi
dello sviluppo economico). Nel 1974, come si
ricorda in questo libro, mi dimisi dal comitato tecnicoscientifico del
ministero del Bilancio, di cui facevo parte da circa un decennio, quando il
titolare di quel dicastero, Giulio Andreotti, nominò sottosegretario Salvo
Lima. Siccome Lima compariva più volte nelle relazioni dell’Antimafia ed era
stato oggetto
di ben quattro richieste di
autorizzazione a procedere della magistratura, feci presente la cosa al mio
amico Nino Andreatta, perché ne parlasse con Aldo Moro, presidente del
Consiglio. Qualche giorno dopo Andreatta tornò da me con la coda fra le gambe:
Moro gli aveva confessato la sua impotenza, perché – gli aveva detto – «Lima è
troppo forte e troppo pericoloso». Allora affrontai l’argomento direttamente
con Andreotti, dicendogli: «O lei revoca la nomina di Lima, che scredita
l’immagine del ministero, o mi dimetto». Non mi lasciò neppure finire: mi
interruppe e mi liquidò dicendo che ne avremmo parlato un’altra volta. A quel
punto resi ufficiali le dimissioni. La mia lettera fu pubblicata dal «Corriere
della Sera» e da vari altri giornali, e la cosa fece un certo scalpore per
alcune settimane. Ci furono anche delle vibrate proteste dei giovani Dc. Poi
calò l’oblio. Di quella faccenda si tornò a parlare quando Gian Carlo Caselli e
i suoi pm mi chiamarono a testimoniare al processo Andreotti: era chiaro, da
quell’episodio, che Andreotti – e non solo lui – sapeva benissimo chi era Lima.
Lo sapevo persino io... La cosa che mi colpì fu che il mio gesto fu visto come
prova di coraggio non comune. È deprimente che, in Italia, un gesto di normale
decenza venga visto così. Dà la misura di come ci siamo ridotti. Tutti mi
domandavano: ma come ha fatto, dove ha trovato la forza? Io rispondevo: ma
quale forza, ma quale coraggio? C’era una persona che non ritenevo perbene, non
volevo lavorarci insieme, e me ne andai. Tutto qui. È stato facile.
Nella deposizione prima ricordata ho
cercato di chiarire i miei punti di vista sulle origini della mafia e sulle sue
caratteristiche attuali. Che cosa sia oggi questo libro di Lodato e Travaglio
lo spiega benissimo. Mafia vuol dire appalti, licenze edilizie, aree
fabbricabili, sistemi di irrigazione, controllo dei mercati ortofrutticoli e
sull’acqua, cioè sulla vita dei siciliani, e poi commercio di droga e altri
affari sporchi, ma anche «puliti» come il Ponte sullo Stretto e la grande
mangiatoia della sanità pubblica. Ma, soprattutto, mafia vuol dire agganci con
la politica, con l’economia, con pezzi delle istituzioni che non saprei nemmeno
se chiamare «deviate» oppure no (in questo paese i deviati rischiano di essere
quelli che la mafia la combattono davvero). Sono queste le sue assicurazioni
sulla vita, le ragioni della sopravvivenza di un’organizzazione tutto sommato
arcaica in pieno terzo millennio. Il libro spiega anche com’è cambiata
l’antimafia, o forse come non è cambiata, essendo sempre stata affidata a pochi
«volontari», isolati e forse anche un po’ matti. Cioè a una élite di
poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, intellettuali e politici che
hanno maturato, non si sa come, quel senso dello Stato e dell’autostima che non
è mai diventato patrimonio di tutti.
La cultura delle regole, il senso della
legalità, l’amore per la trasparenza sono da sempre minoritari, in Italia. Per
una serie infinita di fattori storici, da noi non s’è mai affermata una cultura
liberale e democratica di massa: i liberalsocialisti come i liberalconservatori
sono sempre stati quattro gatti, guardati con un misto di sospetto e di
curiosità dai ceti dominanti. Il che spiega perché l’autoritarismo, come la
cultura mafiosa, hanno sempre trovato terreno fertile. E spiega anche perché
oggi il regime berlusconiano, terribile sintesi della cultura autoritaria e di
quella mafiosa, incontra resistenze così scarse.
