Il futuro mi sta Distretto

 

L’Italia è in pieno declino economico. Per migliorare le condizioni delle imprese italiane, Paolo Sylos Labini ha qualche idea: riformare le aree industriali. Ecco come

 

di Paola Pentimella Testa (Avvenimenti n° 44  novembre 2004)

 

Come sempre, Paolo Sylos Labini, punta dritto al cuore del problema. Tra i più autorevoli economisti e intellettuali italiani, noto negli ambienti della ricerca economica internazionale per i suoi numerosi studi sullo sviluppo economico e sull’inflazione Sylos Labini non ama i giri di parole, soprattutto quando il suo impegno lo trascina fuori dalle aule universitarie per portarlo nelle piazze a difendere le più importanti battaglie civili degli ultimi decenni.
E se il problema oggi è il declino industriale, eccolo pronto a promuove una nuova campagna: contribuire a migliorare le condizioni dell’industria italiana, e quindi del paese, puntando sulla riforma dei distretti industriali. Ovvero, ridare nuova energia a quelle zone caratterizzate da un’alta concentrazione di piccole e medie imprese, specializzate in certe produzioni e collocate su una medesima area territoriale. Zone circoscritte nelle quali le imprese stabiliscono intensi rapporti di relazione: se da un lato la forte competizione stimola l’innovazione del prodotto, dall’altro la vicinanza e il livello di specializzazione consentono una continua trasmissione di conoscenze. Permettendo inoltre di mantenere un alto grado di flessibilità, ma anche di realizzare economie di scala tipiche della grande impresa attraverso l’integrazione produttiva. E il successo che i prodotti dei distretti potrebbero riscuotere sui mercati internazionali è però anche frutto di una grande capacità di innovazione e di una costante ricerca dei miglioramenti dei metodi e dei prodotti, favorite dalla concorrenza tra le stesse aziende del distretto e dall’interazione tra i sistemi distrettuali e le università distribuite sul territorio in tema di ricerca e formazione. Sinergie che hanno reso finora competitivi a livello internazionale anche settori comunemente considerati tecnologicamente poco dinamici, come ad esempio quello tessile. Ma che oggi si rivelano fragili perché le imprese distrettuali non riescono più a reggere l’urto della competizione internazionale.
Professor Sylos Labini, perché è necessaria una riforma dei distretti industriali?
I distretti esistono in tutti i paesi avanzati. Ma da noi vanno decisamente rafforzati per ridurre gli svantaggi dovuti a tre gravi carenze, fra loro interconnesse: scarsezza di grandi imprese, insufficienza di economie di scala, inadeguatezza della ricerca applicata. Per questo è necessaria una riforma.
In cosa consiste la sua proposta?
Si regge essenzialmente su due colonne portanti: una drastica semplificazione degli adempimenti amministrativi, e una radicale riorganizzazione della ricerca applicata. Inoltre, ogni distretto dovrebbe essere dotato di un centro per la diffusione di innovazioni collegato con istituti del Cnr e dell’Enea, o con le università. Laddove le condizioni sono favorevoli, andrebbe creato, in ciascun settore, un centro che dovrebbe diventare il leader della ricerca applicata del settore, così come le università dovrebbero essere i punti di forza della ricerca libera e di base. Anche la Confindustria verrebbe coinvolta da questa riforma: dovrebbe mettere in programma, in tempi brevi, la creazione di un Politecnico. Solo in Finlandia ci sono 32 politecnici privati. L’Italia, poi, investe in ricerca solo l’1 per cento del Pil, mentre la Francia il 2,2 per cento e la Germania il 2,4. Naturalmente, nella distribuzione territoriale dei centri di ricerca applicata occorre tener conto delle diverse “vocazioni”. In Italia troviamo vari sottosettori della meccanica, fra cui uno nuovo, molto promettente, che è la “meccatronica”; troviamo l’automazione industriale, gli elettromedicali; ma ci sono altre importanti linee, come quelle riguardanti la produzione di “software” e quelle che possono trovare sviluppo nei  laboratori del sistema sanitario.
