<%@LANGUAGE="VBSCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Crisi alimentare, crisi energetica, cambiamento climatico, the guardian
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2007
 
 

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The Guardian
 
Segnalazione e traduzione Bernadino Tolomei
 
Si profila la Crisi Alimentare sotto la morsa del Cambio Climatico e della Scarsità di Combustibile
 
John Vidal *
 

Scaffali vuoti a Caracas. Sommosse per il cibo in Bengala Occidentale e Messico. Avvisaglie di carestia in Giamaica, Nepal, Filippine ed Africa sub-sahariana. I prezzi in crescita per gli alimenti primari cominciano a portare instabilità politica, con i governi costretti al controllo forzato del costo di pane, mais, riso e latticini.

Secondo la FAO (UN Food and Agricultural Organisation) i prezzi da record mondiale dei prodotti di prima necessità hanno portalo al 18% l’inflazione dei prezzi alimentari in Cina, al 13% in Indonesia e Pakistan, al 10% e più in America Latina, Russia ed India. Il prezzo del grano è raddoppiato, quello del mais è cresciuto in un anno quasi del 50%, ed il riso è più caro del 20%, secondo l’ONU. Si prevede che la prossima settimana la FAO dichiarerà che le riserve alimentari sono al minimo degli ultimi 25 anni e che i prezzi rimarranno elevati per anni.

La settimana scorsa il Cremlino ha costretto le compagnie russe a congelare il prezzo del latte, del pane e di altri alimenti fino al 31 gennaio, per paura di un reazione pubblica negativa nell’imminenza delle elezioni parlamentari. “Il prezzo delle merci è salito vertiginosamente e questo ha colpito duramente i più poveri”, ha detto Oleg Savelyev, dell’istituto di sondaggi Levada Centre.

In India, Yemen, Messico, Burkina Faso e in molti altri paesi nell’ultimo anno a causa del cibo ci sono stati dei disordini o ci si è andati vicino, qualcosa che non si vedeva da tempo, dopo decenni di bassi prezzi delle derrate alimentari. Intanto abbiamo scarsità di carne bovina, pollame e latte in Venezuela ed altri paesi, mentre i governi cercano di tenere l’inflazione alimentare sotto controllo.

I boicottaggi sono all’ordine del giorno. Gli argentini hanno rinunciato ai pomodori durante la recente campagna elettorale, quando erano diventati più cari della carne. Gli italiani hanno organizzato una giornata di boicottaggio della pasta per protesta contro l’aumento dei prezzi. In Germania i politici di sinistra hanno sollecitato un miglioramento del welfare perché la gente possa sostenere l’aumento dei prezzi.

“Se si somma l’aumento del costo del petrolio all’aumento del costo degli alimenti abbiamo le componenti di una crisi [sociale] molto seria”, ha detto la scorsa settimana a Londra Jacques Diouf, capo della FAO.

Ieri alle Nazioni Unite è stato detto che la crescita dei prezzi è la risultante del crescita record del petrolio, dell’abbandono dei cereali da parte degli agricoltori americani per coltivazioni finalizzate alla produzione di biocarburanti, di una situazione climatica estrema e di una domanda crescente da parte di paesi come l’India e la Cina.

“Non c’è una singola causa, ma una serie di elementi convergenti causano tutto questo. E’ difficile separare i vari fattori,” ha detto ieri Ali Gurkan, capo del programma Food Outlook della FAO.

Ha aggiunto che le riserve di cereali, che stanno continuando a calare da più di un decennio, ora sono sufficienti per circa 57 giorni, il che rende le scorte alimentari globali vulnerabili nel caso di una crisi internazionale o di un disastro naturale grave, come una siccità o un’alluvione.

“Qualsiasi alluvione o crisi imprevista può far alzare i prezzirapidamente. Non dobbiamo farci prendere dal panico, ma dobbiamo stare ben attenti a quello che può succedere”, ha consigliato.

Lester Brown, presidente del Worldwatch Institute, think-tank con sede a Washington, ha detto: “La competizione per il grano tra gli 800 milioni di automobilisti nel mondo, che vogliono conservare la loro mobilità, e i due miliardi di poveri, che cercano semplicemente di sopravvivere, si sta profilando come un problema epico”.

Ha aggiunto che lo scorso anno i coltivatori americani hanno alterato il mercato mondiale dei cereali destinando 14 milioni di tonnellate, pari al 20% dell’intero raccolto di mais, all’etanolo per veicoli. Questo ha sottratto milioni di ettari alla produzione alimentare ed ha quasi raddoppiato il prezzo del mais. Bush quest’anno ha chiesto un forte aumento nella produzione di etanolo come parte di un piano di riduzione del 20% della domanda di carburanti per il 2017.

Il mais è un alimento chiave in molti paesi che lo importano dagli USA, tra cui il Giappone, l’Egitto e il Messico. Le esportazioni americane sono il 70% del totale mondiale, e sono largamente usate come mangime. La scarsità ha danneggiato le industrie del bestiame e del pollame in tutto il mondo.

[ …] Secondo una ricerca del gruppo alimentare Grain, con sede a Barcellona, il governo indiano si appresta a seminare 14 milioni di ettari di jatropha, un arbusto esotico da cui si può produrre biodiesel; il Brasile vuole coltivare 120 milioni di ettari per produrre biocarburanti, e l’Africa ben 400 milioni di ettari nei prossimi anni. I governi dicono che buona parte delle coltivazioni sarebbe su terreni improduttivi, ma ci si può aspettare che milioni di persone verrebbero espulsi da quei territori.

[ …] Secondo Josette Sheeran, direttrice dell’World Food Programme, “ci sono 854 milioni di persone affamate nel mondo e altri 4 milioni se ne aggiungono ogni anno. Stiamo fronteggiando la più bassa offerta di riserve alimentari della storia recente. Per la parte più vulnerabile del mondo il cibo ha raggiunto prezzi che sono semplicemente fuori dalla sua portata”.

Gli Scenari Possibili

Gli esperti ritraggono vari scenari per il precario equilibrio delle provviste alimentari nei prossimi anni. Una versione ottimistica vedrebbe i mercati riadattarsi automaticamente alla diminuzione dell’offerta, quando i prezzi più alti renderanno di nuovo più redditizio coltivare per la gente che per le automobili.

Ci sono speranze che nuove varietà di coltivazioni e tecnologie aiuteranno l’adattamento dei raccolti alle capricciose condizioni climatiche. E se la gente seguirà la tendenza a mangiare meno carne, altro territorio verrà destinato alla produzione di cibo umano piuttosto che di mangime per gli animali.

Un calo della crescita della popolazione alleggerirebbe naturalmente la pressione sul mercato alimentare, mentre lo sfruttamento dei terreni finora incolti potrebbe anch’esso aiutare la produzione.

Ma i timori di un peggioramento della situazione ruotano intorno all’inasprirsi del cambiamento climatico, che genera un aumento di inondazioni e siccità, diminuendo l’offerta alimentare. Se il prezzo del petrolio crescerà ancora, questo renderà più cari i fertilizzanti e i trasporti, rendendo nello stesso tempo più vantaggiosa la produzione di biocarburanti.

L’offerta si ridurrà ulteriormente se continuerà a calare la disponibilità di pesce a causa della pesca eccessiva, e nel caso che i terreni si impoverissero e le erosioni riducessero le aree coltivabili.

* John Vidal è redattore per l’ambiente di The Guardian