Hanno ragione gli autori del libro
quando, a proposito della mafia, parlano di «cosiddetto Antistato». Perché
troppo spesso i confini fra Stato e Antistato sono confusi, invisibili,
vischiosi, come quelli fra legalità e illegalità. Anche la mafia è stata, nel
corso dell’ultimo secolo, un instrumentum
regni da imbrigliare e utilizzare per scopi
di potere. La sentenza Andreotti, che qui viene finalmente raccontata per
quello che dice davvero, dopo anni di bugie infami, è illuminante. La politica
combatte Cosa Nostra quando alza troppo la testa, quando pretende di comandare
anziché collaborare, poi torna al tavolo della trattativa per stabilire nuovi
patti e nuovi equilibri. L’uomo politico che chiede favori alla mafia non può
poi agire autonomamente e tanto meno prendere misure contro la mafia,
credendosi forte del suo potere politico. Se lo fa, viene punito. Mutando quel
che va mutato, questo vale anche per chi entra in rapporti di dare e avere con
Berlusconi. E non mancano le tragedie greche. Mattarella aveva due figli che
vollero cambiare linee di condotta; uno divenne presidente della Regione
siciliana e decise di ostacolare la distribuzione degli appalti alla mafia.
Fu assassinato. Chi è visto come
ostacolo all’eterna trattativa fra politici e mafiosi – cioè le élites più
avanzate della politica, della cultura e della magistratura – viene isolato
come un fastidioso ingombro e tolto di mezzo. Col tritolo o con le campagne
mediatiche di delegittimazione. Oggi, poi, la politica intesa come mediazione
fra Stato legale e Stato illegale ha fatto un altro salto di qualità: il
ministro Lunardi, quando dice che «con la mafia bisogna convivere», pecca di
minimalismo. Fino ad Andreotti, lo Stato conviveva con la mafia. Oggi, con i
Berlusconi e i Dell’Utri al potere, dei quali anche questo libro dimostra
inoppugnabilmente i legami con la mafia, è peggio di prima, peggio di sempre:
dalla convivenza siamo passati all’alleanza.
Una vera lotta alla mafia si può fare
soltanto con un governo che non abbia rapporti con la mafia. Un governo che non
sia come quello di oggi, e come molti di ieri. Certo, quando sarà passato il
lungo incubo che ha spazzato via i due o tre anni di successi seguiti allo choc
delle stragi del 1992-93, sarà difficile ricominciare. Perché questo lungo
incubo, che si chiama Berlusconi e dura ormai da dieci anni anche per le
furbizie di un’opposizione debole se non addirittura complice, ha vieppiù
abbassato la nostra già scarsa autostima. In una spirale perversa che non
sembra avere mai fine, ha creato ulteriore assuefazione. E ha fiaccato le
speranze e gli entusiasmi che sarebbero
necessari per riprendere la lotta.
L’antimafia è affidata ai «pochi pazzi malinconici» di cui parlava Salvemini.
Io mi sento un pazzo triste ma arrabbiato: e forse quel che mi salva è proprio
la rabbia.
Non è questione di ottimismo o di pessimismo.
Occorre ritrovare il realismo che nasce dalla conoscenza della nostra storia,
con le sue luci e le sue ombre. Non bisogna mai dimenticare né le une né le
altre. Per me, poi, c’è anche una lunga esperienza personale, che, con mia
meraviglia, ebbe una conclusione positiva. Ricordo quando mi scontrai con
Giacomo Mancini, che nel Psi era una potenza e in Calabria un ras
incontrastato. Pretendeva che la nuova università di Cosenza sorgesse in una
zona che gli stava a cuore per certi interessi suoi o dei suoi amici. Andreatta
e io, in quanto membri del comitato che doveva organizzare la nuova università,
contrastammo le sue manovre e riuscimmo a farla nascere in tutt’altro luogo,
molto più adatto al suo sviluppo. Mancini pretendeva pure che dovessimo dare un
incarico d’insegnamento a un suo protetto. Tutto ciò al prezzo di una denuncia
e di un’incriminazione da parte di un giudice legato a Mancini, che mi tenne
sotto inchiesta per anni, privandomi addirittura del passaporto (per due lustri
fui costretto, ogni volta che andavo all’estero, a recarmi alla Farnesina e
chiedere un permesso speciale per l’espatrio). Poi, quando scemò l’influenza di
Mancini, ebbero finalmente il coraggio di assolvermi. Con formula non piena, ma
pienissima: «il fatto non sussiste». Erano tutte calunnie. Oggi l’Università
della Calabria funziona bene, con ottime attrezzature e 26.000 studenti. Mi
hanno anche invitato, come uno dei padri fondatori. È una storia a lieto fine:
mi è costata molte pene, ma è stato giusto patirle. L’esperienza è
incoraggiante, perché dimostra che chi intraprende una battaglia civile non è
condannato al fallimento: se ha tenacia, può vincere.