La riforma deve essere inoltre accompagnata dalla costruzione di infrastrutture per accrescere l’efficienza delle imprese nei distretti. Secondo un’indagine della Banca d’Italia di alcuni anni fa, a parità di condizioni, le imprese distrettuali hanno già una redditività superiore dai 2 ai 4 punti rispetto a quella delle imprese isolate. La costruzione di nuove infrastrutture per i distretti contribuirebbe non poco alla ripresa economica.
E per quanto riguarda le piccolissime imprese? 
Bisogna incentivare l’accorpamento delle mini-imprese: da noi quelle fino a 10 addetti rappresentano il 95 per cento del totale, e quasi sempre investono poco nelle nuove tecnologie, specialmente in informatica. Stessa cosa si può dire per le imprese medie, che investono molto meno di quelle degli altri paesi europei.
Sono anni che lei insiste sulla riforma dei distretti…
Almeno sette. Quando era ministro dell’Industria, andai a trovare Bersani per convincerlo ad avviare una riforma ispirata ai due principi che ho già detto. Allora, come oggi del resto, per la drastica semplificazione amministrativa sostenevo che bisognava creare uno sportello unico “attivo”, cioè un ufficio che avesse la facoltà di compiere tutti gli adempimenti burocratici e fiscali semplicemente sulla base di una delega delle imprese, esistenti o nuove. Per la proposta mi avvalsi dei suggerimenti di Innocenzo Cipolletta, allora direttore generale di Confindustria. Per evitare come la peste nuova  burocrazia, sostenevo che conveniva affidare il compito alle camere di commercio, che avrebbero potuto organizzare al loro interno un ufficio speciale. Nel 1998, illustrai la proposta in un articolo su Affari e finanza, al quale il ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini rispose sostenendo che alcuni dei problemi che io affrontavo erano stati risolti da una sua legge, la 159 del 1997. Beh, quella legge è buona, ma purtroppo ha avuto una limitatissima applicazione perché, credo, non è stata concepita per le imprese e per i distretti. Va poi aggiunto che è rimasta del tutto inapplicata la legge Bodrato del 1991, quella che riconosce i distretti giuridicamente e che incentiva le innovazioni nelle piccole imprese. Come vede, la riforma è necessaria, anche per combattere il lavoro nero, l’evasione fiscale e la criminalità.
Cioè?
Puntare sui distretti, significa sostanzialmente dare priorità alle nuove tecnologie le quali, fra gli altri vantaggi, danno origine a produzioni poco appetibili per quelle organizzazioni che preferiscono l’edilizia e le opere pubbliche. Quindi, puntare sui distretti significa contrastare la nefasta influenza delle organizzazioni criminali del Sud. La riforma dei distretti dovrebbe essere anche l’occasione per erodere progressivamente non solo il lavoro nero legato alla criminalità, che secondo l’Istat rappresenta il 15 per cento del Pil, ma anche il lavoro nero legato all’evasione fiscale e contributiva, che secondo l’Ocse fa salire quella percentuale a quasi il doppio. La riforma dei distretti già da sola comporterebbe vantaggi tali da facilitare il processo inteso a far emergere il lavoro nero di ogni genere; il processo potrebbe essere decisamente accelerato con l’aiuto dei fondi per la sicurezza dell’Unione europea e con una legge complementare a quella dei distretti, preparata con la collaborazione delle parti sociali. Dobbiamo fare uno sforzo straordinario per rilanciare tanto lo sviluppo economico quanto quello civile, giacché oggi siamo un paese a civiltà molto limitata.
Per quanto riguarda le risorse necessarie?
Rispondere oggi è difficile. Le proposte sono tutte problematiche, compresa quella della lotta all’evasione fiscale. Per lo “sportello unico”, il calcolo è più semplice, visto che si tratterebbe solo di riorganizzare il lavoro all’interno di alcuni uffici delle camere di commercio, senza sostanzialmente costi aggiuntivi. Per finanziare gli altri aspetti della riforma si può ricorrere alla Comunità europea e, in particolare, ad un “prestito europeo per la ricerca”, incentivando chi ora investe negli Stati Uniti a investire in Europa.
