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Fonte:Le Monde( http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3232,36-903614,0.html )

Data:30.04.2007

Autore:Editoriale

La NATO e i talebani

Traduzione:Bernardino Tolomei

Il progressivo ritorno dei talebani in Afghanistan con offensive sempre più vigorose ad ogni nuova primavera, specialmente nel 2006, ed una presenza ormai forte e destabilizzante in più della metà della zona pashtun, è un segnale d’allarme per il governo afgano e per la coalizione militare della NATO guidata dagli Stati Uniti. Di nuovo l’Afghanistan del suddiventa teatro di battaglie ed i paesi occidentali impegnati sul territorio cominciano ad esprimere – come anche alcuni politici e diplomatici francesi – dei seri dubbi sulla possibilità di una vittoria.

Gli “studenti di religione” pashtun, nutriti col latte dei servizi segreti e delle madrase pachistane, sostenuti dal movimento jihadista di al-Qaeda, stanno guadagnando terreno sul territorio e sulle menti degli afgani. L’aumento del loro potere, a cinque anni e mezzo dalla caduta dell’emirato islamico talibano, è uno smacco molto grave per la NATO.

L’operazione occidentale in Afghanistan soffre di molti mali: sul piano militare, mentre era destinata a stanare bin Laden e a dare sicurezza ad un paese sfinito, la missione NATO ha ripreso la strada della guerra, con dei soldati percepiti come occupanti arroganti e poco rispettosi dei costumi locali, con bombardamenti mortali che non risparmiano i civili, e con l’incapacità di intimidire dei “signori della guerra” che sono determinati a preservare il loro potere e le loro milizie. Sul piano economico, lo spreco è enorme: la metà dei soldi spesi va per i costi operativi degli stessi donatori e parte dell’altra metà sparisce nei meandri di un’amministrazione afgana corrotta. Sul piano politico, il bilancio non si può dire positivo, con il presidente Hamid Karzai che in realtà controlla solo la capitale, Kabul.

Il risultato di questi fallimenti è che i paesi occidentali presenti in Afghanistan ormai pongono delle condizioni drastiche per il loro impegno., rifiutando di attestarsi in una determinata provincia o di combattere in una certa zona, quando non ipotizzano semplicemente di ritirare le loro truppe. Come in Iraq l’operazione si scontra con un dilemma pressoché insolubile: restare significa rischiare di ingolfarsi in una guerra estesa e destinata alla sconfitta, andarsene è come firmare la resa ad un movimento islamista totalitario che pratica il terrorismo, abbandonando nel contempo alla loro sorte gli afgani che avevano puntato sull’intervento occidentale e, poi, sulla democrazia.

Se l’America di George Bush non sembra ancora capace di rimettere davvero in questione le sue operazioni militari in Afghanistan e in Iraq, l’Europa, per quanto riguarda l’Afghanistan, deve interrogarsi con urgenza sulla natura del suo intervento. Ne va della sua credibilità, di quella della NATO, e della sua capacità di intervenire in futuri conflitti fuori dei suoi confini.

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