Intendiamoci. Dinanzi al quadro che
emerge dal libro, la tentazione sarebbe quella dell’angoscia e della
disperazione. La prima è sacrosanta, e anche salutare. La seconda no, guai a
disperare: a mente fredda, sarebbe un errore. Scriveva Calamandrei nel suo
diario il 23 novembre 1939: «la tragedia dell’Italia è proprio questa generale
putrefazione morale, questa indifferenza, questa vigliaccheria». Ma poi venne
la Resistenza: non tutti furono eroi veri, molti furono eroi per caso o per
necessità. Ma il nucleo forte trascinò tanti, contribuì a liberarci dal
nazifascismo e – con uno di quei miracoli che a volte fanno le minoranze
agguerrite – ci regalò la Costituzione, che oggi è presa a colpi di piccone
dalla banda Berlusconi. Ecco, lo stesso direi oggi per la lotta alla mafia: in
alcune fasi storiche – quella di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino, e
poi quella di Caselli e dei suoi uomini – le minoranze che si sentono Stato e
Patria hanno trascinato la maggioranza verso esiti straordinari, oggi in via di
smantellamento.
Questo libro, perforando il sudario di
un’informazione serva e di una disinformazione organizzata, ci aiuta a
conoscere tali risultati. E dunque a non dimenticarli, anche se la luminosa
stagione che li ha determinati è finita da un pezzo. Quanto sia stata
importante lo dimostrano i continui tentativi di deturparne il ricordo: da
parte sia di chi ne parla male, sia di sepolcri imbiancati che ne parlano bene.
Intanto anche nella magistratura, in sintonia con le esigenze di politici senza
scrupoli, si manifestano le viltà, i servilismi, il «tirare a campare», i
compromessi meschini. Ma finirà anche questa stagione buia. L’importante è
sapere che contro la mafia e i suoi protettori nelle istituzioni e nei consigli
di amministrazione si possono fare grandi cose. Si sono fatte grandi cose. Se
la prima e la seconda ondata dell’attacco, come quelle dei fanti in certe
battaglie della prima guerra mondiale, sono state decimate e respinte, la terza
potrà avere successi più duraturi. Basta aver chiaro fin da subito che anche
quella sarà una battaglia di minoranza, e anche per quella bisognerà mettere in
conto la solitudine.
Intanto, per preparare la battaglia,
bisogna conoscere. È fondamentale l’informazione. L’attacco va portato con
fatti inoppugnabili e documentati. Come quelli raccontati in questo libro, che
ci aiuta a capire da chi e come siamo stati e siamo governati, ma anche come si
è riusciti a sconfiggere il pool di Caselli, come già quello di Borrelli a
Milano. E, soprattutto, perché. Ci sono verità troppo forti perché il Potere le
affidi a cuor leggero a magistrati «ingestibili», che intendono applicare semplicemente la legge in maniera uguale per tutti. Quelle
verità, quando sono ormai scritte in sentenze definitive – come quella
su Andreotti – devono
essere per forza cancellate e oscurate, perché non giungano sotto gli occhi
dell’opinione pubblica. Per quelle, invece, ancora giudiziariamente da
accertare (dalle varie «trattative» fra Stato e mafia al capitolo dei «mandanti
occulti» delle stragi), si seguono i canoni della «guerra preventiva»: si
tolgono di mezzo i magistrati che potrebbero, presto o tardi, scoperchiarle. La
mafia, come ogni forma di illegalità, campa e ingrassa sull’ignoranza. E nel
nostro regime di oggi l’ignoranza viene diffusa a reti unificate, facendo leva
sui nostri due peggiori vizi nazionali, i sottoprodotti della nostra
scarsissima autostima che spesso copriamo col patriottismo ipocrita: la
cupidigia di servilismo e la cupidigia di abiezione. Chi vuole conoscere, o
perlomeno intravedere, le verità indicibili che oggi costituiscono la vera
posta in gioco non ha che da leggere questo libro. Più sarà diffusa la
conoscenza, più sarà difficile l’insabbiamento.
Per chi volesse approfondire il processo Dell’Utri, è in libreria da un
mese “L’amico degli amici” (ed. Rizzoli-Bur, 11.50 euro) curato da Peter Gomez
e Marco Travaglio, che contiene gli atti più interessanti e inquietanti del
caso che ha portato alla condanna in primo grado del braccio destro di
Berlusconi a 9 anni di reclusione per mafia.