Questo però significa che per il rilancio industriale italiano si dovrebbe pensare ad un progetto europeo…
Potremmo avviare il progetto da noi, per cercare poi di europeizzarlo.
Quali sono i tempi della riforma?
La riforma richiede tempi non lunghi, ma neppure molto brevi. La preparazione avrebbe due momenti importanti: una missione di studi e il convegno. La missione di studi dovrebbe esser compiuta da un’agile squadra di esperti degli industriali e dei sindacati nei paesi che più si sono impegnati nella costruzione di distretti moderni e nella ricerca applicata, penso a Finlandia, Svezia, Danimarca e Olanda. Per quanto riguarda il convegno, il presidente del Cnel Pietro Larizza è pronto a promuoverlo. Saranno invitati a partecipare anche la Confindustria, i tre sindacati confederali e vari economisti ed esperti, e Romano Prodi e Mario Monti che, oltre a essere ottimi
Confindustria e sindacato cosa pensano della riforma?
Sono favorevoli. Montezemolo, ma anche il vice presidente Pistorio, che in Confindustria è responsabile di ricerca e innovazione, hanno dimostrato grande interesse e disponibilità. Anche il sindacato è favorevole. In particolare, ha già dimostrato il suo apprezzamento il segretario della Cgil Epifani. Il convegno servirà anche a mettere a punto il disegno di legge di riforma dei distretti.
Ci sta già lavorando?
Ho ottenuto la collaborazione di un giurista, Antonino Mirone, che è consigliere del Cnel ed è stato sottosegretario alla Giustizia nel governo D’Alema. Ha già cominciato a lavorare. Il disegno di legge dovrebbe essere incentrato su pochi punti: il ruolo dei distretti industriali. La drastica semplificazione degli adempimenti burocratici: lo sportello unico. La riorganizzazione e il rilancio della ricerca applicata nei distretti. Le infrastrutture specifiche. Gli incentivi per gli accorpamenti di mini-imprese e per la creazione di consorzi intesi a realizzare innovazioni di rilevante entità economica. I rapporti con l’Unione europea e i fondi per la sicurezza. Infine, le agevolazioni per i progetti strategici.
Approvata la riforma, quando pensa che si potranno ottenere i primi risultati? 
Per avere effetti significativi occorrono almeno 3 o 4 anni. Intanto, però, si otterrebbe una spinta alla ripresa della costruzione d’infrastrutture che accrescono la funzionalità dei distretti. È chiaro però che i risultati più significativi ottenibili dal rafforzamento e dall’espansione della ricerca applicata possono essere ottenuti solo dopo qualche anno. In ogni modo è bene tener presente che le società non vivono solo nell’immediato: sono non meno importanti le aspettative ragionevoli. In questo periodo di grande confusione e di grave crisi, creare aspettative di questo genere, ossia speranze fondate su basi concrete e non su parole d’ordine o su promesse vaghe, assume una grande importanza per il nostro paese.
Tornando al disegno di legge, avrà bisogno di qualcuno in parlamento che lo presenti. C’è già un nome?
Bisogna individuare una persona esperta e stimata, che eviti le strumentalizzazioni dei partiti. Credo che questa persona ci sia. Vedremo.

 

un po’ di numeri
Duecento in tutt’Italia
I distretti industriali italiani secondo l’Istat sono quasi 200,  sparsi in diverse regioni. Sorgono intorno a piccoli centri e città medio piccole, dove vi è un diffuso benessere e una buona qualità della vita. Il reddito pro capite dei residenti è fra i più elevati in Italia. E i tassi di crescita sono fra i più dinamici. Il successo del made in Italy si intreccia spesso con il tessuto produttivo dei distretti.

 

un po’ di storia
Self-made men

All’origine dell’esplosione dell’imprenditorialità locale ci sono spesso quelli che nei paesi anglosassoni vengono definiti self-made men, gli uomini che grazie alle  loro capacità riescono a farsi strada da soli, creando dei veri e propri imperi economici. Tra i protagonisti italiani ci sono Alvaro Pasini, fondatore della Ilfo di Odolo; Fastigi, mobiliere e sindaco comunista di Pesaro; l’ex ciabattino marchigiano Della Valle; e il martinitt Leonardo Del  Vecchio della Luxottica.