<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> "La Tassa Segreta di Obama Sul Bottino di Guerra" di Greg Palast
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La Tassa Segreta di Obama Sul Bottino di Guerra
Greg Palast *
 
Traduzione e segnalazione: Bernardino Tolomei
 
*Greg Palast è uno dei più noti giornalisti d’indagine. E’ nato a Los Angeles, e vive tra New York e Londra. Ha studiato all’University of Chicago dove è stato uno dei “Chicago Boys” (allievi di Milton Friedman sostenitori di una economia iper-liberista, di cui poi diventerà un critico spietato). E’ autore dei bestseller The Best Democracy Money Can Buy (New York Times, 2002) e Armed Madhouse(New York Times, 2006); collabora regolarmente con la BBC ed il quotidiano inglese The Observer. Nel settembre 2006, per aver filmato in Luisiana un campo profughi dell’uragano Katrina, è stato spiccato contro di lui un mandato d’arresto per “minaccia alla sicurezza nazionale”.
 

In una stanza d'albergo a Bruxelles i capi delle principali compagnie petrolifere del mondo aprirono una grande carta del Medio Oriente, tracciarono una grossa linea rossa intorno all'Iraq, e vi apposero la loro firma.

La carta, il cerchio rosso le firme segrete. Questo spiega la guerra. Questo spiega il vertiginoso aumento del prezzo del petrolio di questa settimana a 134 dollari al barile

E' successo il 31 luglio 1928, ma il conto è venuto all'incasso adesso.

Barack Obama lo sa. Oppure, ed è lo stesso, sembra lo sappiano quelli che elaborano la sue linea politica. Lo stesso vale per il team di Hillary Clinton. Non potrebbe esserci una differenza più cruciale tra la campagna elettorale democratica e quella repubblicana. E non ne saprete niente dalle notizie che escono dalla tana della Fox.

Lasciatemi spiegare:

Nel 1928 i capintesta delle compagnie petrolifere (dall'Anglo-Persian Oil, ora British Petroleum, dalla Standard Oil, ora Exxon, alle loro consorelle europee) si trovavano di fronte ad una crisi: i prezzi del petrolio in discesa a causa dellacrescita dell'offerta; la stessa crisi che colpì i loro successori negli anni di Clinton, quando il petrolio costava 22 dollari al barile.

La soluzione, allora come adesso: fermare il flusso di petrolio, spremere il mercato, alzare i prezzi. Il metodo: tirare una linea rossa intorno all'Iraq e dichiarare che praticamente tutto il petrolio che sta sotto le sue sabbie resterà lì, non sfruttato. Il loro piano: soffocare l'offerta, accelerare l'aumento dei prezzi,far lievitare i profitti. Questo era il programma per il 1928. Per il 2003. Per il 2008.

Sempre, anno dopo anno, il prezzo mondiale del petrolio è stato fatto lievitare artificialmente imponendo uno stretto limite all'estrazione del petrolio iracheno. I metodi variavano. Nel 1928 l'accordo “della linea rossa” tenne , sotto varie forme, per più di tre decenni. Nel 1959 fu sostituito dalle quote imposte dal presidente Eisenhower. Poi furono l'Arabia Saudita e l'OPEC a tenere l'Iraq, che poteva produrre più di 6 milioni di barili al giorno, vincolato all'esportazione dellametà di quella quota, pari alla produzione minima dell'Iran.

Nel 1991 la produzione fu ancora limitata, questa volta da una nuova linea rossa: i bombardamenti con i B-52 dell'aviazione di Bush senior. Poi venne l'embargo del petrolio, seguito dal programma “Food for Oil”.Non molto food per loro, non molto oil per noi.

Nel 2002, dopo l'ascesa al potere di Bush junior, le dieci principali compagnie petrolifere si presero 31 bei miliardi di dollari di profitti. Ma ecco che dal cielo venne un miracolo. O, per meglio dire, atterrò la Centounesima Divisione Aviotrasportata. Bush dichiarò: “Avanti tutta!” e, mentre i mastini della guerra si facevano un boccone della seconda più grande riserva di petrolio del mondo, il prezzo del grezzo raddoppiò in due anni arrivando all'eccezionale cifra di 40 dollari al barile, e quelle stesse compagnie petrolifere videro i loro profitti triplicare fino ad 87 miliardi.

I senatori Obama e Clinton, in risposta, proposero quella che viene erroneamente definita una tassa sui profitti “manna” del petrolio. Ma i profitti dell'industria petrolifera non sono caduti dal cielo, è la guerra che ha riempito i loro forzieri. La mostruosa crescita dei prezzi non è altro che un bottino di guerra, ottenuto facendo salire senza scrupoli i prezzi, grazie alla chiusura dei pozzi con le pallottole ed il sangue.

Vorrei che i democratici chiamassero il loro progetto con il suo nome: una tassa sui bottini di guerra. La guerra è un affare lucroso... se sei un petroliere. Ma in qualche misura è la comunità che ne paga le spese, alle stazioni di servizio e ai funerali, e le compagnie ne raccolgono gli utili.

Più precisamente, la dilatazione dei prezzi e dei profitti del petrolio risale all'”escalation” di Bush-McCain. L'attacco del governo iracheno contro i miliziani di Bassora in realtà non è stato altro da parte di Baghdad che un buttarsi nella mischia della guerra per bande per il controllo dei campi petroliferi e delle piattaforme di carico nel sud del paese. I gangster di Moqtada el-Sadr e i razziatori dello SCIRI (Supreme Council For Islamic Revolution In Iraq) sponsorizzati dal governo si stanno battendo per un bottino di tangenti, ruberie e tariffe per la protezione legate al trasporto del petrolio, valutato più di 5 miliardi di dollari l'anno.

L'Wall Street Journal ha riportato che gli scontri tra civili favoriti dall'escalation hanno causato il taglio delle esportazioni dell'Iraq di un milione di barili algiorno; e questo si traduce in in un taglio delle capacità di eccedenza dell'OPEC di quasi la metà.

Risultato: boom dei prezzi e zoom dei profitti.Per la Exxon il 2007 ha segnato il più alto profitto, 40,6 miliardi, di qualsiasi impresa fin dal tempo della costruzione delle piramidi. E questo è stato PRIMA dell'escalation della guerra e del prezzo di un barile a più di 100 dollari.

Per Exxon e compagni è stata una buona guerra. Da quando George Bush ha cominciato a battere il tamburo di guerra per un'invasione dell'Iraq, l'ammontare delle riserve della Exxon è cresciuto di... tenetevi forte.. duemila miliardi di dollari.

La tassa di Obama sul bottino di guerra, o tassa sulla “manna del petrolio” sarebbe di appena il 20% sui ricavi eccedenti gli 80 dollari al barile. E' davvero vergognosamente bassa, più bassa di ogni tassa analoga imposta da qualsiasi altro paese (l'Equador, per esempio, si prende fino al 99% dei guadagni più elevati).

Tuttavia il petroliere George W. Bush vi si oppone, come fa il suo uomo McCain. Il senatore McCain ci ammonisce che le povere care compagnie petrolifere hanno bisogno di più dell'80% della loro manna per poter ricercare altro petrolio. Si, senatore, quando i porci voleranno. L'anno scorso la Exxon ha speso 36 dei suoi 40 miliardi di utili in dividendi e pagamenti straordinari agli azionisti per riscatti esenti da tasse. Perfino il Journal ha definito “avare” le spese per investimenti della Exxon.

Ai prezzi di oggi la tassa di Obama, minuscola com'è, porterebbe quasi un miliardo di dollari al giorno alle casse del Tesoro americano. Il piano di Hillary Clinton è simile. Eppure sulla stampa tutta la discussione sui prezzi dei combustibili è rivolta all'opportunità o meno che il governo tolga qualche centesimo di tassa dalla rapina perpetrata dalle compagnie alla stazione di servizio.

Anche più importante del fatto che i democratici dichiarino indebiti i profitti delle compagnie, è che essi implicitamente concordino che quei profitti sono un bottino di guerra.

E c'è anche un altro motivo per tassare quel guadagno disonesto: il Vietnam ci ha dimostrato che le guerre non finiscono quando l'invasore non è più in grado di combattere, ma quando l'invasione non è più remunerativa.

commenti:
(1)
...possono girare come vogliono la frittata della quale tengono in manico della padella, ma non dimentichiamo mai che, alla fine di tutti i conti, i trucchi, le speculazioni e quant'altro, siamo sempre noi consumatori ad avere l'ultima parola.  SEMPLICEMENTE NON USANDO PIU' L'AUTOMOBILE se non proprio in caso di necessità ed urgenza. FrancescoM@...
 

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